Diciamocelo francamente: i morti viventi ci sono sempre piaciuti e ci fanno impazzire.

Preferisco usare il termine morti viventi al posto di zombies perché un po’ di sano patriottismo non fa male a questo grandissimo paese in cui la meritocrazia è pari al buon cuore di un morto vivente.

Li abbiamo visti nascere e deambulare per le strade come un plurilaureato in cerca di lavoro: lenti, inesorabili, inarrestabili e, soprattutto, mezzi putrefatti.

Per quale atavica ragione siamo attratti da cadaveri purulenti e assetati di carne umana? Forse per sadismo? Forse perché sotto sotto siamo tutti necrofili? Oppure perché amiamo l’orripilante? Niente di tutto questo. I cari estinti che tornano in vita rappresentano per l’uomo tutto ciò che è proibito e parte di ciò che ci fa davvero paura nonostante i valori spirituali personali. Vedere un nostro simile in quelle condizioni e sapere che anche noi faremo quella fine inquieta non poco. Intendiamoci, nessuno pensa che dopo il passaggio terreno i cadaveri andranno a giro per strada a prendere un po’ d’aria, altrimenti non avrebbe senso la frase “passare a miglior vita”: sarebbe una noia mortale!

E’ innegabile però che, anima-energia cosmica-coscienza-particelle corpuscolari a parte, tutti sono consapevoli che il nostro corpo sarà destinato a fare da pastura a vermi e altri animaletti necrofagi molto carini.

Amare i morti viventi quindi contribuisce a esorcizzare una delle grandi paure della nostra scarna esistenza e, vederli addirittura trotterellare per strada, ci risolleva l’ umore; poco importa che siano affamati di carne umana…viva. Poco importa che un morto non abbia bisogno di mangiare per vivere, poco importa che il morto vivente sia a tutti gli effetti un paradosso.

Ci piacciono e basta: volete mettere la soddisfazione di sparare con un fucile a pompa a un cadavere ambulante e farlo a pezzettini? I morti viventi in questo caso andrebbero usati similmente agli animali nella pet therapy: ogni individuo fortemente stressato, dopo una dura e infruttuosa giornata di lavoro, dovrebbe avere a disposizione un non morto per sfogare le proprie ire represse. Fosse per me questa idea sarebbe già legge.

Da un certo punto di vista molti di noi si sono affezionati a questi cari esserini antropofagi e direi che sono diventati delle vere stelle dal momento che li vediamo nei film, nei videogiochi e li leggiamo in un romanzo horror su tre oltre che, se andiamo avanti così, anche sui cartoni del latte.

Potere zombie quindi (ops, scusate, il nazionalismo…): lunga vita ai morti viventi allora.

Dato che il mondo sta cambiando e che l’evoluzione è a tutti gli effetti un processo attuale e in fermento, anche i morti viventi sono cambiati.

Chi non ricorda i primi film di Romero e colleghi? Bellissimi e terrificanti: c’è stata un’alba, un giorno, una notte e perfino una mezza giornata.

Chi non ha impressa in mente l’immagine di quei poveri superstiti rinchiusi in un supermercato con stormi di morti viventi appiccicati alle vetrate e in procinto di entrare?

Ricordo bene che per un breve periodo della mia vita ero terrorizzato alla sola idea di entrare in un supermercato.

Una volta ero in coda alla cassa e, la sera prima, avevo visto un film di morti viventi. Ero teso e volevo uscire il più presto possibile da quel terribile posto.

Guardai la cassiera, avevo solo una persona davanti. Molto bene, ce l’ho quasi fatta pensai. Ma ecco il colpo di scena: percepisco dei leggeri colpi ai tendini dovuti a un carrello della spesa. Leggeri all’inizio, ma sempre più insistenti e poderosi.

Non ebbi il coraggio di voltarmi ma percepii una presenza dietro di me. Una presenza inquietante che la mia immaginazione raffigurò come un enorme morto vivente che spingeva il carrello per mordermi i polpacci. Strinsi i denti e tenni duro e quando finalmente arrivai a pagare la cassiera, con un gran sorriso da automa, mi chiese: “le servono i punti?”.

Automaticamente, e senza pensare, risposi: “no, ho bisogno di un machete e i punti serviranno a lui tra poco”.

“Prego?”, rispose lei con gli occhi vispi di un gatto morto.

“Niente, mi scusi ero sovrappensiero”.

Pagai e finalmente trovai il coraggio di voltarmi. Con mio sommo stupore non vidi un morto vivente con un occhio penzoloni dall’orbita nera, ma un anziano signore smanioso.

Lo osservai con odio e lui ricambiò.

“Scusi ma che fretta ha?”, lo incalzai.

“Lei è troppo lento e io ho da fare molte cose”, rispose secco.

“Fa bene ad avere furia, a prima vista non credo le manchi molto”, mi voltai indignato e rimpiansi di non avere un machete.

Anziani fibrillanti e smaniosi a parte, l’immagine dei non morti era quella: corpi macilenti che avanzavano incuranti di tutto e che potevano essere abbattuti solo con un doppio colpo di fucile (mai un solo colpo, regola primaria) o con un oggetto adatto a spappolargli il cranio.

Poi, dopo venti anni buoni di zombies normali, abbiamo avuto il cambiamento epocale.

Dubito che eminenti studiosi lo abbiano fatto perché si siano posti il quesito ancestrale: “per quale motivo un cadavere dovrebbe resuscitare?”. D’accordo, esistevano le maledizioni, i malocchi, i malefici di magia nera e spesso i cimiteri erano costruiti su un altro antico cimitero maledetto; raramente era anche colpa del diavolo. Bene, anzi non tanto.

Il progresso esige risposte scientifiche e allora, come per magia, ecco che hanno iniziato a sfracellarci i genitali con le infezioni virali e i contagi. E allora anche la percezione temporale è mutata; 28 giorni, due settimane, un paio d’ore e così via.

Non bastava l’ebola o la sars per spaventare la gente; con questi virus si muore dopo atroci sofferenze e basta. I nuovi contagi virali invece fanno tornare in vita i morti e li fanno resuscitare anche parecchio incazzati. Addirittura col progresso non sono stati nemmeno più i morti a resuscitare, ma persone normali che dopo aver contratto il famoso virus x, y o quello che sia, sono diventate ben più brutte dei cari, vecchi estinti morti viventi della nostra giovinezza.

E proprio in questo momento è avvenuta la grande evoluzione dei morti viventi: da esseri impacciati (com’è normale che sia per un morto d’altronde) sono difatti divenuti rapidi, letali, veloci come un Bolt dopato e, soprattutto, intelligenti. Udite, udite. L’evoluzione fa miracoli…d’accordo, ma solitamente servono migliaia di anni mentre in questo caso ne saranno trascorsi cinquanta. Morti viventi o viventi divenuti morti che si arrampicano, fanno balzi felini, utilizzano utensili, si gettano sulle vittime creando grumi che non vedevo dai tempi della pesca alle anguille, alcuni addirittura sono di dubbia classificazione: mezzi zombie, mezzi vampiri, un casino mostruoso.

Ci vengono propinati in massicce dosi nei film, nei videogiochi e nei libri.

Esce un libro che descrive come sopravvivere agli zombies e vende milioni di copie. Avete capito bene? Come si fa a vivere senza avere un manuale di sopravvivenza in caso d’infestazione di morti viventi? Sarebbe un vero dramma.

Credo che il seguito sarà ambientato in Italia e immagino già il titolo: “come sopravvivere ai politici”. Prevedo un grandissimo successo.

Se andiamo avanti di questo passo probabilmente i prossimi morti viventi voleranno oppure li vedremo impiegati a lavorare in banca. Non saprei, attendo con impazienza.

E mentre aspetto mi ritrovo a rimpiangere i vecchi e cari morti viventi che mostravano anche un’empatia di un certo livello. Ti raggiungevano lenti e claudicanti e, mentre erano in procinto di azzannarti al collo, ti guardavano dall’occhio rimasto e sembravano volerti dire: “scusami, non è colpa mia, ho tanta fame”. Facevano quasi tenerezza e ci si poteva affezionare a loro come ai nostri amici a quattro zampe.

Quelli di ora invece sono lo specchio della società, infatti sono aggressivi, strafottenti e con una gran faccia da schiaffi: vederli decapitati da un fucile non è più sufficiente e, per poter avere un minimo di soddisfazione, andrebbero infilati in un tritacarne mentre qualcun altro li prende a calci nel sedere.

Non sempre il nuovo è migliore e i morti viventi ne sono la grande prova.