La pietra filosofale
La trasformazione della pietra grezza nel prezioso oro
Trasformare la vile pietra in oro: probabilmente il principio alchemico più conosciuto. Quanto a fondo però è realmente compresa tale metafora?
L’opera alchemica sui metalli altro non è che la rappresentazione allegorica di un percorso interiore spirituale che l’adepto deve operare su sé stesso per trascendere la natura umana e riconquistare l’occulta essenza divina un tempo a lui nota e compresa.
La materia vile (la nuda roccia), che con lunghe e complesse operazioni alchemiche si trasforma nella pura e splendente pietra dei saggi (oro), simboleggia la faticosa risalita dell’uomo in mezzo ai molteplici pericoli verso la via dell’iniziazione.
Soltanto in questo modo l’uomo scoprirà che la “materia prima” (saggezza suprema), da intendersi come il substrato comune ai tre piani dell’essere (corpo, spirito e anima), non vada cercata al di fuori perché essa si trova in lui, come in tutta la trama dell’essere.
La prima fase della Grande Opera, l’illuminazione spirituale, consiste in una discesa nel sottosuolo (inferi) per disciogliere la materia prima (solve) in modo da renderla idonea alle successive purificazioni che la renderanno plasmabile alla volontà dell’individuo.
V.I.T.R.I.O.L.
Per effettuare quest’operazione gli antichi alchimisti consigliavano l’utilizzo del caustico Vetriolo.
Dunque l’uomo deve, prima di tutto, sciogliere le ceneri del proprio essere avvalendosi del Vetriolo che svolge la massima azione dissolvente del mercurio filosofico.
Tramite complicate nozioni cabalistiche il termine Vetriolo può rivelarsi come VITRIOL: Visita Interiora Terrae, Rectificando Invenies Occultum Lapidem.
Visita le viscere della terra e, purificando, troverai la pietra nascosta.
Dal punto di vista allegorico discendere nelle viscere della terra significa visitare il nostro intimo, esplorare gli abissi del nostro subconscio e prendere coscienza di noi stessi. Colui che conosce sé stesso, conosce tutto perché non v’è nulla al di fuori dell’uomo che non sia anche dentro l’uomo.
Questo percorso non è affatto facile ed esente da ostacoli perché, di fatto, guardare nel nostro intimo e subconscio significa svelare l’inferno che è in noi. Tuttavia in esso è necessario calarsi e da esso ci dobbiamo purificare se si vuole raggiungere la suprema saggezza e l’estrema illuminazione spirituale.
La discesa e la risalita
Ad una discesa corrisponde una risalita, quella verso l’illuminazione che si ottiene coagulando (coagula) ciò che prima è stato disciolto.
Sempre dal punto di vista allegorico questo significa vincere le resistenze interiori e tutti i primordiali istinti terreni che imprigionano il vero “Io”: vincere i propri demoni interiori, potremmo affermare per rendere più chiaro il concetto.
Se riflettiamo questo principio si rinviene innumerevoli volte negli antichi miti, nella letteratura, nel pensiero iniziatico e anche nelle odierne metodologie psicologiche. La catabasi nell’antica concezione greca era difatti la discesa dell’anima del defunto nel mondo dell’Ade.
Basti pensare ai viaggi “omerici” di Ulisse ed Enea e, ad esempio, al percorso dantesco spinto fino alle profondità dell’inferno per poi risalire, attraverso il purgatorio, verso il paradiso.
La città infernale di Dite descritta da Dante nei Canti VIII, IX, X e XI dell’Inferno, situata nel sesto cerchio e al cui interno sono collocati i capi delle sette eretiche (eresiarchi), difesa passivamente da mura infuocate, dalla palude Stigia che la circonda e attivamente da vari diavoli (tra cui spiccano Medusa e Gorgone), rappresenta al meglio una delle difficoltà che Dante, assieme a Virgilio, ha dovuto affrontare per poter ascendere al paradiso.
Scrive lo studioso di arti magiche Jorg Sabellicus: “il diavolo, simbolo dei nostri istinti più vili, infesta l’inferno della nostra natura interiore, non ancora purificata dal procedimento iniziatico. Solo chi dispone, come Dante, di una guida adatta, può tuttavia attraversare incolume l’inferno per ascendere al paradiso”.


