Baphomet

Baphomet

Baphomet

Baphomet di Eliphas Levi

Il celebre Bafometto è uno dei simboli più discussi e fraintesi del mondo esoterico, utilizzato anche in ambito massonico, occultista e satanista. In questa prima parte del video sarà analizzato  dal punto di vista alchemico e simbolico e, soprattutto, si farà chiarezza circa il suo vero significato. Erroneamente ritenuto un demone facente parte della gerarchia infernale: potremmo definirlo demone esoterico piuttosto. Il suo valore simbolico originario è molto discusso; pare infatti che i Templari adorassero un idolo misterioso cui dovevano rendere omaggio una volta iniziati all’ordine. Spesso Baphomet è utilizzato in ambito massonico e satanista. Verità? Finzione? Andiamo a scoprirlo insieme!

Ecco il link del video:

https://www.youtube.com/watch?v=ovRrPwTNRko

 

Canale Telegram – Esoterismo

Canale Telegram, “Esoterismo”, dedicato a discussioni inerenti tutto ciò che concerne il mondo esoterico: demonologia, simbologia, alchimia, spiritismo, mitologia, antropologia, escatologia, magia, antichi grimori.

https://t.me/joinchat/y6m9UanCmRE2OTE8

Evocazioni demoniache

https://www.youtube.com/watch?v=yZ13pgLeHEg

L’attrazione fatale del male

Daemonum Pseudomonarchia, Ars Goetia, Sanctum Regnum, Gran Libro Nero, Compendium Maleficarum e Dragone Rosso sono i titoli di alcuni tra i più famosi testi di evocazioni infernali, detti anche grimori. In realtà l’uomo, per motivi antropologici ed evolutivi sui quali non ci soffermeremo, è sempre stato attratto dal male nelle sue più svariate forme e la sterminata bibliografia in merito ne è la prova. In tutta onestà, poco è cambiato dai tempi in cui re Salomone evocava i demoni per farsi aiutare nella costruzione del tempio tentando di assoggettarli alla propria volontà: egli era considerato un maestro nel trattare con le creature infernali e molti maghi hanno utilizzato i testi originali del suo rituale che era composto da parole ebraiche scritte in caratteri latini.

Daemonum Pseudomonarchia

Stregoneria, magia e incantesimi: facciamo chiarezza

Sovente i concetti di stregoneria, magia e incantesimo vengono confusi e identificati come sinonimi, ma la realtà è ben diversa.

Innanzitutto è necessario distinguere il ruolo storico della strega da quello del mago; è innegabile, infatti, che entrambi si servano della complicità del diavolo per ottenere i rispettivi scopi. La strega però è schiava del diavolo, mentre il mago utilizza un rituale segreto tramite il quale evoca gli spiriti infernali, che conosce dallo studio dei grimoires o dei libri neri, per assoggettarli alla propria volontà.

Una differenza non tanto sottile perché avere a che fare con i demoni comporta sempre dei rischi non trascurabili e non privi di spiacevoli controindicazioni.

I rapporti delle streghe col demonio

Ciò non toglie che le streghe abbiano contribuito in maniera significante alla diffusione del diavolo e dei suoi seguaci ed esiste una sterminata bibliografia (soprattutto gli atti dei processi inquisitori) in cui sono narrate le nefandezze compiute dalle streghe durante i sabba: una su tutte risulta significativa, ed è quella contenuta nel Compendium Maleficarum di Frà Francesco Maria Guazzo in cui, tra le altre cose, viene descritto in maniera particolareggiata un sabba.

L’ora dell’incontro avviene circa due ore prima della mezzanotte che, secondo Guazzo, è il momento migliore per qualsiasi manifestazione demoniaca. Il diavolo presiede la riunione e troneggia al centro del rito assumendo le terribili spoglie di un capro o di un cane; le streghe si avvicinano a lui per adorarlo e inneggiarlo muovendosi in posizioni alquanto stravaganti. Offrono al signore degli inferi vari tipi di candele nere o ombelichi di bambini e gli baciano l’ano. Il diavolo, assieme ad altri demoni, presenzia personalmente il banchetto che viene da costui benedetto con blasfemie. Alla fine del banchetto ogni demone prende per mano una discepola sotto la sua custodia e inizia così un folle turbinio di oscene danze, canti sacrileghi e orge sfrenate in cui non si distinguono più i demoni dalle streghe.

Tableau de l’inconstance des mauvais anges et démons, Perre de Lancre, Parigi, 1612

Seguaci del diavolo (xilografia del XVI secolo)

Questa colorita rappresentazione è stata lo spunto per identificare le riunioni sabbatiche nella tradizione romantica e moltissimi altri “autori” (per lo più sedicenti teologi e giuristi) confermano quanto descritto da Guazzo con aggiunte rispondenti in parte alla realtà.

Il diavolo, protagonista dei sabba

Nella maggioranza dei testi vi è comunque concordanza sul fatto che durante il sabba il diavolo fosse il protagonista assoluto e che venisse consumato sempre un lauto banchetto con canti, balli sfrenati e orge. Durante i cerimoniali era anche frequente l’antropofagia e le offerte sacrificali al demonio (spesso bambini).

Il diavolo ricompensava dunque le streghe e i seguaci con prodotti magici per operare malefici, oppure polveri e unguenti per volare o trasformarsi in bestie.

A parte l’aspetto folkloristico, a noi interessa soprattutto il modus operandi delle streghe che costituivano una vera a propria setta, infatti è interessante evidenziare che le streghe, e in minor parte gli stregoni, entravano a far parte del gruppo sabbatico perché scelti direttamente dal diavolo o perché, molto più verosimilmente, parenti di un’altra strega.

In ogni caso occorre quindi una profonda conoscenza dell’arte di evocazione per avere a che fare con le potenze infernali e le persone facilmente impressionabili o alle prime armi (e, più in generale, qualsiasi individuo) farebbero bene ad astenersi da tale compito.

Evocare il signore oscuro

Il demonio evocato, prima di assumere le sembianze di uomo, si rivelerà nelle forme più strane e aberranti e il mago dovrà stare bene attento a rimanere dentro il cerchio protettore perché, in caso contrario, verrebbe fatto a pezzi.

Il cerchio magico ha origini molto antiche e serve a proteggere l’incolumità dell’evocatore e, pur non potendolo identificare come un reale spazio fisico e materiale, ha la funzione di isolare le energie che possono distrarre e crea l’atmosfera adatta per i riti. Strumento essenziale nella Wicca e in passato utilizzato anche dalle streghe, il cerchio è più assimilabile a una sfera di energia che permette di varcare le soglie dello spazio e del tempo.

Il mago quindi dovrà porre molta attenzione a non mettere fuori dal cerchio nemmeno un dito perché i demoni non sono contenti di essere sottomessi dal mago e lo fanno solo per la preziosa ricompensa dell’anima ma, al primo passo falso dell’evocatore, sono ben lieti di ribellarsi e nuocere.

Almeno questa è la tesi predominante che si evince dai libri neri come ad esempio dal Sanctum regnum in cui sono scritte quelle che devono essere le regole d’ ingaggio con il demonio nel caso in cui lo si volesse evocare: innanzitutto è necessario essere sicuri circa l’identità del demone desiderato e non è affatto consigliabile disturbare Satana in persona se un suo subalterno è sufficiente a soddisfare i desideri del mago, inoltre, due giorni prima dell’evocazione è necessario recidere un ramo da un albero di nocciole selvatico con un coltello nuovo. Il ramo non deve mai aver mai prodotto frutti e deve essere tagliato all’alba. È inoltre importante scegliere un luogo isolato (un casolare abbandonato ad esempio) dove potersi concentrare e cominciare a tracciare sul pavimento il cerchio magico con una pietra sanguigna (ematite).

Il cerchio magico

All’interno del cerchio deve essere tracciato un triangolo ai lati del quale vanno poste due candele e alla base devono essere incise le lettere J, H, S (iniziali di Iesus Hominum Salvator) fiancheggiate da due croci. Poi ci si posiziona all’interno del triangolo stringendo in mano sia il ramoscello di nocciolo, sia la carta su cui precedentemente sono state scritte le richieste; a questo punto si è pronti per evocare il diavolo con un rito prestabilito con il quale ci si rivolge alle principali gerarchie infernali: Lucifero in primis, poi Belzebù, Astaroth e a seguire Lucifuge.

Cerchio magico

In pratica si costringe il demone a manifestarsi e, quando Lucifuge apparirà, chiederà subito spiegazioni specificando che non potrà soddisfare il comando del mago (solitamente l’evocatore chiede al demonio ricchezza e potere) se costui non abbandonerà il corpo e l’anima entro vent’anni.

E questo è il momento più delicato dell’evocazione perché il mago deve costringere all’obbedienza il demone senza promettergli niente (cosa affatto facile). Per cercare di aggirare l’ostacolo il libro nero consiglia di gettare fuori dal cerchio la pergamena con il patto firmato col sangue e di promettere al grande Lucifuge di ricompensarlo tra vent’anni per tutti i tesori che avrà rivelato. I demoni sono restii a concedere la propria firma e la custodiscono gelosamente quindi, con estrema probabilità, il demonio non accetterà e il mago dovrà insistere fino a che non avrà ottenuto quanto pattuito.

Quando il demonio avrà accettato di condurre il mago ai tesori nascosti, egli dovrà seguirlo facendo attenzione a uscire dal cerchio esattamente nel punto indicato nel cerchio magico e dopo averlo ringraziato. Esistono testi che propongono riti differenti e complicati per evocare il diavolo e quello proposto dal grimoire La Gallina Nera è uno dei più semplici da applicare; il mago dovrà recarsi all’incrocio di due strade con una gallina nera che non abbia mai deposto le uova e, mezzanotte in punto, la taglierà a metà dopo aver recitato una formula magica. In seguito, recitando altri scongiuri e inginocchiatosi con un bastone di cipresso di fronte a sé, rivolgerà il volto verso oriente e il diavolo si manifesterà all’istante.

Un mago si protegge all’interno del cerchio magico durante l’evocazione del diavolo (Compendium Maleficarum di Guazzo, 1608)

Magia nera e magia vaudou

Il metodo descritto fornisce l’opportunità di mettere in relazione differenti culture giacché il sacrificio di animali per evocare entità spirituali non è prerogativa delle culture occidentali; basti pensare infatti alla quasi totalità delle antiche religioni pagane oppure alle usanze della magia-religione vaudou in cui vengono “donati” animali agli spiriti per renderli benevoli. Tali spiriti, definiti Loa (dalla lingua congolose), sono considerati entità intermedie tra il Dio creatore e l’uomo e non assumono necessariamente accezioni negative perché possono essere spiriti benevoli se evocati e onorati seguendo le regole della tradizione vuduista (sacrifici animali appunto, danze e riti vari), ma in caso contrario possono divenire veramente malvagi e pericolosi.

Per evocare i loa sono necessari i vevè che altro non sono che sigilli sacri, disegnati a mano sul terreno soffice ed evidenziati con polveri varie, per attirare lo spirito richiesto. A tal proposito è impossibile non notare una certa somiglianza di alcuni sigilli per evocare i demoni presenti nella Goetia con i vevè vuduisti: nell’immagine sottostante sono confrontati il sigillo di Belzebù con il vevè di Aizan, spirito del potere ed essa stessa mambo (sacerdotessa vaudou).

Sigillo evocativo di Belzebù (Goetia) e Vevè del Loa Ayizan

I patti di sangue

E le somiglianze non finiscono qui perché anche nella magia (religione-folklore) vaudou sono presenti le possessioni e soprattutto i patti di sangue.

In un bosco alcuni uomini privi di vestiti sono seduti e disposti in cerchio; al centro del cerchio c’è una bevanda sacra (che aiuterà nella trance) e un animale che verrà sacrificato. Il fruscio della brezza notturna e dei rumori del bosco si mescolano ai bisbigli sussurrati degli uomini che, nel frattempo, si incidono la pelle della mano tra l’indice e il pollice. Il coltello utilizzato è passato di mano in mano fino a che, l’ultimo uomo lo getterà via fuori dal cerchio: in questo modo inizia un patto di sangue vaudou e, ancora una volta, risaltano gli elementi del cerchio, dell’animale da sacrificare e del sangue.

Non a caso i maghi stringono un patto di sangue con il diavolo poiché questo fluido rappresenta il vettore della vita strettamente connesso ai contenuti spirituali e ultraterreni dell’essere umano: questo concetto si tramanda nel tempo ed è presente in quasi tutte le religioni, rituali, superstizioni e tradizioni conosciute. Scambiarsi, mescolare o addirittura bere del sangue ha da sempre significato assumere un impegno indelebile che va al di là del tempo ed è soprattutto questo il motivo per cui si fa un patto di sangue. Il diavolo lo pretende e, d’altronde, con lui non si scherza affatto.

Abbiamo già detto che i demoni sono molto restii a concedere la loro firma e abbiamo anche sviscerato il significato simbolico del patto di sangue; questi due concetti sono ben esplicitati nel seguente episodio di cui è rimasta una presunta traccia.

 

La possessione delle monache del monastero di Loudun in Francia

Nei primi anni del 1600, nel monastero di Loudun (Francia), vi fu un caso di possessione diabolica di massa che, come si evince dai documenti degli inquisitori, fu causato dal sacerdote Urbain Grandier che strinse un patto scritto con le più alte gerarchie infernali (e per questo fu giustiziato sul rogo).

Il risultato fu che tutte le monache del monastero furono preda dei demoni e, in particolare, l’eccentrica e giovane suora Giovanna Degli Angeli figlia del barone Louis Bécier.

In aiuto di Giovanna fu inviato un prete, Padre Gault, che durante vari esorcismi riuscì a espellere alcuni demoni e fu talmente accorto e minuzioso da farsi scrivere un patto scritto addirittura firmato dal demone Asmodeo (tramite la mano di Giovanna). Questo documento, la cui veridicità è tutt’ora in discussione, è conservato nella Biblioteca Nazionale di Parigi ed è così traducibile: “Prometto che per lasciare questa creatura, le farò sotto il cuore un taglio lungo quanto una spilla che forerà e insanguinerà camicia, busto e vestito. E domani, sabato 20 maggio, alle ore cinque del pomeriggio, prometto che i demoni Gresil e Amand faranno simili fori, ma un pochino più piccoli. Inoltre approvo le promesse fatte da Laviathan, Behemot, Beherie e dai loro compagni, di firmar, partendo, il registro della chiesa di Santa Croce.

Addì, 19 maggio 1629.

Asmodeo

Documento firmato dal demone Asmodeo (Bibliothèque Nationale, Paris)

Il significato del documento appare abbastanza criptico ma, comunque, ben riconducibile ai concetti sopra esposti; Asmodeo, forte dell’alto rango infernale, si fa portavoce anche per gli altri demoni e promette di “liberare” il corpo della monaca in cambio di un piccolo taglio dal quale sgorgherà il sangue della giovane (un buon osservatore potrebbe intravedere due gocce di sangue dopo la settima riga).

Il patto col diavolo

Il concetto di patto con il diavolo ha sempre affascinato l’uomo e gli episodi, in epoca storica, sono innumerevoli. L’Italia, tra l’altro sede del Vaticano, non fa eccezione e difatti, nel Rinascimento, la magia, la negromanzia, la divinazione e le sottili arti esoteriche conobbero momenti di grande popolarità specialmente nelle élites intellettuali: l’accostamento alle arti oscure fu senz’altro favorito a causa della nascita del mito di Faust, ossia un mago che aveva promesso l’anima al diavolo in cambio della rivelazione dei segreti della conoscenza (e non della ricchezza materiale).

In realtà Johann Georg Faust fu un personaggio reale vissuto tra il 1480 e il 1540, alquanto stravagante e dotato di grande cultura: pare infatti che fosse un astrologo, un guaritore, un medico, un esorcista e uno studioso esoterico che viaggiava spesso per sete di conoscenza (sue apparizioni sono segnalate nelle maggiori città europee).

Le sue avventure furono messe nero su bianco nel libro Le storie e le avventure del dottor Johann Faust, stampato nel 1587, nel quale si narravano le peripezie e la vita di un maestro dell’occulto e, soprattutto, del suo patto con il diavolo Mefistofele.

Al mito di Faust contribuì enormemente il poeta tedesco Johann Wolfgang von Goethe con l’opera Faust (scritta tra il 1793 e il 1832) nel quale Faust si confronta con Mefistofele e altri demoni sancendo un patto di sangue ma, al momento di onorarlo, non finisce all’inferno e la sua anima viene salvata dalla dannazione eterna grazie alla passione e alla sincerità che impiega per perseguire i propri scopi e anche grazie al sacrificio dell’amata Margherita).

Prima di Goethe altri autori e letterati hanno parlato del patto col diavolo e uno dei primi a scrivere qualcosa in proposito fu il poeta francese Rutebeuf che scrisse dramma liturgico, messo in scena nel settembre del 1263. In esso si racconta la storia di san Teofilo di Adana, che vendette l’ anima al diavolo per ottenere potere e ricchezze ma in seguito, pentitosi, viene salvato dalla Beata Vergine.

A partire dal dramma di Rutebeuf molti altri hanno messo in scena commedie e opere musicali con la stessa tematica: col cambiare dei tempi muta anche il ruolo del diavolo che, a differenza della concezione medievale in cui veniva sempre sconfitto, talvolta risulta vincitore e protagonista.

La Chiesa e il diavolo

In passato nemmeno la Chiesa è stata risparmiata dalle accuse di stregoneria e numerosi papi furono accusati, nemmeno tanto velatamente, di essere in combutta con il diavolo. Ad esempio il papa Gregorio VII (1073-1085) era considerato agli oppositori protestanti un mago esperto e uno stregone che aveva stretto un patto col demonio. Stessa cosa per papa Benedetto XVI (1303-1304) che pare avesse guadagnato il pontificio con l’aiuto della magia e di molti demoni.

Va altresì detto che l’abitudine di attribuire ai papi aiuti da parte del diavolo era un’usanza abbastanza frequente da parte degli anticlericali e degli anticattolici e, in tutto, le accuse coinvolsero circa venti papi: difatti non è difficile rinvenire varie incisioni, stampe e xilografie che mostrano il papa alleato al diavolo.

 

Evocare il demonio oggi

Ai nostri giorni il concetto di evocazione demoniaca non è poi così cambiato anche se esistono vari maghi, sette, frequentatori di messe nere e satanisti che applicano differenti metodologie e su cui non desideriamo soffermarci; con il tempo tutto evolve e, attualmente, oltre al “vecchio” concetto di evocazione si aggiunge quello di invocazione spirituale, ovvero accettare uno spirito (non necessariamente un demone) dentro di sé creando un vincolo diretto: possiamo citare l’esempio (forse ai molti più familiare) del medium che, durante una seduta spiritica, cade in uno stato di trance e comincia a parlare con una voce diversa dalla propria e, nei casi più fortunati, anche a produrre ectoplasma che, secondo gli spiritisti, esprimerebbe la forma corporea fluida nella quale si materializzano le entità spirituali.

Abbiamo introdotto il concetto di spiritismo perché l’antica arte dell’evocazione dei morti (negromanzia) è sempre stata strettamente imparentata con l’evocazione diabolica; anche gli spiriti infatti venivano evocati per rivelare i tesori che loro stessi avevano nascosto quando erano sempre in vita oppure per rivelare il futuro.

Nel già citato testo Dragone Rosso (Lille, 1521) sono presenti minuziose indicazioni per evocare gli spiriti dei morti e non sono affatto dissimili alle metodologie indicate per evocare i demoni descritte in altri testi esoterici, come ad esempio nel Sanctum Regnum che abbiamo già descritto.

Alla fine del capitolo La grande arte di parlare con i defunti, contenuto nel Dragone Rosso, l’autore ammonisce il negromante dicendo che è assolutamente necessario non dimenticarsi le istruzioni descritte, nemmeno il più piccolo particolare perché altrimenti correrà il rischio di cadere nelle insidie dell’inferno.

Malefici prima causa di possessioni diaboliche

Livor Mortis

Questo è un concetto fondamentale, infatti la Chiesa cattolica tutt’ora considera i malefici una delle principali cause di possessione diabolica: malefici subiti a nostra insaputa, fatture, maledizioni e malocchio.

Ne è fermamente convinto anche il padre paolino modenese Gabriele Amorth che ammonisce severamente in merito alla pericolosità di far uso della magia occulta: il celebre esorcista sostiene che chiunque si rivolga ai maghi, ai cartomanti agli stregoni e chi partecipa a sedute spiritiche o a sette sataniche, chi si dedica all’occultismo e alla negromanzia, risulta seriamente esposto alla possessione diabolica.

Questo perché i demoni sono sempre alla ricerca di una via per nuocere all’uomo e toglierlo dalla salvezza di Cristo per cui, chi ricerca i morti o partecipa a messe nere, apre un portone a Satana e a varie legioni di demoni che non si fanno sfuggire l’occasione. Anche chi pratica fatture o malefici per nuocere a qualcuno si serve del demonio, quindi il male si può subire essendone all’oscuro.

D’altronde anche la Sacra Bibbia è molto chiara su questo aspetto (Deuteronomio 18, X-XII),  “Non si trovi in mezzo a te chi immola, facendoli passare per il fuoco, il suo figlio o la sua figlia, né chi esercita la divinazione o il sortilegio o l’augurio o la magia; né chi faccia incantesimi, né chi consulti gli spiriti o gli indovini, né chi interroghi i morti, perché chiunque fa queste cose è in abominio al Signore; a causa di questi abomini, il Signore tuo Dio sta per scacciare quelle nazioni davanti a te”.

Riflessione

Quindi chi vuole causare male è preda egli stesso del diavolo: superstizione? Mitologia? Credenza popolare? Preconcetto? Verità? Difficile rispondere a questi quesiti e ognuno, in cuor suo, si darà una spiegazione più o meno logica.

Una considerazione è d’obbligo però: le gerarchie infernali stanno bene dove sono, meglio non scomodarle per ottenere privilegi senza fatica, perché il diavolo non concede nulla senza avere in cambio niente!

 

Fonti

 Bibbia Sacra, tradotto in lingua italiana da Monsignor Antonio Martini. Prima Edizione, Londra 1828

I mille volti del Diavolo, Focus Storia n° 72, Ottobre 2012, © Gruner+Jahr/Mondadori S.p.A

Il Drago Rosso. Gran Libro Magico. L’Arte di Comandare gli Spiriti Celesti e Infernali, con molti secreti dell’Arte Magica, Pier Luca Pierini, Reis Edizioni

Il ritorno dell’Anticristo, Massimo Centini, Piemme Edizioni, 1996

Il soprannaturale e la religione popolare nel Medio Evo, Manselli R, Roma, 1985

L’ultimo esorcista, Paolo Rodari, Gabriele Amorth, Piemme Edizioni, 2012

Magia Vaudou, Rosamaria Nassetti, Edizioni Mediterranee, Roma, 1988

Storia della Magia, Kurt Seligmann, Casa Editrice Odoya srl, 2010; pagg. 249-257

The Encyclopedia of Demons and Demonology, Rosemary Guiley, @2009 by Visionary Living, Inc

 

 

 

 

 

 

Belzebù, comandante di 6.666 demoni

Comandante di 6.666 demoni

Per avere idea dell’importanza di Belzebù (Beelzebù, Beelzebub, Belzebù, Beelzeboul) basti dire che, secondo il cristianesimo medievale, egli comanda 6.666 demoni; questo numero non è casuale ed è arrivato a noi grazie alle profezie della Monaca di Dresda, una giovane suora vissuta a cavallo tra il XVII e il XVIII secolo, che scrisse le sue profezie in tedesco e in latino. La suora profetizzò che Satana avrebbe regnato sulla terra per diciotto anni che, guarda caso, sono esattamente 6.666 giorni: questo numero risente sia del famoso 666 apocalittico (il numero della bestia, dell’Anticristo) ma, soprattutto, del numero di creature infernali sottomesse a Belzebù.

Un pezzo grosso

Stiamo parlando di un vero “pezzo grosso” quindi, che occupa un ruolo di vertice nella gerarchia infernale essendo secondo solo a Satana e ad Astaroth. Secondo la tradizione cabalistica invece Belzebù, assieme a Bodon, comanda il gruppo di spiriti della menzogna (chaigidel). L’importanza di questo principe infernale è tale che Dante Alighieri, nella Divina Commedia (Inferno, XXXIV, 127), parla di Belzebù come di “principe de’ dimoni e de’ traditori di loro signori”, identificandolo con Lucifero.

Le origini

Come sovente accade per molti demoni, il suo nome è fonte di discussioni e discordanze, ma pare che l’ipotesi più accreditata sia quella che lo fa derivare dal grande dio-toro bianco Baal Zephon, signore della profezia e della fertilità, che era adorato a Canaan. I Cananei lo adoravano come re dell’Oltretomba settentrionale e i Filistei di Accaron avevano adottato da loro questo culto. Era conosciuto anche con l’epiteto Baal-Zebul, il “Signore della dimora del Nord”, che assegnò il nome alla tribù di Zabulon e veniva venerato sul monte Tabor. Quando il re di Israele Acozia consultò il suo oracolo ad Accaron (Ekron), fu rimproverato da Elia il Tisbita per non aver consultato l’oracolo di Israele poiché sospettava che Baal-Zebul fosse in realtà un Dionisio autunnale, adorato proprio presso il monte Tabor da fedeli che erano soliti mangiare l’Amanita muscaria (un fungo velenoso) che creava loro forti allucinazioni e stati di trance (2 Re, I, 1-4).

Belzeebù e Gesù

All’epoca di Gesù che, tra l’altro, venne accusato di traffici poco chiari con Belzeebù, i regni d’Israele e di Filistea erano stati da molto tempo soppressi e i santuari di Accaron e di Tabor completamente distrutti. Le funzioni di Baal-Zebul erano state assunte dall’arcangelo Gabriele e il dio, precedentemente glorioso, fu ridotto a malevolo demone e chiamato sarcasticamente Baal-Zebub, signore delle mosche. Nel Nuovo Testamento, infatti, Baal-Zebub diviene il principe dei demoni (Matteo XII:24 e Luca XI:15). La tradizione vuole comunque che i macellatori leviti avessero conservato l’antico e pagano rito di voltare verso nord la testa della vittima durante i sacrifici.

Signore delle mosche

Appare comunque chiaro che il nome sia un composto di Baal, traducibile dal fenicio come signore e zebub, che per alcuni studiosi significherebbe mosche mentre, per altri, letamaio. E’ proprio la traduzione che identifica Belzebù come signore delle mosche che ci fornisce lo spunto per comprendere appieno le origini di questo potente e temuto demone. In molte antiche culture le mosche erano considerati animali imperfetti che si generavano dalla corruzione e che si diffondevano ovunque portando malattie e contaminando i cibi. Soprattutto in Oriente questi insetti erano (e sono) un vero flagello e la visione demonologica di Zoroastro ha simboleggiato questa calamità con la diavolessa Nasu che rappresenta la putrefazione, l’impurità e la decadenza. Sempre secondo questa visione, esistono cani e uccelli divoratori di cadaveri (necrofagi) che sono in grado di scacciare Nasu con una sola occhiata: impaurito dal loro sguardo il demone fugge dai cadaveri assumendo la forma di una grottesca mosca.

I testi apocrifi

Ovviamente anche i testi apocrifi sono ricchi di riferimenti a Belzebù, come ad esempio nel Vangelo di Gamaliele (maestro ebreo vissuto nel I secolo) quando si narrano le vicende di Pilato alle prese con le autorità ebraiche al sepolcro di Gesù che lo accusano di non avere “nessuna idea delle opere che Gesù ha compiuto con l’aiuto di Beelzebub, sia durante la sua vita sia alla sua morte”. E ancora ne troviamo traccia nel Vangelo Esseno della Pace dalle stesse parole del Signore che definisce Belzebù come “principe di tutti i demoni e fonte di ogni male, è in agguato nel corpo di tutti i Figli degli Uomini”, che è anche signore di ogni male e che insidia i figli degli uomini promettendo loro agiatezze che in realtà non concederà mai.

La fama di Belzebù era ben nota anche in Occidente infatti, Pierre Le Loyer (primo consigliere del re di Francia ed esperto occultista e demonologo, 1550-1634), ci tramanda la storia di una donna indemoniata della città di Laon, dalla cui bocca, durante un esorcismo, fuggì Belzebù assumendo la forma di una mosca. Durante il periodo del cristianesimo Belzebù era considerato il sovrano dell’impero delle tenebre e la sua fama dette origine ad altre mosche diaboliche, folletti che venivano nutriti dalle streghe inglesi e alla gigantesca mosca che punse Cuniberto, re dei longobardi, mentre era in procinto di discutere con un suo consigliere circa l’uccisione di due gentiluomini che l’avevano precedentemente provocato. I cortigiani dettero quindi la caccia all’essere mostruoso ma riuscirono solamente a tagliargli una zampa. Nel frattempo i due gentiluomini furono avvicinati da un uomo spossato e senza una gamba che li ammonì circa la collera del re riuscendo così a salvarsi.

Belzebù nei principali grimori

L’importanza di tale demone nella gerarchia infernale è testimoniata anche dall’opera “Dragone Rosso” (Lille, 1521) nel quale Belzebù è secondo soltanto a Lucifero e viene inoltre ritratto come un principe (infernale) dal profilo sgraziato.

Ritratti di Diavoli, Dragone Rosso (1521)

 

E’ curioso il fatto che Jhon Wier, grande viaggiatore che raccoglieva informazioni sui demoni in ogni paese che visitava e  convinto assertore della reale personalità corporea dei demoni e non soltanto di quella spirituale, nella sua Pseudomonarchia Daemonum (appendice del De praestigiis daemonum del 1577) non faccia menzione di Belzebù nei 69 demoni descritti: probabilmente perché identificato con il demone Bael (tutt’ora spesso i due demoni vengono confusi). Al contrario, nel famoso Dictionnaire Infernal di J.A.S. Collin de Plancy (Parigi 1863), Belzebù è visto come un demone di primaria importanza e viene rappresentato come un’enorme e terribile mosca con disegni di teschi e tibie incrociate (skull and crossbones) sulle ali.

Belzebù, Dictionnaire Infernal (1863)

 

Anche nel grimorio Goetia, che è sostanzialmente una pratica magica che concerne l’invocazione e l’evocazione di demoni e che contiene le descrizioni dei 72 demoni che si dice furono evocati da Salomone, si ribadisce l’importanza di questo demone e, infatti, sono addirittura due i sigilli necessari per la sua evocazione che, tra l’altro, pare sia sempre accompagnata da un brusio simile a quello emesso dalle mosche (oltre che da un fetore nauseabondo). Inizialmente egli si manifesta sia come una gigantesca e mostruosa mosca oppure come un essere mostruoso di notevole altezza. Nella sua veste finale si presenta con viso e petto gonfi, narici enormi, corna, ali di pipistrello, piedi d’anatra, coda di leone e folti capelli neri.

Sigilli di Belzebù, Goetia

 

Belzebù e magia vaudou

Da studi personali effettuati è emerso che vi siano delle similitudini tra i sigilli evocativi dei demoni rinvenibili nella Goetia con alcuni simboli evocativi tipici della cultura vaudou. Nell magia-religione vaudou in cui vengono “donati” animali agli spiriti per renderli benevoli. Tali spiriti, definiti Loa (dalla lingua congolose), sono considerati entità intermedie tra il Dio creatore e l’uomo e non assumono necessariamente accezioni negative perché possono essere spiriti benevoli se evocati e onorati seguendo le regole della tradizione vuduista (sacrifici animali appunto, danze e riti vari), ma in caso contrario possono divenire veramente malvagi e pericolosi.

Per evocare i loa sono necessari i vevè che altro non sono che sigilli sacri, disegnati a mano sul terreno soffice ed evidenziati con polveri varie, per attirare lo spirito richiesto. A tal proposito è impossibile non notare una certa somiglianza di alcuni sigilli per evocare i demoni presenti nella Goetia con i vevè vuduisti: nell’immagine sottostante sono confrontati il sigillo di Belzebù con il vevè di Aizan, spirito del potere ed essa stessa mambo (sacerdotessa vaudou).

Vevè del Loa Ayizan

Sigillo evocativo di Belzebù (Goetia) e Vevè del Loa Ayizan

Belzebù nel medioevo

Pare che in epoca medievale Belzebù fosse molto apprezzato dalle streghe e spesso evocato durante i sabba ed esistono diverse storie in cui viene descritto mentre copula con loro in orge selvagge. Inoltre era evocato spesso durante le messe nere dell’alta società molto in voga nel diciassettesimo secolo ma, seppur lo stregone fosse molto esperto, doveva fare molta attenzione perché il presentarsi di Belzebù spesso causava la morte per epilessia, apoplessia o strangolamento e, infine, una volta evocato era molto difficile da mandare via.

Protagonista di poemi

Belzebù è anche uno dei protagonisti nel poema drammatico Faust scritto da Johann Wolfgang von Goethe: viene descritto come uno dei demoni che si manifestano a Faust ed è Lucifero stesso a sottolinearne l’importanza allorché si presenta “Lucifero e costui (riferito a Belzebù) è signore in inferno accanto a me”. Citiamo altre due frasi del Faust perché descrivono bene l’indole di questo demone: “Faust, siamo venuti in persona dall’inferno a mostrarti qualche visione che ti svaghi: siedi, e vedrai apparirti i sette peccati mortali nei loro veri aspetti…Tu non dovresti più pensare a Dio”.

Gli esorcismi

Belzebù, dall’alto del suo rango privilegiato negli inferi, è sempre stato molto attivo nei casi di possessione, tra i quali è importante ricordare quello molto celebre di Nicole Obry a Laon (Francia) nel 1556, e quello delle suore (in particolare della suora Giovanna degli Angeli) del monastero di Loudun (Francia) che portò all’esecuzione capitale del sacerdote Urbain Grandier in quanto accusato di aver stipulato un patto con il diavolo. La sua colpevolezza fu provata, oltre che dalle accuse di Giovanna che parlava in nome di Lucifero, anche da un patto con il diavolo che fu rinvenuto in casa sua e che mostrava in calce i contrassegni infernali di Lucifero, Belzebù, Astaroth, Leviathan e di altri demoni. Il documento è conservato tutt’ora nella Bibliothèque Nationale a Parigi.

Contratto stipulato tra il diavolo e Urbain Grandier, Parigi, Bibliothèque Nationale

Un demone difficile durante gli esorcismi

Numerosi esorcisti testimoniano che ancor oggi Belzebù è uno dei principali demoni che causa possessioni e anche uno dei più difficili da scacciare poiché, essendo un demone di rango superiore, spesso è accompagnato da intere legioni di demoni. È considerato per eccellenza il demonio della discordia e non sopporta soprattutto il Credo.

 

Fonti

 

Bibbia Sacra, tradotto in lingua italiana da Monsignor Antonio Martini. Prima Edizione, Londra 1828

Dictionnaire Infernal, J.A.S. Collin de Plancy, Parigi 1863

 Il ritorno dell’Anticristo, Massimo Centini, Piemme Edizioni, 1996

La Dea Bianca, Robert Graves, Editore: Adelphi Edizioni, Febbraio 2009http://it.wikipedia.org

Pseudomonarchia daemonum, J. Weyer, Basilea, 1577

 Storia della Magia, Kurt Seligmann, Casa Editrice Odoya srl, 2010

 The Encyclopedia of Demons and Demonology, Rosemary Guiley, @2009 by Visionary Living, Inc.

(http://www.treccani.it/enciclopedia/belzebu_(Enciclopedia-Dantesca)/)

(http://www.vangeliapocrifi.it/)

 

Behemoth, un mostro biblico divenuto demone

Origini

Behemoth, un antico e importante mostro biblico. Secondo la demonologia moderna Behemoth è il guardiano notturno degli inferi ed è considerato uno dei sei capi dell’inferno. In realtà stiamo parlando di un antico demone che sembra derivare dalla dea egizia Taweret, ovvero la dea ippopotamo rappresentata come un essere antropomorfo con corpo di ippopotamo, zampe di leone, dorso e coda di coccodrillo, mammelle cadenti e braccia umane: non è raro inoltre che venisse raffigurata mentre brandiva un coltello o una torcia. Essa era la protettrice delle donne durante la gravidanza, il parto e l’allattamento. Un’entità non malevola quindi. Questa tesi trova riscontro negli scritti di Erodoto il quale sosteneva che a Pamprenis era venerata una dea, moglie del grande dio Set, che veniva chiamata Taurt (tradotto letteralmente, “la grande”), padrona della gravidanza.

Statuetta della dea egiziana Taweret (Heilbrunn Timeline of Art History. New York: The Metropolitan Museum of Art, 2000)

L’animale

Il suo nome sembra derivare dall’ebraico Bəhēmôth, Behemot, oppure B’hemot e, con estrema probabilità, trattasi della forma plurale della parola bəhēmāh che letteralmente è traducibile come animale: d’altronde è noto che nella lingua ebraica venisse spesso utilizzato il pluralis excellentiae, ovvero riferirsi al plurale ad un soggetto per sottolinearne e ampliarne l’importanza. E’ possibile trovare un chiaro esempio di questo concetto nella Sacra Bibbia e in particolare nella Genesi, in cui viene menzionato El (Dio) con desinenze plurali (Elohim) e tutti i verbi ad esso riferiti al singolare. Non a caso per Behemtoh è stato utilizzato il pluralis excellentiae dato che si voleva metterne in evidenza la grandezza e la forza superiore alle altre creature esistenti.

Behemoth nei grimori

Nel celebre Dictionnaire Infernal di Collin de Plancy (1818) Behemtoh è raffigurato come un paffuto elefante in accordo col significato che gli viene attribuito, ovvero quello di un demone godereccio e disinibito dedito ai piaceri del cibo e a quelli sessuali. Talvolta, secondo altre credenze, egli viene rappresentato come un grosso ippopotamo o come un grande bufalo che vive nelle paludi. Behemoth è inoltre uno dei mostri biblici descritti nella Sacra Bibbia (Giobbe, 40, 15-24), in molti testi apocrifi e nei miti ebraici: in ognuna di queste opere è sempre stato associato ad un’altra creatura leggendaria, il forse più noto Leviathan.

Behemoth, Dictionnaire Infernal

Behemoth nella Bibbia

E’ molto interessante notare che sia nella creazione secondo la Genesi descritta nella Sacra Bibbia, che nella creazione secondo altre fonti bibliche, si parli sia di Tohu che di Bohu. Si narra infatti che quando Dio si dispose a creare il cielo e la terra, nulla trovò intorno a sé. Nulla se non Tohu e Bohu, ossia il caos e il vuoto.

Occorre però analizzare a fondo il significato di questi due nomi (tutt’ora molto discusso), infatti, secondo diversi studiosi, è sufficiente unire il suffisso m a Tohu per farlo divenire Tehom, il nome biblico di un primordiale mostro marino e che rappresenta gli abissi delle acque primordiali. Inoltre al plurale Tehom diviene Tehomot. Sempre utilizzando il medesimo suffisso, Bohu diventa Behom e al plurale Behomot, ossia la parte terrestre del mostro marino Leviathan descritto nel libro di Giobbe.

Possiamo quindi dedurre dalla prima e dalla seconda Genesi che il mondo, ai primordi, fosse composto dal mostro marino Tohu e da quello terrestre Bohu e che le loro reali identità, ovvero Tehomot e Behomot, siano state cancellate per motivi di dottrina poiché hanno assunto successivamente il significato di caos e vuoto e che solamente Dio è il responsabile della successiva creazione di Tehomot (ossia Leviathan) e Behemoth.

Behemoth e Leviathan

In particolare nella Sacra Bibbia si parla di Behemoth nel momento in cui Dio paragona la forza del mostro con quella del Leviathan; in alcune versioni della Bibbia e nel testo ebraico al posto di ippopotamo c’è Beemòt: “Guarda l’ippopotamo che ho fatto al pari di te; esso mangia l’erba come il bue. Ecco la sua forza è nei suoi lombi, il suo vigore nei muscoli del ventre. Stende rigida come un cedro la coda; i nervi delle sue cosce sono intrecciati insieme. Le sue ossa sono tubi di bronzo; le sue membra, sbarre di ferro. Esso è il capolavoro di Dio; colui che lo fece l’ha fornito di falce, perché i monti gli producono la pastura; là tutte le bestie dei campi gli scherzano intorno. Si sdraia sotto i loti, nel folto dei canneti, in mezzo alle paludi. I loti lo coprono della loro ombra, i salici del torrente lo circondano. Straripi pure il fiume, esso non trema; rimane calmo, anche se avesse un Giordano alla gola. Potrebbe qualcuno impadronirsene assalendolo di fronte, o prenderlo con le reti per forargli il naso?” (Giobbe 40,15-24 – Nuova Riveduta).

E ancora in Giobbe 40, 20: “Egli è la prima delle opere di Dio; solo il suo Creatore lo minaccia di spada”, quindi Behemoth è descritto come una creatura terrestre imbattibile che può essere sconfitta solo da colui che l’ha creata, cioè Dio.

Behemoth e Leviathan, incisione di William Blake.

I testi apocrifi

Si rinvengono inoltre molti riferimenti anche nei testi escatologici ebraici e nella letteratura apocrifa come ad esempio nell’Apocalisse siriaca di Baruc (XXIX, 4): “Behemot si rivelerà dal suo luogo e Leviathan salirà dal mare, entrambi i grandi draghi che ho creato il quinto giorno della creazione e ho custodito fino a quel tempo, e allora diverranno libro per tutti coloro che saranno rimasti”. Oppure nel discusso libro di Enoch (lx. 7-9), in cui egli parla del giorno del giudizio universale: “In quel giorno due mostri saranno separati: la femmina si chiamerà Leviathan e avrà la sua dimora negli abissi, il maschio avrà il nome di Behemòt e occuperà con il suo petto un deserto sterminato chiamato Dendain a est del giardino degli eletti”.

E ancora nel testo apocrifo di Esdra in cui si dice che Dio il quinto giorno abbia creato due grandi mostri, Leviathan e Behemoth, e che li abbia separati donando a quest’ultimo una parte del territorio, che era stato prosciugato il terzo giorno della creazione, in cui vi sono un migliaio di montagne. In pratica Dio li divide tenendo Behemoth sulla terra ferma e mandando il Leviathan negli abissi, per timore che l’unione dei loro pesi posa spezzare le volte della terra (II Esdra VI, 47-52; Enoch LX, 7-8).

Behemoth nel mito culturale

Come spesso accade quando si parla di antichi demoni, è la tradizione mitologica a fornire il più ampio ventaglio di interpretazioni. Ad esempio nel passo ebraico in cui viene descritto il Leviathan che si abbevera dalle acque del Giordano nel punto in cui questi sfocia nell’oceano attraverso un canale segreto. Quando costui ha ancora sete provoca un tale accrescere delle acque che per settant’anni esse turbano la calma dell’abisso, e persino Behemoth, sulle mille montagne, da segni di terrore. Non a caso alcuni studiosi predicono un duello tra il Leviathan e Behemoth: dopo uno scontro che avrà suscitato il maremoto, le corna ricurve di Behemoth apriranno uno squarcio nel Leviathan, mentre le pinne aguzze del Leviathan feriranno Behemoth (Lev. Rab. 13, 3).

Altre fonti sostengono che i due mostri si siano massacrati a vicenda e che Dio avrebbe inviato a occuparsene gli angeli Michele e Gabriele : vendendo però questi ultimi impotenti di fronte alle possenti bestie, se ne sarebbe occupato lui stesso (Pesiqta di R. Kahana, 29, 188 a-b; Mid. Alphabetot, 98; Ginzeberg, LJ, V, 43).

Behemoth la bestia ippopotamo

Come già accennato Behemoth, la prima bestia terrestre creata, somiglia ad un enorme ippopotamo con la coda grossa quanto un tronco di cedro e le ossa come tubi di ottone e governa le creature sulla terra che le corrono intorno quando essa si riposa tra i fiori di loto, le felci e i giunchi oppure quando pascola sulle montagne. Dio lascia così che Behemoth pascoli sulle mille montagne e, benché ne rada l’erba in un sol giorno, ogni giorno l’erba ricresce. Pare inoltre che Behemot fosse carnivora dato che le montagne avessero molti animali per sua pastura. Inoltre l’estate la rendeva così assetata che in una sola sorsata poteva prosciugare tutte le acque affluenti nel fiume Giordano: allora si abbeverava presso un’enorme sorgente che sgorgava dall’Eden, chiamata Jubal.

Proprio a causa del suo insaziabile appetito Dio ne creò uno solo impedendogli così di moltiplicarsi. Al solstizio di estate durante il mese di Tammuz, il Behemot raggiunge il suo massimo vigore, si alza sulle zampe posteriori e ruggisce in maniera terrificante; è udito da tutti gli animali del mondo, i quali terrorizzati diventano meno feroci e i predatori evitano così di assaltare i cuccioli per un anno intero. Il Behemoth inoltre, assieme al Leviathan e allo Ziz, fu creato soltanto per essere servito come una delle prelibatezze del banchetto messianico alla fine dei giorni.

Nessuno sa se Behemoth sia stato modellato con acqua, luce e polvere oppure se, più semplicemente, gli fu ordinato di sorgere dal suolo. Non è dato neppure sapere se questa prodigiosa bestia nacque solitaria o se avesse avuto un compagno come tutti gli altri esseri viventi (Giobbe, XL, 15- 24; Gen. Rab., 52).

Dai testi riportati sembrerebbe quindi che Behemoth somigliasse verosimilmente a un grosso bue selvaggio dal momento che pascolava liberamente sulle montagne poste quasi sicuramente alle sorgenti del Nilo e perché avesse ferito il Leviathan con le sue grandi corna. Nonostante tutto però Behemoth viene considerato, dalla maggior parte degli studiosi, come un possente ippopotamo. La descrizione di Behemoth in Giobbe XL coincide infatti perfettamente con le caratteristiche di questi grandi e mansueti erbivori dalle potenzialità distruttive che furono sterminati già nell’antico Egitto per gli ingenti danni che causavano ai raccolti lungo il fiume Nilo.

Conclusioni

A noi contemporanei comunque poco importa se Behemoth assuma la forma antropomorfa di un ippopotamo, di un elefante o di un grosso bue: come per i suoi colleghi demoni si parla infatti di un’entità fatta di spirito che va temuta e rispettata. L’evoluzione che gli uomini gli hanno affibbiato, da mitologica bestia a demone, non ha infatti intaccato le sue capacità distruttive e malevole.

 

Fonti

Bibbia Sacra, tradotto in lingua italiana da Monsignor Antonio Martini. Prima Edizione, Londra 1828

Call for Papers for the First Vatican Coffin Conference – Città del Vaticano, 19-22 June 2013

Dictionnaire Infernal,  J.A.S. Collin de Plancy, Parigi 1818

 Il ritorno dell’Anticristo, Massimo Centini, Piemme Edizioni, 1996

I Miti Ebraici, Robert Graves e Raphael Patai, Tea Edizioni, 1988, pagg. 55-62

(http://www.eternalegypt.org)

(http://www.archaeogate.org)

(http://www.jewishencyclopedia.com)

(http://www.universonline.it/_misteri/dizionario_dei_mostri/mostri_biblici/)

 

 

 

 

 

 

Satana e Lucifero

Introduzione

Quasi tutti conoscono Satana, re assoluto degli inferi e avversario per eccellenza del bene, che la maggior parte delle volte è identificato con Lucifero, angelo caduto.

Ma le cose stanno proprio in questo modo? Per comprendere meglio l’argomento è necessario approfondire lo studio dei testi sacri, di quelli apocrifi e degli esorcismi. In sintesi la Bibbia sostiene che Lucifero in origine fu creato da Dio come uno splendido angelo: più precisamente un cherubino (secondo altre fonti invece era un serafino), e Dio lo circondò di beni e bellezza.

La caduta di Lucifero

Lucifero occupava quindi un posto di rilievo nei cieli dato che i cherubini, secondo la classificazione delle schiere angeliche, sono posti “oltre il trono di Dio”, ovvero molto vicini al loro creatore. Secondo alcuni studiosi i cherubini occupano la Prima Sfera angelica e posseggono, assieme ai Serafini, una perfetta conoscenza dell’amore di Dio.

In questa sede però non desideriamo approfondire le gerarchie angeliche e nemmeno il motivo per il quale un cherubino o serafino sia divenuto un angelo caduto, cacciato dal regno dei cieli assieme a coloro che si sono schierati con lui. Il motivo della sua caduta è ampiamente descritto nella Bibbia (ad esempio Isaia 14:3-20, e Apocalisse 12:3-4). Nel Nuovo testamento Lucifero è identificato con Satana (Luca 10:18, II Corinti XI, 14) e nel Targum (Bibbia Ebraica) con Samaele (Targ e Giobbe XXVIII, 7).

Lucifero di Burlamacco, Camposanto Monumentale di Pisa

Satana e Lucifero, due entità distinte?

Lucifero, a seguito della ribellione contro Dio, è divenuto Satana (o viceversa?) che, tradotto letteralmente dall’ebraico significa avversario, contrappositore, contraddittore.

I principali testi sacri offrono versioni pressoché concordanti, ma sono i testi ebraici e quelli apocrifi a fornirci alcuni interessanti spunti di riflessione e, in particolare, quando si parla della ribellione di Samaele.

La maggior parte degli studiosi sostiene che il serpente dell’Eden fosse Satana mascherato: vale a dire l’arcangelo Samaele. Egli si ribellò il sesto giorno della creazione a causa di un’incontenibile gelosia nei confronti di Adamo, che Dio aveva ordinato a tutti gli abitanti dell’Eden di riverire.

L’arcangelo Michele obbedì, ma Samaele si ribellò rifiutandosi di adorare un essere che lui considerava inferiore. Alle minacce di Michele, Samaele replicò: “Se egli (Dio) si adirerà, io mi farò un trono al di sopra delle stelle e mi proclamerò Dio”.

Michele in tutta risposta lo scaraventò fuori dal cielo, nelle viscere della terra dove, ancora oggi, egli continua a tramare contro il volere di Dio. Questa versione di poco si discosta dalle altre sacre scritture; ne esiste anche un’altra che a prima vista può sembrare di poco differente ma che, in realtà, apre nuovi scenari in quanto viene distinta la figura di Samaele con quella di Satana.

Satana e Samaele

Pare che il nome Samaele sia un cacofonismo per “Shemal”, una divinità siriana. Nei miti ebraici Samaele assume una posizione ambigua poiché talvolta è inteso come “capo di tutti i demoni” e, a volte, “il più grande principe del cielo” che regna sugli angeli.

Il titolo di Satana, ossia “nemico”, lo identifica sia con Helel, “Lucifero figlio dell’alba”, sia con il serpente che nel giardino dell’Eden cospirò per la caduta di Adamo.

Vari studiosi ebraici lo identificano con il “Cosmocreator” o “Demiurgo” gnostico e, sotto quest’aspetto, è interessante la similitudine con il cosmocreatore greco Ofione che era un serpente. Inoltre Michele guidò gli ospiti del cielo contro il falso cosmocreatore perché era stato nominato arcangelo proprio in quel giorno. Nella cultura greca Ermete (Mercurio) ottenne lo stesso potere planetario e fu aiutato da Pan a salvare Zeus dal titano ribelle Tifone, durante la battaglia mortale sul monte Saphon.

La luce e le tenebre

Alcuni studiosi affermano, infatti, che Satana non era Samaele ma, probabilmente, il principe delle tenebre che si era opposto al volere di Dio prima ancora che questi avesse ordinato: “Sia la luce”.

Anche in questo caso Satana si ribellò a Dio perché avrebbe voluto che l’universo fosse creato dalle tenebre e non dalla luce.

Dio lo punì assieme ai suoi angeli, rinchiudendoli in un carcere buio nelle viscere della terra, dove ancora languiscono con volti spettrali e sono tutt’ora riconosciuti come custodi.

Questa versione contiene al suo interno concetti molto importanti, perché che la tenebra fosse esistita molto prima della creazione, non semplicemente come assenza di luce, ma come un’entità positiva, lo credevano tutte le popolazioni del medio oriente e del mediterraneo. I Greci credevano nella “madre notte”, mentre gli Ebrei nel “principe delle tenebre”.

Il termine “custodi”, nome dato agli angeli di Satana nel secondo libro apocrifo di Enoch, riunisce in sé due parole aramaiche: irin, riferito agli angeli in Daniele IV 10, 14, 20 e qaddishin, ovvero “esseri sacri”. Una traduzione più appropriata sarebbe “angeli custodi” che si accorderebbe meglio sia con le loro funzioni che con il significato dei loro nomi.

La luce e le tenebre

Anche le classiche opere di demonologia come ad esempio lo Pseudomonarchia daemonum, il Dictionnaire Infernal e la successiva Ars Goetia, non ci vengono in aiuto dato che, in esse, non si fa distinzione tra Lucifero e Satana.

Altre correnti di studiosi pongono sostengono che il passaggio da Satana a Lucifero sia avvenuto nel momento in cui il cristianesimo di distaccò dall’ebraismo: questa tesi è suffragata da dai testi sacri e sembra trovare un buon riscontro che cercheremo di sintetizzare di seguito.

Un fatto abbastanza sconcertante è che nel Vecchio testamento Satana viene menzionato pochissime volte e, addirittura, nel Pentateuco è ignorato. In realtà, leggendo con attenzione la Genesi, si evince che il serpente tentatore che porterà Adamo ed Eva alla perdizione eterna, non è affatto identificato con Satana. E’ possibile quindi affermare che Satana prese vita molto tempo dopo Adamo ed Eva e le prime tracce si rinvengono nel Libro di Giobbe che costituisce il ventiduesimo libro della Bibbia cristiana e che, con estrema probabilità, fu scritto agli inizi del V secolo a.C.: in questo periodo gli ebrei erano stati già esuli per vari anni a Babilonia e, in seguito, erano arrivati nell’area persiana.

Antiche parentele

È interessante notare che nelle culture mesopotamiche e persiane venivano adorati dei molto simili al nostrano Satana: questo vuol dire che le influenze mediorientali hanno influito in maniera sostanziosa a dar vita al principe dell’inferno che noi ben conosciamo.

Come già accennato, è nel Libro di Giobbe che Satana fa la sua comparsa. La storia è nota a tutti: Giobbe viene colpito da una serie di disgrazie causate appunto da Satana che vuole indurre il buon uomo a maledire Dio. Giobbe resiste e alla fine viene premiato.

Quello che ci interessa è il fatto che Satana, prima di tentare Giobbe, chiede il permesso a Dio: gli viene concesso anche se con dei limiti.

Satana ci mette alla prova

Appare quindi chiaro che, in questo caso, Satana non è considerato come l’antitesi di Dio, come il bene contrapposto al male, ma piuttosto come un vettore che causa il male per mettere alla prova la tempra religiosa degli uomini; sembra che operi in accordo con il Creatore.

Una versione alquanto distante dal Satana tipico della teologia cristiana. Lo studioso Georges Minois sostiene appunto che questo cambiamento avvenne nel momento in cui il cristianesimo iniziò a camminare con i propri passi e a distinguersi dall’ebraismo. Inoltre fa notare che il personaggio Satana conquista la scena nel Nuovo Testamento in cui è citato 188 volte: come non ricordare infatti quando Satana (?)  insidia Cristo nel deserto per tre volte e altrettante viene scacciato.

Il seguito lo conosciamo bene e, nonostante la teologia cristiana avesse rigettato i fatti narrati nei vangeli apocrifi, mantenne l’idea di Satana come ex angelo: “Tu, portatore di luce, figlio dell’aurora, perché sei caduto dal cielo?” (Isaia 14:12). Il portatore di luce divenne così Lucifero, angelo ribelle cacciato da Dio.

Ricordiamoci anche che l’aspetto del diavolo è mutato nei tempi; quello paleocristiano aveva, infatti, un bell’aspetto ed era più Lucifero che Satana. Nel tardo medioevo poi avvenne il cambiamento da essere lucente e bellissimo a bestia immonda simile all’antico dio agreste Pan (che influì moltissimo a conferire l’aspetto bestiale e terrificante al diavolo).

Molti eventi successivi, tra cui non possiamo non menzionare il Concilio Lateranense IV, fecero diventare la storia di Satana-Lucifero come angelo caduto un dogma di fede (quasi) assoluto.

Satana il capo, Lucifero il ribelle

Per cui Satana e Lucifero sono due demoni differenti oppure due facce della stessa medaglia? E quali sono le gerarchie infernali?

Risulta molto difficile rispondere a queste domande, ma ci proveremo.

Diciamo che, nonostante gli studi teologici portino a conclusioni differenti e apparentemente coerenti, la prova del nove viene proprio dalle parole dei demoni stessi: naturalmente ci riferiamo agli esorcismi, durante i quali vengono rivelati particolari di estremo interesse per gli studiosi.

Due correnti di pensiero

A tal proposito, attualmente, esistono due diverse correnti di pensiero riguardo Satana e il suo nome. La prima, quella classica derivante dalla tradizione ebraica, ritiene che Lucifero sia il nome che il Demonio aveva prima della sua caduta. La seconda, conosciuta come Amantino-Amorthiana, sostiene che Lucifero sia un demone diverso da Satana, che è comunque il capo.
Secondo quest’ultima è Satana che comanda, anche se fu Lucifero a ribellarsi.

Personalmente concordo sul fatto che Satana e Lucifero siano due entità spirituali distinte.

È possibile trovare anche riferimenti nella Bibbia e più precisamente nel libro di Isaia (13). Lucifero si è ribellato a Dio e Satana si è ribellato a Lucifero sottomettendolo.

Queste indicazioni emergono chiaramente dagli esorcismi.

In particolare, durante una seduta di liberazione di un posseduto, il demonio rivelò che i cinque demoni più potenti degli inferi sono: Satana, Lucifero, Belzebù, Belial e Meridiano.

I nomi del diavolo

Chiaramente le parole del demonio vanno prese con le molle, ma ci forniscono comunque un’idea delle reali gerarchie infernali.

A questo punto è necessario fare chiarezza circa il reale significato dei vari nomi più ricorrenti del diavolo.

Demonio: deriva dal greco e significa “genio”. Nella mitologia greco-romana non era considerata un’entità malefica, mentre nel Nuovo Testamento il termine demonio è sempre utilizzato per identificare esseri spirituali maligni.

Diavolo: deriva dal verbo greco che ha il significato di “accusare”. Nel Nuovo Testamento con il termine diavolo ci si riferisce sempre a Satana. Erroneamente è ritenuto sinonimo di demonio, ma nella Bibbia la parola diavolo è utilizzata al singolare e fa sempre riferimento al capo dei demoni. Nelle Sacre Scritture la parola diavolo è sinonimo di accusatore, tentatore, assassino, serpente, etc.

Lucifero: nome di derivazione extra biblica che letteralmente significherebbe “stella del mattino”. Secondo molti studiosi la traduzione “portatore di luce” è errata. Il nome deriva dal fatto che, prima di essere cacciato dal regno dei cieli, fu un angelo particolarmente privilegiato da Dio. Quasi tutti i testi utilizzano il nome di Lucifero come sinonimo di diavolo: in realtà, come già spiegato, pare che Lucifero sia il secondo demone più importante nella gerarchia infernale, secondo solo a Satana.

Satana: è il demone più forte, più bello e più intelligente. Il più carismatico e potente tra tutti quelli che si ribellarono. Nell’Antico Testamento viene definito anche satanasso. Satana significa avversario, nemico, oppositore. Gesù nel Vangelo arriva a chiamarlo “Principe di questo mondo” (Gv 12,31; 14,30;16,11) e San Paolo addirittura “Dio di questo mondo”.

Il discorso di Papa Paolo VI

Nonostante le differenti interpretazioni degli studiosi una cosa è certa: Satana è il capo incontrastato di tutti gli altri demoni.

Concetto ribadito più volte da numerosi teologi. Ad esempio Papa Paolo VI, durante un discorso in occasione dell’udienza generale del 15 Novembre del 1972, disse: “…ed ecco allora l’importanza che assume l’avvertenza del male per la nostra corretta concezione cristiana del mondo, della vita, della salvezza. Prima nello svolgimento della storia evangelica al principio della sua vita pubblica: chi non ricorda la pagina densissima di significati della triplice tentazione di Cristo? Poi nei tanti episodi evangelici, nei quali il Demonio incrocia i passi del Signore e figura nei suoi insegnamenti? (P. es. Matth. 12, 43). E come non ricordare che Cristo, tre volte riferendosi al Demonio, come a suo avversario, lo qualifica «principe di questo mondo»? (Io. 12, 31; 14, 30; 16, 11) E l’incombenza di questa nefasta presenza è segnalata in moltissimi passi del nuovo Testamento. S. Paolo lo chiama il «dio di questo mondo» (2 Cor. 4, 4), e ci mette sull’avviso sopra la lotta al buio, che noi cristiani dobbiamo sostenere non con un solo Demonio, ma con una sua paurosa pluralità: «Rivestitevi, dice l’Apostolo, dell’armatura di Dio per poter affrontare le insidie del diavolo, poiché la nostra lotta non è (soltanto) col sangue e con la carne, ma contro i Principati e le Potestà, contro i dominatori delle tenebre, contro gli spiriti maligni dell’aria» (Eph. 6, 11-12). E che si tratti non d’un solo Demonio, ma di molti, diversi passi evangelici ce lo indicano (Luc. 11, 21; Marc. 5, 9); ma uno è principale: Satana, che vuol dire l’avversario, il nemico; e con lui molti, tutti creature di Dio, ma decadute, perché ribelli e dannate; tutte un mondo misterioso, sconvolto da un dramma infelicissimo, di cui conosciamo ben poco”.

Il demonio, un grande umanista

Nonostante gli sforzi effettuati da teologi, antropologi e storici, conoscere a fondo la verità su certe tematiche risulta quasi impossibile.

Satana o Lucifero che dir si voglia, ogni persona ha la facoltà e la possibilità di credere o meno al demonio, ma è certo che lui, essendo forse il più grande umanista della storia, crede saldamente in noi.

 

 

Fonti

Bibbia Sacra, tradotto in lingua italiana da Monsignor Antonio Martini. Prima Edizione, Londra 1828

Dictionnaire Infernal, J.A.S. Collin de Plancy, Parigi 1818

I mille volti del Diavolo, pag. 21-31 Focus Storia n° 72, Ottobre 2012, © Gruner+Jahr/Mondadori S.p.A

 I Miti Ebraici, Robert Graves e Raphael Patai, Tea Edizioni, 1988

 Il ritorno dell’Anticristo, Massimo Centini, Piemme Edizioni, 1996

Inchiesta sul demonio, Marco Tosatti, Gabriele Amorth, Piemme Edizioni, 2012

L’ultimo esorcista, Paolo Rodari, Gabriele Amorth, Piemme Edizioni, 2012

Manuale di demonologia (ed. non commerciale), Simone Iuliano, Edizioni Youcanprint, 2012

(http://www.treccani.it)

(http://www.veniteadme.org/dialogo-con-un-esorcista-parte-seconda/)

(http://www.verginedegliultimitempi.com)

 

 

 

 

 

Azazel, da angelo caduto a demone

Un demone dal passato glorioso

Le origini nella Bibbia

Nella Sacra Bibbia, nella Genesi, si racconta che la stirpe di Adamo (alla decima generazione), era enormemente cresciuta. Mancando il sesso femminile, gli angeli (“i figli di Dio”), trovarono mogli tra le belle “figlie dell’uomo”. Dall’unione di queste differenti creature avrebbero dovuto nascere figli dotati di vita eterna come i loro padri, ma Dio intervenne dicendo: “Il mio spirito non rimarrà nella carne per sempre. Quindi gli anni degli uomini saranno limitati a centoventi”. Queste nuove creature ribelli erano note come “giganti” (o Nephilim) e le loro usanze non benevole e corrotte portarono Dio a decretare che avrebbe sterminato tutti gli uomini e le donne, assieme ai loro padri corruttori (Genesi, VI, 1-7). Si spiega così l’origine dei giganti in relazione ai loro padri, ovvero i figli di Dio; in Genesi VI, 1 – 4 infatti è scritto: “Quando gli uomini cominciarono a moltiplicarsi sulla terra e nacquero loro figlie, i figli di Dio videro che le figlie degli uomini erano belle e ne presero per mogli quante ne vollero. Allora il Signore disse: «Il mio spirito non resterà sempre nell’uomo, perché egli è carne e la sua vita sarà di centoventi anni». C’erano sulla terra i giganti a quei tempi – e anche dopo – quando i figli di Dio si univano alle figlie degli uomini e queste partorivano loro dei figli: sono questi gli eroi dell’antichità, uomini famosi”.

La versione ebraica

La stessa versione, con qualche variante, è possibile ritrovarla nel Giubileo ebraico (Giubilei, IV, 15, 22), in cui è scritto che i figli di Dio furono inviati sulla terra per insegnare all’umanità verità e giustizia; difatti per trecento anni confidarono a Enoch, figlio di Caino, i segreti dei cieli. In seguito però cominciarono ad essere attratti dalle donne mortali e contaminarono la loro essenza con rapporti sessuali. Si diceva infatti che giacessero indiscriminatamente con vergini, uomini e animali.

Due angeli in particolare, Azael (o Azazel) e Shemhazai, chiesero a Dio, “Signore, il giorno della creazione non ti avevamo forse messo in guardia che l’uomo sarebbe stato indegno del tuo mondo?”. Dio rispose loro, “ma se distruggo l’uomo che ne sarà del mio mondo?”. Gli angeli replicarono, “potremmo abitarlo noi”. La risposta di Dio fu secca, “Forse che, discesi sulla terra, non pecchereste peggio degli uomini?”. Allora gli angeli lo pregarono, “Lasciaci vivere là per un poco e santificheremo il tuo nome”.

Dio allora li mise alla prova permettendogli di discendere sulla terra, ma gli angeli non impiegarono troppo tempo per deluderlo, infatti furono subito attratti dalle belle figlie di Eva: Shemhazai ebbe due figli mostruosi, Hiwa e Hiya mentre Azael inventò i cosmetici e gli ornamenti utilizzati dalle donne per sedurre gli uomini. Dio allora minacciò minacciò di liberare le acque e di distruggere tutti gli uomini e gli animali e Shemhazai pianse amaramente dato che, anche se i suoi figli non avrebbero potuto annegare per la loro elevata statura, sarebbero però morti di fame: per cui si pentì. Azael invece continuò a offrire alle donne ornamenti e vesti molto colorate per sedurre gli uomini. Per questo motivo nel giorno dell’espiazione i peccati di Israele vengono imputati all’annuale capro espiatorio che viene lanciato al di là di una rupe ed offerto ad Azael o Azazel (Yalqut Gen.44; Bereshit Rabbati, 29-30).  Questi fatti sono narrati anche nella Sacra Bibbia, infatti, il “capro espiatorio di Azazel” veniva lanciato vivo ogni anno nel giorno dell’espiazione (Levitico, XVI, 8-10). Egli doveva portare via con sé i peccati di Israele e trasferirli all’angelo caduto Azazel, imprigionato in una caverna sotto un cumulo di pietre. Il sacrificio viene quindi considerato un’offerta ai demoni e, come tale, proibito in Levitico XVII, 7. In realtà tale usanza ha origini più antiche dal momento che, il Dioniso-capro (o Pan), era una divinità assai potente in Palestina, dove può essere giunto dalla Libia attraverso l’Egitto. A questo dio, sotto il nome di Azazel, tra gli ebrei era usanza sacrificare un capro nel giorno dell’Espiazione. Inoltre l’interpretazione della proibizione di cucinare un capretto nel latte della madre (Deuteronomio, XIV), va ricercata nell’antico orientamento religioso della civiltà greca (mitologicamente riferito a Orfeo, già presente nel 6° e forse 7° sec. a. C.), in cui si pensava che la parola d’ordine utilizzata dagli iniziati una volta raggiunto l’Ade fosse: “sono come un capretto caduto nel latte”.  D’altronde l’usanza di sacrificare un animale agli dei è molto antica e pressoché presente in tutte le culture pre-medievali: basti ricordare, ad esempio, il culto caprino cretese del Minotrago che si colloca tra quello del Minelafo e quello del Minotauro.

Gli angeli caduti

E’ importante inoltre sottolineare il fatto che i nomi di alcuni angeli caduti sono rinvenibili solamente in mal curate trascrizioni greche di testi originariamente ebraici o aramaici: Azael comunque sembra corrispondere ad Azazel che letteralmente si traduce in “fortificato da Dio”.

Altri sostengono invece che i due angeli furono sedotti dai demoni Naamah, Agrat e Lilith che un tempo era stata sposa di Adamo. In quei giorni soltanto Istahar, una vergine, rimase non corrotta. Quando i due angeli tentarono di sedurla ella rispose, “Prima prestatemi le vostre ali”. Appena ne fu in possesso volò via verso il regno di Dio che, come ricompensa, la trasformò nella costellazione della Vergine (o delle Pleiadi). Gli angeli caduti, rimasti senza le loro ali, furono costretti a vagare sulla terra per varie generazioni, fino a che un giorno poterono risalire sulla scala di Giacobbe e ritornare così alla loro antica sede (Liqqute Midrashim, 156).

Si racconta inoltre che il cananita Genum, figlio di Lamech il cieco, che viveva nella terra dei pozzi fangosi (le rive meridionali del mar Morto dove sorgeva la corrotta città di Sodoma), essendo stato allevato da Azael fin dalla tenera età, avesse inventato una grande quantità di strumenti musicali. Quando li suonava, Azael entrava in essi in modo che emanassero suoni talmente seducenti da incantare il cuore di tutti quelli che ascoltavano. Genun radunava compagnie di suonatori che, eccitati dalla musica, si accoppiavano tra di loro in modo promiscuo. Inoltre gli offriva anche molta birra e li faceva ubriacare insegnando loro anche l’arte della costruzione delle armi (frecce, spade e quant’altro), in modo che si uccidessero alla cieca mentre erano sempre in stato di ebbrezza (Adambuch, 92-93).

Michele, Gabriele, Uriel e Raffaele dissero allora a Dio che malvagità simili non erano mai accadute sulla terra. Allora Dio inviò Raffaele affinché legasse Azael mani e piedi, lapidandolo con pietre e gettandolo nell’oscura grotta di Dudael, dove egli vive ancora. Gabriele mise contro gli angeli caduti invitandoli a farsi guerra e a sterminarsi. Michele invece incatenò Shemhazai e i suoi compagni in oscure caverne per settanta generazioni. Infine Uriel divenne il messaggero di salvezza che fece visita a Noè (Enoch, IX-X; II Baruc LVI, 11-16; Enoch XVIII, 1-6).

Angeli caduti, Gustave Louis Christophe Doré

Azazel nei testi apocrifi

Quindi anche Azazel, come molti altri demoni, viene menzionato nelle sacre scritture e nei testi apocrifi. A tal proposito è interessante mettere a confronto un passo della Bibbia in cui si parla del patto di Dio con Abramo e del sacrificio degli animali (Genesi, XV, 7-18, Nuova Diodati): “Poi l’Eterno gli disse: «Io sono l’Eterno che ti ho fatto uscire da Ur dei Caldei, per darti questo paese in eredità». E Abramo chiese: «Signore, Eterno, da che cosa posso io sapere che l’avrò in eredità?».  Allora l’Eterno gli disse: «Portami una giovenca di tre anni, una capra di tre anni, un montone di tre anni, una tortora e un piccione giovane». Allora Abramo gli portò tutti questi animali, li divise in due e pose ciascuna metà di fronte all’altra; ma non divise gli uccelli.  Or alcuni uccelli rapaci calarono sulle bestie morte, ma Abramo li scacciò.  Verso il tramontare del sole, un profondo sonno cadde su Abramo; ed ecco, uno spavento e una oscurità profonda caddero su di lui. Allora l’Eterno disse ad Abramo: «Sappi per certo che i tuoi discendenti dimoreranno come stranieri in un paese che non sarà loro, e vi saranno schiavi e saranno oppressi per quattrocento anni. Ma io giudicherò la nazione di cui saranno stati servi; dopo questo, essi usciranno con grandi ricchezze. Quanto a te, te ne andrai in pace presso i tuoi padri, e sarai sepolto dopo una bella vecchiaia.  Ma alla quarta generazione essi torneranno qui, perché l’iniquità degli Amorei non è ancora giunta al colmo». Or come il sole si fu coricato e scesero le tenebre, ecco una fornace fumante ed una torcia di fuoco passare in mezzo agli animali divisi. In quel giorno l’Eterno fece un patto con Abramo dicendo: «Io do alla tua discendenza questo paese, dal torrente d’Egitto al grande fiume, il fiume Eufrate»”.

Gli uccelli rapaci che calarono sulle bestie morte, secondo quanto scritto nell’ apocrifa Apocalisse di Abramo, sono la rappresentazione di Azazel: “…degli uccelli rapaci calarono sulle bestie morte, ma Abramo li scacciò”. E ancora (Apocalisse di Abramo 13, 4-9): “L’uccello immondo mi parlò e disse: «Che cosa stai facendo, Abramo, sull’altura santa, dove non si mangia o beve né vi è del cibo per gli uomini? Tutto sarà consumato dal fuoco e ti distruggerà». E avvenne che quando vidi la lingua degli uccelli dissi all’angelo: «È questo, mio signore, cos’è?» Ed egli disse: «Questa è una disgrazia, è Azazel»; ed egli disse a lui: «Vergogna, Azazel! La porzione di Abramo è in cielo, e la vostra è sulla terra, l’Eterno, il Potente, vi ha dato una dimora sulla terra… e attraverso di voi giungeranno ira e prove sulle generazioni di uomini che vivono empiamente». Nello stesso testo apocrifo, nell’Apocalisse, Abramo dice ai malvagi di “putrefarsi nella pancia del verme furbo Azazel, e di essere bruciato dal fuoco della lingua di Azazel.”

Etimologia del nome

Anche l’etimologia del nome di Azazel è alquanto discussa: diversi studiosi pensano che il nome עֲזָאזֵל (asasèl) sia derivato da עזז (asàs), “forte”, e da אל (el), “dio”, venendo a significare “dio potente”. Altri invece sono convinti che le genesi del nome vada ricercata nella parola ebraica עֲזָאזֵל (asasèl) che a sua volta deriva da עז(es), “capra”, e dal verbo אזל (asàl), “andarsene”, e che rimanda alla vicenda biblica del capro inviato nel deserto dal sommo sacerdote nel Giorno delle Espiazioni (Levitico XVI, 3-31).

Azazel nei principali grimori

Come per il nome anche la fisionomia di Azazel, derivata da varie interpretazioni terrene, è mutata nel corso degli anni, difatti nel celebre Dictionnaire Infernal di Collin de Plancy (Parigi 1818) è rappresentato come un demone morfologicamente simile a un capro che impugna uno stendardo.

Azazel, Dictionnaire Infernal

 

Anche nell’opera Ars Goetia la descrizione di Azazel di poco si discosta da quella riportata nelle opere Pseudomonarchia daemonum e Dictionnaire Infernal con l’aggiunta del simbolo per evocarlo, noto come sigillo di Azazel (che riprende il sigillo sumero di Azazel).

Sigillo evocativo di Azazel, Goetia

 

Azazel e Iblis

Secondo alcuni studiosi Azazel sarebbe presente anche nel Corano nel quale talvolta viene identificato con lo stesso Iblis, equivalente del Satana nostrano, anch’egli un angelo caduto e condannato per un peccato di orgoglio.

Il Corano infatti riporta che il Signore ha creato l’uomo a partire dall’argilla e dal fango e che ha creato qualcuno che sarà sulla terra Suo vicario, Suo califfo. Chiede così agli angeli di inginocchiarsi di fronte a costui e tutti ubbidiscono tranne l’angelo Iblis, che rifiuta: “In verità vi abbiamo creati e plasmati, quindi dicemmo agli angeli: «Prosternatevi davanti ad Adamo». Si prosternarono (tutti) ad eccezione di Iblîs, che non fu tra i prosternati.  Disse [Allah]: «Cosa mai ti impedisce di prosternarti, nonostante il Mio ordine?». Rispose: «Sono migliore di lui, mi hai creato dal fuoco, mentre creasti lui dalla creta». “Vattene! – disse Allah – Qui non puoi essere orgoglioso. Via!» (Sura VII, Al-A’râf, 11-13)”.

Azazel e Pan

Come già accennato è impossibile non notare una certa somiglianza della rappresentazione di Azazel con quella della divinità greca Pan, ovvero del dio delle montagne e della vita agreste con sembianze caprine, simili a quelle di un fauno. Pan è un dio anomalo nel quadro mitologico greco dato che non viveva nell’ olimpo come gli altri dei e, a causa del suo aspetto terribile, fu abbandonato da sua madre, la ninfa Driope, e costretto così a vagare tra le montagne dell’Arcadia. Urla terrificanti annunciavano il suo arrivo ed era disinibito e completamente dedito ai piaceri sessuali, infatti non di rado stuprava le creature che incontrava nel proprio cammino: per questo motivo, spesse volte, in molte rappresentazioni scultoree viene rappresentato come un grande organo maschile oppure intento alla violenza sessuale o alla masturbazione.

È possibile quindi affermare che Pan abbia ispirato le sembianze di molti attuali demoni (Azazel, Satana e Baphomet, il demone ermetico con significati alchemici dei cavalieri templari), e che dobbiamo a lui la classica identità del diavolo con i piedi di capra e cornuto che ha iniziato a prendere piede nelle rappresentazioni degli artisti medievali e che è giunta ai nostri giorni quasi intatta.

Rappresentazione scultorea di Pan, rinvenuta nel 1752 nella Villa dei Papiri di Ercolano

Importanza di Azazel

Nella demonologia moderna Azazel è un demone molto potente che lavora a stretto contatto con Satana e che, oltre ad essere il capo messaggero dell’armata infernale, è incaricato della sicurezza degli inferi. A tal proposito non deve stupire affatto l’alto rango di questo demone dato che è uno dei primi angeli caduti che ha seguito le gesta del più celebre Lucifero.

Che sia un demone di rango superiore non vi sono dubbi e la sua fama lo ha portato a divenire protagonista di vari film (e serie televisive d’oltreoceano), di videogiochi e di romanzi; Azazel è infatti il nome di un’antologia di racconti fantasy del grande scrittore Isaac Asimov.

Per cui Azazel è un demone dal passato glorioso, un ex serafino che ha guidato la rivolta degli angeli divenuto poi capro espiatorio e portatore dei peccati dell’intero Israele: un’evoluzione alquanto ingloriosa che non toglie però sostanza all’importanza di questa antica entità, una delle prime a ribellarsi al proprio Signore e ora uno dei grandi signori dell’inferno assieme a Satana, Beelzebub e Astaroth.

 

 

Fonti

Bibbia Sacra, tradotto in lingua italiana da Monsignor Antonio Martini. Prima Edizione, Londra 1828

Dictionnaire Infernal, J.A.S. Collin de Plancy, Parigi 1825

Geni, Angeli e Demoni, AA.VV., Edizioni Mediterranee, Roma

I mille volti del Diavolo, Focus Storia n° 72, Ottobre 2012, © Gruner+Jahr/Mondadori S.p.A

I Miti Ebraici, Robert Graves e Raphael Patai, Tea Edizioni, 1988

La Dea Bianca, Robert Graves, Editore: Adelphi Edizioni, Febbario 2009http://it.wikipedia.org/

Of The Arte Goetia, Twilit Grotto Esoteric Archives, edizione digitale da Joseph H. Peterson, Copyright © 1999

(http://www.corano.it/corano_testo/7.htm)

(http://www.israel-a-history-of.com/book-of-enoch.html)

(http://www.treccani.it)

(http://www.demonicpedia.com/)

 

 

 

 

Il demone Astaroth

Astaroth, le origini

Astaroth è senza dubbio un demone molto antico, potente e temuto tanto che, secondo la gerarchia infernale, comanda  40 legioni di demoni e possiede 4 assistenti: Aamon, Pruslas, Barbatos e Rashaverak.  La demonologia comune gli attribuisce anche il ruolo di braccio destro di Satana e, la tradizione cabalistica, lo mette a capo del quarto gruppo di demoni, i Gamchicolh, spiriti dell’impurità perturbatori di anime.

Le origini e le varie interpretazioni di questo importante demone sono oggetto di differenti interpretazioni, spesso non concordanti.

Nelle varie culture Astaroth (Ashtaroth, Astarot, Asteroth) ha giocato ruoli diversi e le fonti più antiche sono da ricercare addirittura nella cultura sumerica, fenicia, egiziana, assira e babilonese nelle quale era conosciuto come una figura materna e potente. Astaroth deriva infatti da una distorsione linguistica del nome di Astarte, ovvero una dea fenicia (Ashtart o Ištar) venerata dalle popolazioni semitiche, il cui culto si è diffuso in tutta l’area mediterranea grazie ai Fenici. Ad esempio gli Architi, menzionati nella Bibbia (Genesi, X, 17), erano un’antica popolazione cananea famosa per il culto della dea lunare Astarte, cui era sacra un’arca di legno di acacia.

Dea fenicia Ashtart (o Ištar) e Lilith

L’evoluzione

Nei secoli successivi Astarte è stata sempre venerata nelle religioni dei popoli mediterranei e mediorientali, assumendo forme e significati leggermente diversificati, fino ad arrivare in epoca ellenistica ad essere accomunata alla dea greca Afrodite come Urania e Cipride (da Cipro). Altri importanti centri di culto furono Sidone, Tiro, Biblo, Malta, Tharros in Sardegna, ed Erice in Sicilia, dove venne identificata con Venere Ericina. Sempre in Sicilia, il nome Mistretta (paese in provincia di Messina), deriva dal fenicio am-ashtart, ossia città di Astarte.

Come già accennato il nome Astaroth sembra derivare dalla dea Astarte che, nella traduzione latina della Bibbia, è divenuto Astharthe al singolare e Astharoth al plurale secondo una traduzione impropria da parte di coloro che ignoravano trattarsi di una dea.  L’affermarsi di Astaroth come importante demone è avvenuto in epoca medievale  e moderna e possiamo trovarne traccia nell’ opera  “De praestigiis daemonum” scritta da Johann Wier nel 1577, e in particolare nell’ appendice  “Pseudomonarchia daemonum”.

Astaroth nei grimori

Nella sua opera Wier, in cui elenca una lista di demoni con descrizioni accurate nonché i rituali più appropriati per evocarli, descrive Astaroth come un duca forte e potente che cavalca un drago infernale mentre stringe in mano una vipera. Un angelo caduto molto intelligente che possiede la facoltà di insegnare al mago che lo ha evocato ogni segreto sulle arti e sulle scienze e rivelare i luoghi dei tesori nascosti. Pare inoltre che non disdegni di parlare della creazione e della caduta degli angeli ribelli dei quali conosce tutte le vicende: naturalmente sostiene di essere stato punito ingiustamente da Dio. Può essere evocato soltanto il mercoledì e occorre fare attenzione all’odore fetido che emana.

Gli stessi concetti vengono ripresi ed esplicitati nel ben più celebre (e recente) Dictionnaire Infernal, un libro pubblicato per la prima volta nel 1818 e scritto da Collin de Plancy che ha preso ispirazione da varie opere antecedenti tra cui La Chiave di Salomone. Esistono diverse edizioni del libro ma la più famosa è forse quella del 1863. Ci troviamo di fronte ad un’opera completa sulla demonologia che tratta di molti demoni organizzati in gerarchie infernali e che, sostanzialmente, conferma quanto già descritto da Johann Wier. Astaroth, infatti, viene descritto come un uomo nudo con principali ali di drago e secondarie ali piumate che cavalca un lupo o un cane indossando una corona e stringendo in mano un serpente.

Astaroth, Dictionnaire Infernal

E’ inoltre ricordato come uno dei sette principi dell’inferno che hanno visitato Faust, e appare come un serpente con la coda colorata, due piedi piccoli, un collo di castagno, e spine simili a un riccio che possono crescere fino alla lunghezza di un dito.

Astaroth viene citato anche nella goetia che è sostanzialmente una pratica magica che concerne l’invocazione e l’evocazione di demoni e che contiene le descrizioni dei 72 demoni che si dice furono evocati da Salomone e da lui confinati in un vaso di bronzo sigillato con simboli magici obbligandoli a servirlo.

A tal proposito, secondo un’opinione prettamente personale, è interessante evidenziare una possibile correlazione con la tradizione cabalistica in cui vengono elencati i nomi dei 72 angeli che compongono le gerarchie angeliche.

Nella goetia quindi la descrizione di Astaroth di poco si discosta da quella riportata nelle opere Pseudomonarchia daemonum e Dictionnaire Infernal ma, essendo soprattutto un trattato di evocazioni, in quest’opera viene ripreso e ampliato il concetto dei simboli evocativi. Di seguito il sigillo necessario per evocare Astaroth.

Sigillo evocativo Astaroth, Goetia

Astaroth nella Bibbia

Secondo altre fonti sembra che in passato gli abitanti di Sidone e i Filistei lo abbiano adorato, difatti può esserne trovato riscontro dalla lettura della Sacra Bibbia e in particolare leggendo il Primo Libro di Samuele, Dé Regi, Capo VII, “Quando Samuele parlò a tutta la casa d’Israele, e disse: Se voi con tutto il cuore vostro tornate al Signore, togliete di mezzo a voi gli dei stranieri, Baal e Astaroth e preparate i vostri cuori al Signore, e servite lui solo, ed egli vi libererà dalle mani dé Filistei. Quindi i figlioli d’Israele tolser via Baal, e Astaroth, e servirono solo al Signore”. Gli Astaroti, intesi come figli di Astaroth o di Astarte a seconda delle traduzioni, compaiono in diversi passi della Bibbia come ad esempio nel Secondo Libro dei Re (2Re 18:4) quando si narrano le azioni compiute da Acaz che regnò sedici anni a Gerusalemme: “Soppresse gli alti luoghi, frantumò le statue, abbatté l’idolo d’Astarte, e fece a pezzi il serpente di rame che Mosè aveva fatto; perché fino a quel tempo i figli d’Israele gli avevano offerto incenso; lo chiamò Neustan”.

Non riporteremo in questa sede le numerose volte in cui, nella Sacra Bibbia, vengono nominati gli Astarti ma è fondamentale porre attenzione alle varie traduzioni, più o meno improprie, che hanno cambiato il significato (volutamente o meno) originario di Astaroth.

Ad esempio il passo prima citato (1Sam 7:4), “Quindi i figlioli d’Israele tolser via Baal, e Astaroth, e servirono solo al Signore”, è stato anche tradotto come: “Tolsero via i Baal e le Ashtaroth”, oppure “Tolsero i Baal e le immagini di Astoret”. Queste interpretazioni risultano più veritiere e corrette in quanto si fa chiaro riferimento alla dea della luna dei cananei che rappresentava la loro principale divinità femminile, spesso associata a Baal, il dio sole, principale divinità maschile.

Non è un segreto inoltre che anche gli Ebrei dei tempi biblici venerassero nei boschi di quercia la dea Asherah inchinandosi alle immagini che la ritraevano e che onorassero la dea Astarte (Giudici II 13; X 6; I Samuele XXXI 10; I Re XI 5,33, II Re XXIII 13).

Inoltre, benché la dea Astarte fosse adorata da tutte le classi sociali verso la fine della monarchia giudaica, in nessun passo della Bibbia si accenna ad un suo collegamento con Elohim e non esiste neppure una tradizione ebraica che assegni a questa dea il ruolo di creatrice.

Falsi dèi

D’altronde molti degli attuali demoni che secondo la demonologia moderna sono a tutti gli effetti degli angeli caduti (ad esempio Lucifero, ex serafino; dal latino lucifer, composto da lux e ferre, ossia portatore di luce), derivano in realtà da antichi dei già adorati da antiche popolazioni e non necessariamente intesi come divinità negative e malevoli, relegati al ruolo di abitatori degli inferi dalle religioni più moderne in quanto considerati idoli pagani e falsi dei.

 

Fonti

Astarté. Dossier documentaire et perspectives historiques, C. Bonnet, (Contributi alla Storia della Religione fenicio-punica-II) (Collezione di Studi fenici, 37), Roma 1996

Bibbia Sacra, tradotto in lingua italiana da Monsignor Antonio Martini. Prima Edizione, Londra 1828

Dictionnaire Infernal, J.A.S. Collin de Plancy,

I Miti Ebraici, Robert Graves e Raphael Patai, Tea Edizioni, 1988

La Dea Bianca, Robert Graves, Editore: Adelphi Edizioni, Febbario 2009http://it.wikipedia.org/

Twilit Grotto Esoteric Archives, edizione digitale da Joseph H. Peterson, Copyright © 1999.

 

Aspetti antropologico-religiosi nella ritualità dei sacrifici

Introduzione

Sacrifici di bambini durante riti di stregoneria per ottenere benefici dagli spiriti, uomini trucidati per placare l’ira degli dei: agli occhi di un uomo occidentale tali usanze possono sembrare retaggio di secoli passati e di barbarie inaccettabili ma, come spesso accade, la realtà è purtroppo diversa.

Fin dall’antichità infatti l’uomo ha sacrificato propri simili per raggiungere uno scopo e, tutt’ora, tali ritualità e credenze sono presenti in diverse culture contemporanee: ad esempio nella maggior parte di quelle sudamericane (fortemente influenzate dagli antichi riti incaici, maya e aztechi), oppure in talune tribù africane.

Ultimamente ha fatto scalpore la notizia che in Uganda si pratichino ancora sacrifici umani e, più precisamente, di bambini.

La notizia è stata diffusa da diverse fonti, tra cui spicca quella fornita da Jubilee Campaign Law of Life, (un’associazione americana che si occupa anche di tutela dei minori), secondo cui a oggi, in Uganda, sono stati trucidati oltre novecento bambini per sacrifici umani. Questa tremenda pratica è utilizzata per ottenere salute, successo e soldi: sotto un certo punto di vista le stesse cose che si possono ottenere da un patto con il diavolo ma, vista la frenetica evoluzione della società moderna, il concetto di “vittime” è cambiato rispetto al passato. O meglio, sono cambiate le modalità, dato che il fine è sempre lo stesso: trarre beneficio dal sacrificio di un altro essere vivente.

E i soldi c’entrano, e neppure poco.

I bambini dunque sono divenuti dei veri e propri beni commerciali, necessari per mantenere un grottesco mercato che si basa sul classico concetto di domanda-offerta. E non si pensi che queste barbarie siano di esclusiva competenza dei ceti più poveri e disperati, poiché il fenomeno si sta espandendo anche a livelli sociali superiori: non è raro, infatti, che uomini d’affari, imprenditori e ricchi possidenti si rivolgano a stregoni per ottenere la “merce” desiderata.

Stregoni nel vecchio continente

Gli stregoni, per credenza, ma più verosimilmente per soldi, non si tirano affatto indietro. Il loro modo di agire è raccapricciante perché solitamente propongono due metodi per compiere il rito sacrificale: o seppellire il bambino vivo presso il luogo desiderato in cui si vogliono ottenere i benefici, oppure mutilarlo e raccogliere il sangue in un contenitore. Ai maschi spesso sono asportati i genitali e la testa e inumati assieme alle mani e i piedi.

Purtroppo nel continente africano sono molto diffuse tali pratiche, e la medicina Muti è un altro terribile esempio.

Muti sono una parola di origine zulu che significa medicina tradizionale africana particolarmente utilizzata in Tanzania, Burundi e Africa meridionale. Fino a qui niente di male, ma quali sono gli aspetti peculiari di questa medicina? Utilizzare parti di corpo umano per creare medicinali con lo scopo di curare vari tipi di patologie. Si ritiene anche che, per ottenere la massima efficacia, le parti del corpo della vittima debbano essere prelevate quando la persona è sempre viva e che le sue urla di dolore migliorino sensibilmente gli effetti curativi del farmaco.

Anche in questo caso le vittime preferite sono i bambini e, da recenti studi effettuati da organizzazioni umanitarie internazionali, sono soprattutto i bambini albini a essere particolarmente apprezzati.

La richiesta è talmente elevata che, spesso, le parti dei corpi delle vittime sono esportate in tutto il continente, creando così una rete commerciale che sembra inarrestabile.

Anche in questo caso gli acquirenti non vanno ricercati solamente nei ceti più disagiati, ma sono soprattutto persone benestanti a mettere sul piatto le offerte più sostanziose pur di impossessarsi delle medicine ricavate da parti e organi umani: con esse si possono curare non soltanto malanni fisici, ma anche la povertà e la malasorte.

Muti victims are mostly children andPer fortuna molte associazioni e organizzazioni internazionali si stanno occupando di queste scottanti questioni, anche se il lavoro da fare è ancora lungo e difficile.

La questione antropologica

Dal punto di vista antropologico da cosa deriva questa tremenda pratica? Possiamo conoscerne i motivi? Comprenderli?

La risposta è da ricercare nell’evoluzione e, in particolar modo, nell’istinto di sopravvivenza dell’uomo. Gli uomini primitivi, infatti, intesi nel senso più generale del termine, erano soliti sacrificare i propri figli per ricevere in cambio di un bene superiore a vantaggio della propria tribù. Solitamente spettava alle donne questo compito e teniamo presente che i nostri “avi”, che vivevano soprattutto di caccia, non si facevano scrupoli a sopprimere la propria prole in condizioni ambientali particolarmente difficili e sfavorevoli.

Lo stesso comportamento è riscontrabile ai nostri giorni osservando differenti specie animali.

Studiando quindi le civiltà a noi antecedenti, sembrerebbe proprio che il sacrificio rituale umano fosse una pratica molto diffusa. Come non ricordare ad esempio la civiltà incaica, quella maya e tutte le popolazioni precolombiane? Dagli scritti dei sacerdoti dei conquistatori spagnoli, ad esempio, siamo venuti infatti a sapere che gli Incas, per placare l’ira degli dei, sacrificavano molti bambini. Idem per i Maya.

Le vittime non dovevano presentare imperfezioni per non inficiare il rituale affinché gli dei accettassero il sacrificio; essere scelti per questo scopo era quindi un grande onore.

Questi bambini erano i cosiddetti capacochas, vittime sacrificali donate dagli Inca ai temibili dei delle montagne. Scelti tra la nobiltà, i bambini destinati a diventare capacochas dovevano essere belli e in ottima salute. Con il sacrificio di creature così pure, gli Incas ritenevano di offrire agli dei il tributo più prezioso. Ai bambini invece spettava l’onore di divenire divinità ed entrare a far parte della sfera celeste.

L’archeologo Max Uhle, agli inizi del secolo, rinvenne un numero considerevole di cadaveri di donne sepolte nei pressi del tempio del dio sole, Inti, nella costa del Perù: le vittime presentavano tutte evidenze di strangolamento.

Dopo questa prima importante scoperta sono state rivenute un gran numero di vittime sacrificali dislocate in vari punti della catena Andina: nella quasi totalità dei ritrovamenti, i corpi erano mummificati e perfettamente conservati a causa del clima e, soprattutto, del tipo di suolo tipico di quelle latitudini e altitudini.

È stato addirittura possibile eseguire autopsie sui cadaveri rinvenuti nel permafrost e, quindi, ottenere informazioni preziose circa le usanze degli Incas.

Come nel caso dell’agghiacciante scoperta avvenuta nel 1999 sulla cima al vulcano Llullaillaco, nell’area nord ovest dell’Argentina: qui, furono riportati alla luce i cadaveri di tre bambini di età compresa tra gli otto e i quindici anni.

Erano vestiti di lana e sulla testa portavano un ampio copricapo di piume; secondo la ricostruzione degli studiosi essi vennero drogati con un distillato ottenuto dalle foglie di coca per combattere i malesseri dell’altitudine e per stordirli.

Una volta giunti nel posto desiderato, gli fu fatta bere una bevanda alcolica simile alla birra ma ricavata dalla fermentazione del mais, la “chica” (utilizzata ampiamente anche dagli aztechi), e in seguito furono sepolti vivi in buche profonde circa due metri assieme a un corredo di oggetti cerimoniali.

Sacrifici rituali nella civiltà azteca

I riti appena descritti erano ben poca cosa rispetto a quanto praticato dagli Aztechi, in Messico, che arrivarono a compiere dei veri e propri eccidi di massa in nome del sacrificio agli dei. Dei molto esigenti a quanto pare, dominatori incontrastati del cosmo, che avrebbero causato la fine del mondo se non accontentati in maniera adeguata.

Ogni giorno nelle principali città azteche venivano effettuati rituali con sacrifici umani e pare che, in queste occasioni, il sangue scorresse a fiumi dai templi.

Gli aztechi credevano che gli dei si fossero immolati per creare il sole e, per tale motivo, era loro dovere nutrirli con l’“acqua sacra”, ovvero il sangue. Ogni occasione era quindi propizia per i cruenti riti.

Alla festa del dio della Primavera, ad esempio, si trafiggeva a morte un giovane con le frecce per fecondare il terreno. Durante la cerimonia del Nuovo Fuoco, una delle più importanti della cultura azteca che si svolgeva ogni 52 anni, la gente si riuniva sulla Montagna del Nuovo Fuoco e il sacerdote sacrificava un uomo sovrastato dalle grida di gioia delle persone per aver ottenuta l’ennesima salvezza del mondo.

In varie occasioni i sacrifici raggiunsero livelli di vero e proprio mattatoio. In occasione della festa del tempio di Huitzilopochtli, temibile dio della guerra e del sole e protettore della città di Tenochtitlán, furono uccise più di ventimila persone.

Ma come avvenivano questi riti? Il prescelto, indipendentemente dalla propria volontà e dopo aver condotto una lotta rituale contro vari avversari, era condotto magnificamente vestito in cima alla piramide dove veniva immolato su una pietra. Il sacerdote incaricato del sacrificio era assistito da altri sacerdoti minori che immobilizzavano la vittima mentre gli veniva squarciato il petto con un pugnale di ossidiana e gli veniva estratto il cuore, che doveva essere offerto ancora pulsante agli dei; il sangue veniva fatto colare giù dalla piramide.

Dalle piattaforme del tempio il fumo dell’incenso e dei cuori bruciati saliva fino agli dei e la tintura nera con cui si tingevano i sacerdoti conteneva droghe che li rendeva insensibili alla fatica e capaci di danzare e cantare ininterrottamente per molte ore.

Il corpo senza vita della vittima veniva poi eliminato e, in alcuni casi, anche mangiato.

Diverse testimonianze di questi efferati rituali ci sono giunte dagli appunti dei soldati comandati dal conquistatore spagnolo Hernando Cortes che, di fatto, con la conquista del Messico pose fine alla civiltà azteca perpetuando omicidi non meno efferati di quelli compiuti dai sacerdoti durante i sanguinosi rituali propiziatori.

Certamente l’impatto dei “civili” spagnoli con gli usi degli aztechi non fu privo di un certo trauma psicologico. Così scrivono circa la religione azteca, “…c’erano tredici divinità principali e più di duecento divinità inferiori. Alla testa di tutti questi era il terribile dio Huitzilopochtli, il Marte messicano, chiedendo scusa a Marte se lo paragoniamo a questo mostro sanguinario. La nazione lo adorava e decorava la sua immagine con ornamenti preziosi; i suoi templi erano gli edifici più imponenti, e in tutte le città dell’impero i suoi altari grondavano sangue di vittime umane”.

Pare che Cortes fosse rimasto ammirato dal potere dell’imperatore azteco Montezuma e che gli avesse chiesto il permesso di entrare nei suoi santuari per vedere l’immagine dei suoi dei.

Una volta entrato, lui e la sua scorta rimasero impressionati dall’immagine colossale di Huitzilopochtli “…con lineamenti orrendi, di carattere simbolico, che sfiguravano il suo volto. Attorno alle reni si avvolgevano le larghe spire di un serpente, in perle e pietre preziose, sparse a profusione anche sulla persona del dio.

Sul suo piede sinistro brillavano le piume delicate dell’uccello-mosca che, per una strana bizzarria, dava il nome a questa temibile divinità. Il più notevole dei suoi ornamenti era una catena appesa al collo e composta di cuori d’oro e argenti alternati, emblema dell’omaggio ch’egli gradiva di più. Tre cuori umani, ancora fumanti e forse palpitanti, dato ch’erano stati tolti da poco dal seno delle vittime, erano collocati sull’altare davanti a lui, testimonianza ancora meno equivoca delle sue sanguinarie pretese”.

Sacrifici presso le altre antiche culture

I sacrifici umani non erano praticati solamente dalle civiltà precolombiane, infatti, tramite gli appunti di un viaggiatore greco, tale Posidonio, abbiamo testimonianza di come i Celti facessero largo uso di vite umane per i loro riti religioso-propiziatori.

Posidonio attraversò la Gallia circa cinquanta anni prima che Cesare conducesse le legioni romane fino alla Manica; i suoi scritti, raccolti nell’opera “Commentari”, ci permettono di avere un quadro dei sacrifici in uso fra i Celti della Gallia alla fine del II secolo a.c..

I Celti destinavano i condannanti a morte per essere immolati agli dei durante fastose cerimonie che si tenevano ogni cinque anni. Più numerose erano le vittime e più feconda sarebbe stata la terra con i propri frutti.

Se i criminali da sacrificare non erano sufficienti, s’integrava il numero con i prigionieri di guerra.

Quando arrivava il momento le vittime erano sacrificate dai sacerdoti, i Druidi, sia con le frecce sia impalandoli. Altri venivano bruciati vivi nel seguente modo: si costruivano colossali immagini antropomorfe di giunchi o di legno e venivano riempite di uomini e bestiame. Poi si appiccava il fuoco a queste gigantesche effigi ed esse ardevano con tutto ciò che c’era dentro.

Non esistevano solo le grandi cerimonie quinquennali, infatti ne esistevano altre, su scala minore, che venivano celebrate ogni anno e che non discostavano molto da quella descritta se non per il numero delle vittime. Ancora oggi nell’Europa del nord esistono feste rituali, fortunatamente senza sacrifici umani, che ricordano da vicino le gigantesche gabbie di vimini in forma antropomorfa dentro le quali i Druidi, che presiedevano i rituali magico-religiosi, bruciavano vive dozzine di persone.

Anche se poco noto, le popolazioni scandinave non erano da meno in fatto di sacrifici umani. Oggi gli archeologi stanno ancora discutendo circa la veridicità o meno di tali sacrifici, che sembra aver trovato comunque conferma anche in recenti ritrovamenti di scheletri in Islanda e, più precisamente nella Vallata del Þegjandadalur, nella contea di Suður-Þingeyjasýsla, durante gli scavi di una necropoli probabilmente precedente all’anno 1000; quello che purtroppo non sappiamo è il perché.

In Scandinavia questi riti erano solitamente offerti a Odino, principale divinità signore della guerra e della saggezza.

Non vogliamo ora addentrarci nella religione scandinava perché questo richiederebbe uno studio lungo e approfondito che esula dal tema della nostra ricerca, ma l’apparente compiacimento con cui le popolazioni scandinave uccidevano le vittime designate, fa supporre che vi fossero motivazioni ben più oscure e criptiche di quelle prettamente religiose.

A Uppsala, in Svezia, le vittime erano appese ai rami degli alberi di un bosco sacro posto nelle immediate vicinanze di un tempio. I templi spesso erano costeggiati da vasche, simili a piscine, dentro le quali venivano immerse le vittime fino a che annegavano.

In Islanda invece il “Cerchio del Destino” custodiva la pietra del dio Thor, sulla quale le vittime venivano brutalmente percosse fino alla morte.

Ma erano i rituali dei vichinghi quelli più orribili e violenti. Alla vittima prescelta, ancora viva, veniva praticata una profonda incisione sulla schiena dalla quale venivano estratti i principali organi: la morte era atroce e molto lenta ed è conosciuta come l’aquila di sangue.

L’usanza dei sacrifici umani è comunque comune a molte culture.

In Grecia, per esempio, abbiamo notizia dei riti oscuri effettuati dalle sacerdotesse devote a Dioniso, narrati da Euripide nella sua tragedia “Le Baccanti”.

La cerimonia in onore di Bacco, dio del vino, delle sfrenatezze e delle orge, si concludeva solitamente col sacrificio di un animale e, talvolta, di un bambino.

Le tragedie riferiscono di celeberrime vittime sacrificali (da Ifigenia a Polissena, ad esempio). Erodoto parla di sacrifici umani in Acaia, e Plutarco racconta di analoghi sacrifici fatti da Pelopida prima della battaglia di Leuttra e da Temistocle prima della battaglia di Salamina; e l’elenco potrebbe essere ancora molto lungo.

Diversi studiosi avanzano dubbi circa questa terribile usanza presso i Greci, e lo stesso presso gli Etruschi: esistono tuttavia indizi (ritrovamento di quattro scheletri umani presso Anemospilia a Creta uno dei quali con una lama di circa quaranta centimetri all’ altezza dell’addome, raffigurazioni su vasi etruschi forse di derivazione mitologica) che sembrerebbero dar ragione a coloro che sostengono il contrario.

Anche nel mondo romano accadeva qualcosa di simile: vari storici, come Tito Livio, scrivono che nei momenti di panico, quando si riteneva che alcuni avvenimenti particolari fossero indizio di future sciagure, il popolo si affrettava a compiere sacrifici umani, di solito scegliendo le vittime tra gli schiavi. Cicerone e Sallustio invece narrano di una grave fatto di sangue di cui si macchiò Catilina: in occasione di una riunione segreta alla quale erano presenti suoi fedeli e amici, Catilina avrebbe indotto i presenti a bere del vino rosso miscelato con sangue umano. Una specie di giuramento che avrebbe legato ancora di più a lui i suoi uomini.

Ancora una volta emerge il concetto di patto di sangue, comune a quasi tutte le civiltà, dalle più antiche a quelle attuali. Per ottenere un patto col diavolo si fa un patto di sangue, lo stesso in molte religioni-magie orientali, sudamericane e africane (vaudou). Per quale motivo il sangue ha un valore simbolico così potente per l’uomo? Perché questo fluido rappresenta il vettore della vita strettamente connesso ai contenuti spirituali e ultraterreni dell’essere umano: questo concetto si tramanda nel tempo ed è presente in quasi tutte le religioni, rituali, superstizioni e tradizioni conosciute. Scambiarsi, mescolare o addirittura bere del sangue ha da sempre significato assumere un impegno indelebile che va al di là del tempo ed è soprattutto questo il motivo per cui si fa un patto di sangue.

Esistono diverse testimonianze che asseriscono l’esistenza di analoghe consuetudini anche presso i Britanni e gli abitanti dell’Irlanda. E come non menzionare i Longobardi? Popolazione germanica feroce e indomita che noi italiani abbiamo conosciuto, seppur in epoche remote, purtroppo molto bene.

Popolo di grandi guerrieri, ma anche di antropofagi rituali, di adoratori di divinità implacabili e di usanze alquanto grottesche: pare che re Alboino avesse, infatti, la consuetudine di bere vino nel cranio del padre di sua moglie (de gustibus…).

Anche presso il mondo sassone era usanza di mangiare e immolare uomini, quasi sempre per offrirli all’albero sacro, il celebre Irminsul, simbolico sostegno dell’universo,

ovvero il grande frassino che si leva al centro dell’Universo e rappresenta la continuità e la vita stessa dei nove mondi.

E, non certo in ordine temporale, come non ricordare il celebre e terribile dio Moloch?

Antico dio fenicio e cananeo, venerato anche dagli Israeliti: a lui venivano offerti in sacrificio molti uomini, soprattutto i figli primogeniti.
Moloch (Molech o Molekh o Molok o Mal’akh o Melqart in ebraico), molto spesso scambiato e confuso con il dio siro-palestinese Baal (divenuto temibile demone in seguito all’avvento del cristianesimo), era una divinità legata al culto del Sole ed rappresentata con una grande statua di bronzo, nel cui interno cavo ardeva costantemente un fuoco che la rendeva di un rosso incandescente. Aveva testa di toro e braccia umane tese, pronte ad accogliere le vittime sacrificali. Con un ingegnoso sistema di catene, le braccia venivano sollevate verso la bocca (come se il dio stesse mangiando) e il bambino veniva lasciato cadere all’interno, tra le fiamme, e quindi arso vivo.

Sacrificare il primogenito

Queste terribili tradizioni non devono per niente stupirci giacché il sacrificio del primogenito era molto frequente nell’antica Palestina ed era stato praticato non soltanto dal re moabita Mesha, che bruciò il figlio in onore del dio Chesmoh (II Re III, 26-27), ma anche dagli Ammoniti che donavano i loro figli al già citato Moloch (Levitico XVIII, 21 e XX, 2), dagli Arameii i cui dei erano Adram-melech e Ana-melech, e anche agli ebrei Ahaz (II Re XVI, 3) e Manasse (II Re XXI, 6).

Pare che il culto di Moloch fosse stato introdotto a Gerusalemme da re Salomone, in onore del quale i bambini erano immolati nella valle di Tophet, ossia la Gehenna (II Re XXIII, 10), l’inferno ebraico.

In Esodo XXII, 28-29, si legge chiaramente, “Tu mi darai il primogenito dei tuoi figli e anche quelli delle tue mandrie e del tuo gregge, al loro ottavo giorno”. Ezechiele (XX, 24-26) ne parla come “una delle leggi che non erano buone” e tali da contaminare Israele per castigo della sua idolatria.

La Bibbia d’altronde spesso narra di sacrifici umani. Anche volendoci non soffermare sulla discussa vicenda di Isacco, non possiamo ignorare quanto riportato in Giosuè VI, 26. Si narra che Giosuè fece giurare: “Maledetto davanti al Signore l’uomo che si alzerà e ricostruirà questa città di Gerico! Sul suo primogenito ne getterà le fondamenta e sul figlio minore ne erigerà le porte!”.

Giosuè ordinò un sacrifico umano in seguito alla sconfitta subita dagli israeliani che si scontrarono con il popolo della città di Ai.

La vittima sacrificale scelta fu Acan che, dopo essersi autoaccusato (non proprio spontaneamente) della sconfitta subita, fu lapidato a morte. Tale sacrificio dette nuova linfa vitale agli israeliti che, durante una nuova battaglia, sconfissero l’esercito di Ai.

Cannibalismo e antropofagia

Abbiamo visto come l’usanza dei sacrifici umani fosse comune a molte culture più o meno antiche, sparse in ogni zona geografica del pianeta. Tale pratica ha assunto diverse forme e, tutt’ora, viene identificata come strumento per far piacere agli dei e per placarli.

Anche ai nostri giorni, in particolar modo in alcune aree del Sud America, gli sciamani praticano il sacrificio umano per placare le forze della natura e, addirittura, per assecondare quelle delle opere realizzate dall’uomo.

Nelle regioni più impervie del Perù, dell’Ecuador e della Bolivia gli sciamani sono soliti piazzare grandi massi nei tratti più pericolosi delle strade allo scopo di causare incidenti automobilistici mortali; essi ritengono che sia necessario per appagare gli spiriti della strada. In parole semplici potremmo tradurre: sacrificarne pochi per salvarne molti.

Siamo proprio sicuri che tutti i sacrifici umani rituali fossero eseguiti solamente per scopi religiosi? Oppure, talvolta, esistevano motivazioni più terrene?

E’ mia opinione che etichettare i sacrifici sempre come vettore per ottenere qualcosa dalle divinità, sia alquanto spicciola, semplicistica e fuorviante. Senza ombra di dubbio è più comoda ed eticamente plausibile, ma non è così. L’ipocrisia non può sopraffare la verità.

Ad esempio nella cultura sciamanica si praticano sacrifici umani per trasformare gli spiriti delle vittime in spiriti guardiani da utilizzare al proprio servizio, una sorta di entità intrappolate dallo sciamano per essere utilizzate per fini sia negativi che positivi: un po’ come i nostrani maghi che possono utilizzare i propri poteri sia per magia bianca che per magia nera. Il confine, in certi casi, è veramente sottile.

Esaminiamo inoltre i sacrifici di alcune popolazioni che praticavano il cannibalismo. Il passato è d’obbligo, dato che la maggior parte della comunità scientifica sostiene che oramai non sia più praticato al giorno d’oggi; anche in questo caso i dogmi non corrispondono sempre alla verità. Tuttavia, anche volendo sorvolare su quest’ultimo aspetto, credete che i cannibali praticassero l’antropofagismo solamente per sfamarsi? Forse era vero presso alcune tribù neolitiche, non in senso assoluto.

Pensate che si cibassero di uomini perché la carne umana fosse più buona di quella di altri animali? Non è così, inoltre sarebbe stato più facile catturare della selvaggina piuttosto che sacrificare un proprio simile (nel senso evoluzionistico di mammifero evoluto).

Gli antropologi di tutto il mondo sono divisi sotto quest’ aspetto: alcuni sono accaniti sostenitori della tesi dei riti magico-religiosi, altri per la più concreta tesi della “fame”, altri ancora sostengo che venissero mangiati i nemici perché non era conveniente farli prigionieri di guerra (uso attribuito, secondo me erroneamente, agli aztechi).

Riassumendo possiamo sintetizzare così le tipologie di cannibalismo.

Cannibalismo alimentare: praticato per mere necessità alimentari;

Cannibalismo rituale: consiste nel mangiare parti del corpo umano a scopo magico o religioso;

Pseudo-cannibalismo: pratiche non necessariamente cannibali, connesse al culto dei morti.

Abbiamo quindi a disposizione un ampio ventaglio di tesi/ipotesi che spazia da concetti molto concreti ad altri alquanto forzati.

Personalmente non sono certo in grado di risolvere questo dilemma ma, certo è, che bisognerebbe prendere in considerazione anche altri aspetti, come ad esempio il valore simbolico-esoterico-mistico-alchemico di nutrirsi di propri simili. Esseri viventi uguali e vivi, altrimenti si tratterebbe di necrofagismo: tutta un’altra cosa.

Riassumendo possiamo affermare che ogni cultura, dal passato fino ai tempi recenti, ha praticato sacrifici rituali immolando propri simili allo scopo di ottenerne benefici, sia per placare l’ira degli dei, sia per necessità, sia per credenze atavicamente tramandate dai propri avi: esistono tuttavia, in molti casi, motivazioni che ancora ci sfuggono e che rimangono avvolte nel mistero.

In ogni caso ci auguriamo che, qualunque sia la tipologia di sete di sangue delle divinità o la necessità del momento, questi crimini contro l’umanità cessino di esistere e siano oramai relegati a tempi passati.

 

Fonti

Gli Aztechi, A. Vallardi, Aldo Garzanti Editore, 1977

History of the conquest of Mexico, William H. Prescott, libero adattamento di P. Guillot, editions de Crémille, Ginevra, 1969

I Miti Ebraici, Robert Graves e Raphael Patai, Tea Edizioni, 1988

Il Ramo d’Oro – Studio sulla magia e sulla religione, J. G. Frazer, E-Newton Classici, Settembre 2012

Storia dei Longobardi, Jörg Jarnut, Einaudi, Torino, 2002

X Factor n° 38, Pubblicazione periodica edita dall’Istituto Geografico De Agostini, 1997-1998

(http://www.accento-news.it/news/worldnews/cronaca/)

(http://www.timmylove.altervista.org/tl/blog/moloch.html)

(http://www.archeomolise.it/archeologia/)

(http://archiviostorico.corriere.it/1999/luglio/02/)

(www.sapere.it)

 

 

Asmodeo

Asmodeo, il demone distruttore

Asmodeo è un demone la cui genesi si perde nella notte dei tempi ed anche uno tra i più importanti secondo la gerarchia degli spiriti infernali: difatti è uno dei diciotto re infernali che comanda 72 legioni di demoni. Secondo la tradizione cabalistica è il capo del quinto gruppo di demoni incendiari, i Galb, spiriti collerici. Noto anche come “il distruttore”, per eccellenza è considerato il demone della cupidigia, dell’ira e della vendetta. Come per molti altri demoni biblici Asmodeo deriva da antiche divinità pagane e sembra che l’ipotesi più accreditata circa la sua origine sia quella che gli attribuisce una “parentela” con l’antica religione iranica, periodo nel quel veniva adorato un potente dio che si chiamava Aeshma Daeva , che letteralmente si può tradurre come dio della collera (daēva  e aēšm in persiano).

Ecco il video Youtube:

https://youtu.be/arVzgV8DkO

La tentazione di Asmodeo