Eunica, poesie: nuovo libro di Marinella Turco Bosco

Eunica, poesie

Questi versi non si collocano in una cronologia precisa, ma si accordano conseguentemente a momenti di intensa emotività espressiva, imprimendo in essi la volontà e il bisogno di raccontare.
Pensare, scrivere, ma soprattutto ricordare, sono un mezzo, un’esigenza personale per non cancellare un vissuto passato, ma che ci appartiene.
In questo percorso di poesie ho incluso frammenti di vita interiore in una variazione di tempi dal presente al passato e viceversa.
In un continuo mutamento di stati d’animo ho raccolto fiori e cocci e, se pur con fatica, non ho mai smesso di spengere seriamente i miei impulsi emotivi o di voler negare le ragioni in cui mi riconosco.
Sentimenti veri che non si distaccano pur nel dolore, perché voglio ascoltarlo e in esso abitare in tutti i suoi passaggi come un bisogno indispensabile.
Così pensava Lev Tolstoj: ognuno di noi rappresenta la vera spiritualità di sé stesso.

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Eunica, poesie

 

Libro: NeuroAlchimia, di Marcello Boldrini. Nuova uscita

NeuroAlchimia.

Quando la mente plasma la chimica del corpo, libro di Marcello Boldrini

E se ogni pensiero fosse un atto chimico? Se ogni parola potesse modificare il corpo?

NeuroAlchimia è un viaggio affascinante tra neuroscienze, emozioni e linguaggio, dove la mente non è solo un osservatore, ma un alchimista capace di trasformare la realtà biologica. Attraverso uno stile chiaro e coinvolgente, Marcello esplora come impulsi elettrici, ormoni e metafore quotidiane influenzino la salute, il comportamento e la percezione.

Scoprirai il potere del placebo, la forza della suggestione e come il linguaggio possa diventare uno strumento di guarigione e cambiamento. Questo libro è una guida pratica e poetica per chi vuole comprendere il legame profondo tra mente e corpo, e imparare a usarlo per vivere con maggiore consapevolezza, energia e libertà.

Ideale per chi ama:

– Neuroscienze e psicologia divulgativa

– Crescita personale e trasformazione interiore

– Comunicazione efficace e linguaggio terapeutico

– Mindfulness, coaching e discipline olistiche

Lascia che la tua mente riscriva il tuo corpo. Scopri il potere nascosto dentro di te.

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A breve anche in formato cartaceo.

 

Libro “La Coscienza di Pan”: prefazione e indice

Prefazione

“Bisogna superare l’abitudine di credere, massimo impedimento alla conoscenza”

(Giordano Bruno)

 

La coscienza di Pan: per quale motivo questo titolo?

Gambe irsute e zoccoli, busto umano, grandi corna caprine sul capo, naso schiacciato, barba ispida e volto caratterizzato da una terribile espressione: ecco un sommario identikit dell’aspetto del dio Pan.

Pan, nella mitologia greca, era una divinità agreste non olimpica dal grottesco aspetto di un satiro, legata alle selve, alla pastorizia e alla natura: solitamente riconosciuto come figlio del dio Ermes e della ninfa Driope.

Era l’unico nel pantheon mitologico greco a non vivere nell’Olimpo, ma preferiva correre liberamente nei boschi dell’Arcadia, suonando un flauto e concedendosi liberamente a sfrenatezze sessuali.

Pan rappresenta la completezza della natura, senza alcuna connotazione di stampo dualistico e manicheistico: una divinità neutrale che può causare distruzione o creazione.

Archetipicamente simboleggia l’uomo ancora ignorante, primitivo, nel quale prevalgono gli istinti primordiali ma che, in quanto tale, non è ancora stato corrotto dal peccato. Scevro dalle contaminazioni che influenzano il pensiero dell’uomo e pronto, quindi, ad intraprendere un cammino di illuminazione: quello che nel percorso alchemico veniva rappresentato come la trasformazione della pietra grezza (uomo ignorante) in oro (uomo illuminato spiritualmente).

Potremmo riassumere questo concetto dicendo che per imparare è necessario, prima di tutto, disimparare.

Pan rappresenta quindi l’individuo ideale, puro, che può intraprendere un cammino di conoscenza non influenzato da errate verità.

Sostanzialmente, nella maggioranza dei casi, la nostra formazione culturale e scientifica si basa su concetti che ci vengono inculcati a partire già dalla tenera età e sui quali costruiamo ulteriori idee, pensieri, credenze e convinzioni.

Ciò che noi percepiamo non è la realtà, ma una percezione di essa ed esiste una grande differenza tra realtà oggettiva e quella percepita.

Questa discrepanza, che apparentemente e superficialmente può sembrare un labile confine indefinito, nasconde in realtà un abisso dentro al quale nuotano molti squali.

Il nostro cervello, sublime “macchina” lettrice d’informazioni e di ologrammi, ci fa percepire la realtà in modi differenti: la mia visione della realtà può differire dalla vostra, ad esempio.

Per comprendere la natura intrinseca delle cose è necessario percepirne l’interezza, in ogni suo aspetto e sfaccettatura, liberandoci dai dogmi per aprire la strada alla consapevolezza che altro non è che una misura della Coscienza.

Sono d’altronde consapevole che tutto ciò comporti il fatto di porre l’uomo al centro dell’universo sostituendosi, di fatto, al dio di turno: la blasfemia più grande che possa esistere secondo il principio comune teologico.

Per intenderci è ciò che vorrebbe farci credere Satana, con Lucifero e tutti i suoi sottoposti, per condurci al peccato originale e alla perdizione eterna allontanandoci dalla perfezione del Creatore.

Dato che non intendo rimanere a testa china a sorbirmi ogni tipo di sciocchezza che mi venga propinata soltanto per inibire il mio ego e per far sì che non sia consapevole, mi preparo a subire le pene dell’inferno.

Nella speranza di un inferno come quello descritto da Dante Alighieri nel Canto XXXIV, al cospetto di Lucifero che, sbattendo le ali, crea un vento freddo che fa ghiacciare le acque del lago di Cocito: pur sempre meglio delle fiamme eterne.

Adesso vi propongo una favola. Pronti?

Se vi dicessero che non esiste alcuna dualità nel nostro universo?

Se vi dicessero che la dualità è stata creata dalle religioni, dalle massonerie e da gruppi di potere per causare divisione e non farvi avere consapevolezza?

Se vi dicessero che in realtà le più grandi religioni del mondo contengono insegnamenti di non-dualità, l’idea che tutto è uno e che la manifestazione dell’universo non sia altro che la manifestazione dello spirito?

Se vi dicessero che le religioni sono una ben strutturata invenzione per controllare le masse?

Se vi dicessero che questi insegnamenti vengono manipolati dall’ego delle persone per istigare paura e sottomissione?

Se vi dicessero che non esiste una divinità onnipotente e creatrice, ma piuttosto un’unica Coscienza creatrice?

Se vi dicessero che voi siete parte di questa Coscienza? Una piccola parte, ma con le stesse caratteristiche (un frattale, per utilizzare termini scientifici)?

Se vi dicessero che l’universo è come un singolo organismo di cui ognuno di noi fa parte?

Se vi dicessero che viviamo in una realtà soggettiva e virtuale in quanto alterabile?

Se vi facessero notare che questi concetti in realtà sono già scritti in modo chiaro nei miti antichi?

Infine, se vi dicessero che la maggior parte dell’informazione trasmessa dai media sia artefatta e non corretta?

Il problema, per chi ha volutamente creato la dualità e la conseguente divisione, non è tanto il se vi dicessero, ma che iniziate ad averne consapevolezza.

Per fortuna le favole hanno sempre un lieto fine.

Intraprenderemo un viaggio, apparentemente tortuoso e variegato, ma unito dal filo conduttore della consapevolezza, che permetterà di mettere in relazione i grandi enigmi della scienza moderna con gli antichi miti, passando per le origini del simbolismo archetipico e alle relative errate interpretazioni, fino ad arrivare all’informazione scientifica manipolata.

Non è detto che riusciremo nell’intento; non è questo difatti il fine preposto, ma piuttosto quello di capacitarsi che non può esservi comprensione senza sperimentazione dell’esperienza, così come non ha senso autoproclamarsi paladini della scienza se non la si affronta con coscienza.

Così, senza una visione d’insieme accompagnata dalla consapevolezza, anche se le nostre conoscenze fossero estese, se studiassimo il passato esso ci apparirebbe incompleto e amputato di qualcosa.

Senza consapevolezza ciò che ci appare quando si affrontano importanti problematiche è un complicato cumulo di tasselli disordinati, ognuno dei quali contiene importanti informazioni, ma se non si è in grado di ordinarli e collegarli mettendo in relazione diversi saperi e conoscenze, non ci appariranno mai per ciò che in realtà sono: uno splendido mosaico.

Buona lettura e buon viaggio.

Indice

Indice del libro “La coscienza di Pan”

 

https://www.youtube.com/watch?v=45EKENqlRrY&t=17s

 

 

L’uomo: frutto di processi evolutivi?

Cosa sostiene la scienza

Prima di iniziare a ragionare sulle origini dell’uomo è necessario evidenziare un aspetto molto importante.

Ciò che conosciamo in merito all’evoluzione della specie umana, ma anche di altri esseri appartenenti al modo animale, in primis lo sappiamo tramite il rinvenimento di resti fossili: ciò che non viene trovato lo si può soltanto ipotizzare invece. Sembra scontato, ma vedremo che non è propriamente così.

Questo potrebbe aprire la strada a un dibattito infinito e inutile circa gli anelli di congiunzione, ossia i collegamenti tra un prima e un dopo: molti scienziati sarebbero inorriditi se affermaste che mancano anelli di congiunzione nella catena evolutiva, pochi altri probabilmente vi darebbero ragione.

Cosa sostiene la scienza circa l’evoluzione (dell’uomo), ammesso che quest’ultima possa definirsi scienza?

Non che deriviamo direttamente dalle scimmie, ma che, sostanzialmente, abbiamo degli antenati in comune.

Sempre secondo la scienza ufficiale questo antenato comune, in un determinato periodo, avrebbe dato origine alle cosiddette scimmie del vecchio mondo (inquadrabili temporalmente nell’Oligocene) e in un altro (nel Pliocene), avrebbe generato una serie di primati, i quali avrebbero originato ciò che siamo ora.

In particolare l’Homo abilis precede di circa 1 MAPP (Milioni di Anni Prima del Presente) l’Homo erectus: entrambi adottavano la posizione eretta, ma non erano gli unici. Anche il Ramapitecus, vissuto all’incirca 13 MAPP, aveva una posizione quasi eretta.

Il loro progenitore era una proscimmia simile ad un brutto scoiattolo, il Plesiadapis, che visse oltre 70 MAPP.

Da questa proscimmia sarebbero derivati molti rami da cui discendono direttamente le diverse scimmie del nuovo e vecchio mondo e solo due rami correlabili direttamente all’Homo sapiens: quello delle grandi scimmie antropomorfe (gorilla, babbuini e scimpanzè) e quello del Ramapitecus.

Sintesi del processo evolutivo dell’uomo

La posizione eretta

Dai pesci agli anfibi, dagli anfibi ai rettili, poi gli uccelli e in seguito i mammiferi e, infine, l’uomo: che viaggio affascinante.

Desidero precisare che non sto negando in toto la teoria evoluzionistica ma, piuttosto, sto solo ragionando con coscienza.

Propongo uno spunto di riflessione: avete notato che l’uomo è l’unica specie vivente animale ad assumere la posizione eretta?

Se si pensa che il baricentro dell’uomo è posto all’incirca all’altezza del plesso solare, è innegabile notare che sia una posizione scomoda. Difatti, in piedi su due gambe, l’uomo corre meno velocemente di qualsiasi animale quadrupede, è meno stabile e in tale posizione c’è un maggior dispendio energetico.

Provate a stare in piedi per due ore senza muovervi: probabilmente cadreste al suolo sfiniti. Ad un gatto, ad esempio, ciò non accadrebbe.

Non ce ne rendiamo senz’altro conto, ma per mantenere la posizione eretta il nostro cervello apporta continuamente piccole correzioni impegnando muscoli e tendini e, aspetto non secondario, consumando molta energia.

In qualità di grandi bipedi barcollanti e instabili, in verità stiamo in piedi solo per non rovinare a terra.

Il nostro è un miracolo di equilibrio contro la forza di gravità: quando camminiamo, in pratica, facciamo un passo davanti ad un altro per non cadere.

Inverosimilmente, poi, a differenza di tutti gli altri mammiferi, il nostro baricentro si trova a parecchi centimetri dal suolo e facciamo fatica anche a stare seduti senza un appoggio per il fondoschiena.

Per cui dal punto di vista evolutivo la posizione eretta è di fatto scomoda e non conveniente.

L’evoluzione del cranio dell’uomo

Schema dell’evoluzione del cranio dell’uomo

Per quale criptico motivo quindi ci siamo evoluti in questo modo? Ed ecco che la scienza viene in nostro soccorso.

L’evoluzione ha portato l’uomo a sviluppare un cranio più grande rispetto ai progenitori, per cui si è resa necessaria una soluzione radicale: la posizione eretta. D’altronde, in termini evoluzionistici, quale soluzione migliore di appoggiare un cranio più grande su un sostegno verticale, ovvero la colonna vertebrale? Geniale. Per avere un cranio più grande l’evoluzione ha escogitato questa soluzione, fregando la forza di gravità.

Interessante andare ad analizzare le variazioni (conosciute) del volume cranico dell’uomo durante il suo percorso evolutivo:

  • Australopithecus afarensis (4-3 MAAP), volume cranico pari a 400 cc;
  • Australopithecus africanus (3-2 MAAP), volume cranico pari a 500 cc;
  • Homo abilis (2 MAAP), volume cranico pari a 650 cc;
  • Homo erectus (1 MAAP), volume cranico pari a 1000 cc;
  • Homo sapiens arcaico (1-0 MAAP), volume cranico pari a 1150 cc;
  • Homo sapiens sapiens (200.000 anni fa – attuale), volume cranico pari a 1350 cc.

Appare scontato sottolineare che a un cranio più grande corrisponda un maggior volume cerebrale.

Per cui l’uomo ha assunto la posizione eretta poiché ha “sentito il bisogno” di sviluppare un cranio più grande oppure perché un cranio più grande necessitava di questa posizione? È nato prima l’uovo o la gallina? Non esiste risposta univoca.

Certamente possiamo affermare che la posizione eretta rappresenti il culmine dell’ominazione, della speciazione dell’uomo.

L’uomo: una singolarità nel mondo animale

Da questi ragionamenti scaturisce un’altra importante considerazione, infatti è evidente che l’uomo sia una singolarità nel mondo animale. Nonostante l’amore a l’affetto che provi per gli animali, non sono a conoscenza ad esempio del fatto che un cane abbia mai scritto un romanzo, composto una poesia o una musica oppure risolto una trasformata di Fourier. L’uomo è particolare se paragonato a ciò che lo circonda, ma è anche il più evoluto?

Definire il grado di evoluzione di una specie è estremamente complesso e gli scienziati lo sanno fin troppo bene: le delucidazioni in tal senso sono fin troppo variegate infatti. Vi propongo alcuni esempi.

Un essere è tanto più evoluto quanto più vive con minor dispendio energetico; secondo questa teoria quindi un batterio o un parassita, ad esempio, sarebbero più evoluti dell’uomo.

L’essere più evoluto è quello che si adatta meglio all’ambiente che lo circonda: per cui, seguendo questa tesi, una medusa o una zecca sarebbero più evolute dell’uomo.

In linea generale la scienza sostiene che l’essere più evoluto sia quello più specializzato: concetto legato direttamente alla capacità di sopravvivenza e all’adattamento. Una specie molto specializzata sa fare poche cose, ma le sa fare molto bene.

Non ne sono affatto convinto: c’è un altro fattore da prendere in considerazione infatti.

Un essere capace di adattarsi, specialmente in riferimento all’ambiente circostante e alle condizioni che gli si presentano, cambia stile di sopravvivenza, ma per farlo impiegherà molto tempo.

Un essere molto evoluto invece tiene in considerazione le esperienze passate, le comprende, e in un contesto mutato e differente sarà in grado comportarsi in modo adeguato e, soprattutto, in modo molto veloce.

In più l’uomo, rispetto ad altre specie animali, utilizza diversi metodi di comunicazione altamente efficaci come, ad esempio, il linguaggio.

Non mi pare una differenza tanto sottile.

Il genoma umano: un patrimonio comune

DNA umano

A voler essere pignoli anche gli studi sul genoma umano, tra l’altro veritieri, che indicano che l’Homo sapiens abbia in comune il 99% del DNA con lo scimpanzè comune (Pan troglodytes) e il 98% con il gorilla occidentale (Gorilla gorilla), possono dimostrarsi fuorvianti, in quanto una percentuale pari all’1% o al 2% di materiale genetico non è poca cosa. Ragionando in quest’ottica l’uomo ha in comune anche col gatto (Felis catus) circa il 60% del DNA e probabilmente il 15% con i pesci.

Se confrontiamo lo studio evoluzionistico basato sull’antropologia fisica, intesa come i cambiamenti dei tratti esteriori dell’uomo, con l’evoluzione della trasmissione ereditaria cromosomica, noteremo un’enorme discrepanza perché, quest’ultima, è estremamente complessa e meno grossolana rispetto alla prima.

Tutti gli esseri viventi evolvono, ma con velocità totalmente diverse. Per esempio un cane già dopo due mesi dalla nascita è autonomo e dotato di un’intelligenza paragonabile a quella di un bambino di pochi anni: il cane però si ferma mentre il bambino, nonostante uno sviluppo più lento, continuerà ad evolvere fino all’età adulta.

Ed eccoci giunti a quello che a molte persone sembrerà fantascienza.

Se nel nostro pianeta, e probabilmente anche in altri, la forma antropomorfa pare essere la più idonea a livello evoluzionistico, non è detto che lo sia quella di mammifero. Sul pianeta terra è evidente che sia così, ma in un altro pianeta, magari appartenente a un’altra galassia, la forma di vita più evoluta e adatta potrebbe essere quella di rettile, di anfibio oppure quella d’insetto: seppur con sembianze antropomorfe.

Cosa fa la differenza? Le condizioni ambientali e la velocità con cui queste sono cambiate sul pianeta.

Di conseguenza la nostra specie, quella umana, deriva dalla semplice evoluzione? La verità, nonostante gli sforzi scientifici, è che non lo sappiamo con certezza.

Evoluzione, creazione o altro?

Se si ragiona consapevolmente appare abbastanza chiaro che la teoria dell’evoluzione dell’uomo faccia acqua da tutte le parti: l’uomo potrebbe allora essere stato creato? Possibile.

Da chi? Ciò che è ovvio per le religioni monoteiste, ossia che l’uomo sia effetto diretto di una creazione divina, non lo è per il sottoscritto.

Un’ipotesi? La verità spesse volte sta nel mezzo.

L’uomo, dopo una creazione iniziale su base evolutiva, potrebbe aver subito un “intervento esterno”, una sorta di variazione artefatta dell’evoluzione con scopi niente affatto casuali.

Rimane però ancora una domanda: chi avrebbe esercitato questo “intervento esterno”?

Lascio a voi l’eventuale risposta perché è sacrosanto che ognuno abbia le proprie idee, che possono rivelarsi giuste o sbagliate, ma l’importante è che si fondino su principi di consapevolezza e di coscienza.

La scienza infatti è uno strumento fondamentale per comprendere e descrivere la visione fenomenologica del mondo delle cose, ma non è perfetta e, soprattutto, non è dogma divino.

D’altronde un dogma rappresenta il massimo impedimento alla comprensione, specialmente se divino.

Un bel dilemma.

Genesi dell’universo nella mitologia norrena

L’origine del tutto nel mito norreno

Di seguito il racconto facente parte della mitologia norrena e vichinga che spiega l’inizio di tutto, partendo da un infinito abisso chiamato Ginnungagap, delimitato da due mondi opposti, quello del ghiaccio e quello del fuoco.

Ginnungagap

In principio era Ginnungagap, ovvero il vuoto beante ovvero il vasto abisso, uno spazio senza limiti che si estendeva all’infinito in ogni direzione, capace di contenere un miliardo di universi e di essere ancora praticamente vuoto.

Ginnungagap

 

Chi avesse potuto contemplarlo sarebbe stato preda della vertigine, si sarebbe sentito senza peso, terrorizzato da quella mancanza di lunghezza e larghezza, di alto e di basso. Nel Ginnungagap non era nulla che il pensiero umano potesse cogliere, non una goccia d’acqua, un filo d’erba, un granello di sabbia e né luce né tenebra, né silenzio né suono: null’altro che un vuoto beante, che tuttavia non era affatto tale. Il vuoto era informe, ma non conteneva solo vuoto: un segreto noto solamente agli dèi.

La regione del fuoco e quella del ghiaccio

Dopo il principio, il nulla cominciò a essere qualcosa, e in esso apparvero due regioni contrastanti. In primo luogo la regione del fuoco, detta Muspellheim dove nessuna creatura comune poteva vivere poiché la terra ardeva e l’aria era in fiamme. In seguito i giganti del fuoco fecero della Muspellheim la loro dimora.

Gli Aesir (principali divinità della società e delle sue gerarchie) avevano cura di stare lontani da quella regione perché il calore era così intenso, le fiamme così ardenti, che tutto veniva ridotto in cenere anche dalla distanza di un milione di miglia e, cosa più spaventosa ancora, Surt, il più feroce dei giganti di fuoco, montava di guardia sulle frontiere ardenti, stringendo nel pugno fiammeggiante una spada di fuoco. Surt sbarrava la strada a chiunque. Compresi gli Aesir, gli dèi.

Era lì fin da l’inizio e sarebbe stato lì fino alla fine, il Ragnarok quando il loro destino si sarebbe compiuto.

La seconda delle grandi regioni del Ginnungagap, il vasto abisso, era un freddo, squallido deserto di ghiaccio e neve e di gelida nebbia chiamato Niflheim. Al pari del Muspellheim, anch’esso esistito per innumerevoli ere prima che la nostra terra fosse creata.

Niflheim e Muspelheim

 

Al centro del Niflheim erompeva schiumando la sorgente di tutte le acque, un enorme fontanile chiamato Vergelmir, vale a dire caldaia ruggente. Tutti i fiumi di ogni tempo hanno tratto origine dal Vergelmir.

Nel Niflheim vi era un’altra sorgente tumultuosa, Elivagar ovvero acque gelide, e anch’essa era sorta da fonti ignote fin da tempi immemorabili.

La parte settentrionale del Ginnungagap si trovò a essere tutto ghiaccio e brina mentre la parte meridionale era un rutilare di scintille e gas eruttati dal Muspellheim.

Il grande scontro

Era inevitabile che, dopo migliaia di secoli, le regioni del ghiaccio e del fuoco nell’enorme vuoto s’incontrassero, e quando questo accadde si verificò un fenomeno singolarissimo, che nessuno, dacché il mondo esiste, è stato in grado di spiegare: il sorgere della vita. Là dove i due elementi coabitavano, il vuoto era dolce come un cielo senza venti, ma allorché il ghiaccio del Niflheim toccò il fuoco della Muspellheim si ebbe un’esplosione accompagnata da un enorme frastuono. Le frammentanti gocce di veleno che sgorgavano ribollendo dall’Elivagar, furono trasformate dal fuoco in vita, la quale a sua volta formò il corpo di un gigante che si estendeva per il Ginnungagap in tutta la sua lunghezza e larghezza. Il nome del gigante era Aurgelmir, che significa caldiera di fango, altri invece lo chiamavano Ymir”.

Il gigante Ymir

Questo è ciò che raccontano gli Aesir, divinità legate al cielo, alla sapienza e alla guerra, al re svedese Gylfi.

Fonti

Branston, B., 1981: Dei e Eroi della Mitologia Vichinga, Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., Milano

Il paradosso del gatto di Schrödinger

In cosa consiste il paradosso?

Erwin Rudolf Josef Alexander Schrödinger fu un talentuoso fisico austriaco, premio Nobel per la fisica (1933) e uno dei padri fondatori della moderna meccanica quantistica.

Suo il famoso paradosso del gatto rinchiuso in una scatola che fa discutere ancor oggi: preciserei che, secondo un punto di vista prettamente personale, il termine più adatto per definire il celebre esempio del gatto non sia paradosso, bensì esperimento mentale o coscienziale.

L’esempio di Schrödinger serve sostanzialmente per spiegare il principio di sovrapposizione degli stati di cui abbiamo già parlato nel paragrafo precedente (entanglement quantistico).

In sintesi, in cosa consiste il paradosso?

In una scatola ci sono un gatto, una fiala contenente veleno, una fonte radioattiva e un congegno meccanico che aziona un martello. Cosa può accadere all’interno della scatola? Se la fonte radioattiva, decadendo, emette una radiazione si genera un effetto per cui si attiva il martello che rompe la fiala di veleno, uccidendo il gatto. Oppure può non succedere.

Il gatto è vivo o morto?

Da un punto di vista probabilistico e statistico, vi sono il 50% di possibilità che il gatto sia vivo e un altro 50% di probabilità che sia morto: il gatto è quindi vivo o morto? Per rispondere dobbiamo ragionare secondo i canoni della meccanica quantistica.

Fino al momento in cui un osservatore esterno non apre la scatola, il gatto è sia vivo che morto, ossia si trova contemporaneamente in due stati; la sovrapposizione di questi due stati rappresenta esattamente una somma algebrica probabilistica delle due condizioni possibili, vita e morte, fino a che non si apre la scatola.

Ricordate quanto detto circa l’esempio delle scarpe per comprendere meglio l’entanglement quantistico? Bene, andiamo avanti.

Bisogna tenere a mente che secondo la fisica quantistica gli elementi microscopici della materia possono comportarsi come particelle o come onde. Semplificando, se non siamo in grado di sapere dove si trova uno di questi elementi microscopici, esiste una probabilità statistica che esso si trovi in tutte le posizioni possibili: ciò è valido fino a quando non ci mettiamo a guardare dove sia l’elemento.

In questo caso l’osservatore definisce lo stato dell’elemento.

In pratica l’elemento microscopico è in una “super-posizione” in quanto è ovunque e nello stesso tempo: quando esso viene misurato e osservato la “super-posizione” cessa di esistere, in quanto collassa su un’unica posizione definita.

L’interpretazione di Copenaghen

Per onestà intellettuale è opportuno ricordare che altri due scienziati fornirono una spiegazione circa questo comportamento degli elementi microscopici e delle particelle: Niels Böhr e Werner Karl Heisenberg.

Celebre la loro ipotesi-tesi nota come “l’interpretazione di Copenaghen” (1927), secondo la quale a farci capire la posizione definita della particella sia l’interazione che avviene tra un osservatore e la particella stessa.

In pratica si potrebbe affermare che è l’osservatore a modificare la realtà, rendendo definita la posizione della particella che era indefinita fino al momento dell’osservazione.

Riassumendo il concetto, fino a quando un osservatore non apre la scatola, il gatto è sia vivo che morto (sovrapposizione degli stati quantici).

Seguendo questa nozione, anch’io che sto scrivendo il libro, esattamente in questo momento, sono sia vivo che morto; lo stesso vale per voi che state leggendo.

Comprendere con coscienza

Gli studi scientifici scaturiti dal paradosso di Schrödinger sono molteplici: a partire dalla teoria dei multiversi fino ad arrivare all’ipotesi di definizione dei salti quantici tramite qubit (bit quantistici, ossia l’unità di informazione quantistica).

Studi molto interessanti e fondati esclusivamente sull’approccio scientifico ma, ancora una volta, viene a mancare quel qualcosa che possa permettere di comprendere a fondo l’esempio-paradosso di Schrödinger: la coscienza.

Un individuo consapevole sa fin troppo bene che la dualità nell’universo non ha senso di esistere e che in quest’ultimo è sbagliato ragionare in termini di separazione: non esiste il vuoto e il pieno, il più e il meno, la luce e la tenebra, il bene e il male.

Citiamo come esempio la materia e l’antimateria: entrambe costituiscono due facce di una stessa moneta e sussiste l’una perché c’è anche l’altra.

Ammettere l’esistenza della sola materia significa non aver compreso la completezza della natura dell’universo giacché, in questo caso, non stiamo prendendo in considerazione l’interezza dell’universo stesso.

Il fatto che l’attuale livello di conoscenza scientifica non permetta di stimare quantitativamente la presenza dell’antimateria nel nostro universo (ma solo di ipotizzarla), non dimostra che essa non sia presente. Semplicemente non la vediamo.

“Vedere”, nel concetto scientifico, significa poter apprezzare un fenomeno, misurarlo e descriverlo con modelli matematici che ne approssimino al meglio il comportamento ed effettuare esperimenti che siano ripetibili.

Per cui, in conclusione, un individuo consapevole e cosciente non avrebbe nemmeno bisogno di aprire la scatola contenente il gatto, in quanto conoscerebbe già la risposta e quindi non sarebbe interessato a diventare osservatore.

In tale ottica sapere se il gatto è vivo oppure morto risulterebbe scontato e non aggiungerebbe assolutamente niente alla comprensione di un fenomeno che è già noto, inteso.

Perché proprio il gatto?

A questo punto sarebbe interessante ipotizzare il motivo per il quale il fisico Schrödinger abbia utilizzato, tra tutti gli animali, proprio il gatto per delucidare il celebre paradosso. Ovviamente possiamo limitarci soltanto a formulare risposte più o meno plausibili ascrivibili al campo della fantasia e delle idee.

La risposta più immediata e scontata è pensare che il fisico austriaco abbia utilizzato il gatto in quanto animale domestico molto comune e noto a tutti.

Probabilmente è così, ma non per questo dobbiamo necessariamente limitarci nel ragionamento.

Proviamo a definire una seconda ipotesi, partendo dal significato simbolico del gatto.

Nell’antico Egitto i gatti erano considerati animali sacri e divini e, ad esempio, il gatto maschio era sacro al Sole e al dio Osiride mentre la gatta femmina alla Luna e alla dea Iside. Un’evidente dualità che può essere facilmente intuita analizzando il temperamento degli amabili felini: da un lato protettivi, affettuosi e leali, ma dall’altro indipendenti, combattivi e ferini.

Il gatto: animale sacro presso gli antichi egizi

Possibile che il geniale Schrödinger abbia preso in considerazione questi aspetti proprio per evidenziare, seppur sotto traccia, il significato più profondo e meno evidente del paradosso? Ossia che lo stato del gatto diviene definito, e quindi duale, fino a quando non si apre la scatola, ma che fino a quel momento sia contemporaneamente vivo o morto e quindi non duale?

A questa domanda non corrisponde una risposta definita e, ragionando come “meccanici della quantistica”, si potrebbe affermare che la fantasiosa ipotesi appena delucidata sia allo stesso tempo vera e anche falsa.

 

Libri pubblicati – Ottavio Bosco

L’universo olografico di Bohm

Lo spazio non è vacuo

“Dobbiamo imparare a osservare qualsiasi cosa come parte di un’indivisa interezza. Lo spazio non è vacuo. È pieno, opposto al vuoto, ed è il terreno per l’esistenza di ogni cosa. L’universo non è separato da questo mare cosmico di energia”, scriveva David Joseph Bohm, geniale fisico statunitense passato a miglior vita nel 1992.

Bohm ipotizzò che nell’universo vi fosse la coesistenza di un ordine implicito, che non riusciamo ad apprezzare, e di un ordine esplicito che possiamo percepire, ma come risultato di un’interpretazione che il nostro cervello attribuisce alle onde di interferenza (pattern) che compongono l’universo. L’ordine implicito fu paragonato dallo scienziato a un ologramma, la cui struttura complessiva è identificabile in quella di ogni sua singola parte. Visto però che il concetto di ologramma rappresenta un qualcosa di statico, Bohm descrisse l’universo con il termine “olomovimento”, da lui coniato per indicare che l’universo è un sistema dinamico in continuo movimento.

La comunicazione tra fotoni nell’universo

In seguito all’esperimento sulla correlazione quantistica di Aspect del 1982, in cui fu verificato il teorema di Bell, dimostrando l’esistenza una comunicazione istantanea a distanza fra fotoni, Bohm ribadì con convinzione che non esisteva nessuna propagazione di segnale a velocità superiori a quella della luce, ma che si trattava di un fenomeno non riconducibile a una misurazione spazio-temporale.

Infatti i legami tra fotoni generati da una medesima particella sarebbero da attribuire proprio all’ordine implicito, nel quale ogni particella non è separata o indipendente, ma fa parte di un ordine universale in cui i parametri spazio e tempo non hanno senso di esistere.

Sintetizzando il concetto, David Bohm era convinto che le particelle subatomiche rimanessero in contatto indipendentemente dalla distanza che le separa perché la loro separazione è sostanzialmente frutto di un’illusione e che, ad un qualche livello di realtà più profondo, tali particelle non devono essere viste come entità individuali, ma come estensioni di uno stesso “organismo” fondamentale.

Il paradigma olografico

L’entanglement quantistico e il paradigma olografico di Bohm

Per far comprendere meglio quanto da lui ipotizzato, Bohm utilizzò un esempio in seguito diventato celebre come “paradigma olografico”.

In cosa consiste?

Immaginiamo di guardare un pesce in un acquario: esso però non è osservabile direttamente se non attraverso due telecamere, una posizionata frontalmente e una lateralmente.

Supponiamo che si guardi il pesce attraverso due monitor: la diversa posizione delle telecamere farà vedere due immagini del pesce con prospettive differenti, creando così l’illusione di guardare due pesci diversi che, per comodità, saranno denominati A e B.

Paradigma olografico dell’acquario

In qualità di osservatori potremmo pensare che i pesci bidimensionali A e B, seppur correlati, siano distinti, non rendendoci conto che sono a tutti gli effetti proiezioni di un mondo tridimensionale nel quale costituiscono un’unica unità.

Appare chiaro che l’acquario sia da intendersi come universo e il pesce come particella.

Secondo Bohm se abbiamo la percezione di vedere i pesci come separati è perché siamo in grado di vedere solamente una porzione della realtà e, inoltre, non siamo in grado di riconoscere l’esistenza dell’acquario nella sua interezza.

Estrapolando le idee di Bohm è possibile sostenere che siano i nostri sensi ad illuderci di percepire la solidità di ciò che pensiamo di vedere e toccare ma, in realtà, stiamo interagendo semplicemente con “nubi” di elettroni.

Una separazione apparente

Ne consegue che se la separazione tra particelle subatomiche è solo apparente, a un livello più profondo, tutte le cose sono infinitamente collegate.

Sinceramente non comprendo come certi scienziati possano negare quanto sto per delucidare: in un universo olografico, aspaziale e atemporale, i concetti di località vengono infranti in quanto nulla è veramente separato dal resto.

In tale contesto anche il tempo e lo spazio tridimensionale (come le immagini del pesce sui monitor) dovrebbero venire interpretati come semplici proiezioni di un sistema più complesso. La realtà altro non sarebbe che una sorta di ologramma dove passato, presente e futuro coesistono simultaneamente.

In cosa consiste il principio di località nella fisica?

Che oggetti distanti non possono avere influenza istantanea l’uno sull’altro e che un oggetto è quindi influenzato direttamente solo dalle sue immediate vicinanze.

Einstein aveva torto

Cosa sosteneva Albert Einstein?

“La seguente idea caratterizza l’indipendenza relativa di oggetti molto lontani nello spazio (A e B): un’influenza esterna su A non ha un’influenza diretta su B; ciò è noto come Principio di Azione Locale, usato regolarmente solo nella teoria di campo. Se quest’assioma fosse completamente abolito, l’idea dell’esistenza di sistemi quasi-chiusi, e perciò la postulazione di leggi che possano essere verificate empiricamente nel senso accettato, diverrebbe impossibile”.

Einstein aveva intuito che qualcosa non tornava nella teoria da lui formulata e Bohm aveva ragione.

Non lo afferma il sottoscritto, ma i più recenti studi di fisica quantistica secondo cui l’universo è non locale in quanto, in esso, le particelle subatomiche sono collegate non localmente.

Sono fermamente convinto che le teorie di Bohm, quasi filosofiche oltreché scientifiche, debbano indurre a profonde riflessioni.

Se gli aspetti materiali del mondo altro non sono che realtà secondarie e ciò che percepiamo in realtà sia un insieme olografico di frequenze e se il cervello è sostanzialmente un elaborato e complesso “lettore di ologrammi”, la realtà oggettiva cos’è? Semplice: non esiste.

Realtà virtuale

Noi siamo convinti, avendone illusione, di essere entità biologiche e fisiche separate che si muovono un mondo materiale, ma la realtà è opposta perché tale mondo sarebbe virtuale, ossia: alterabile, rettificabile e trasformabile.

In un universo olografico non vi sarebbero infatti limitazioni all’entità delle modifiche che si potrebbero apportare a quella che noi percepiamo come solida realtà, in quanto quest’ultima è fittizia e puramente illusoria.

Se queste idee di pensiero risultano familiari è perché la maggior parte delle filosofie e religioni orientali le sostengono da tempo immemore.

 

Libri pubblicati – Ottavio Bosco

Simbolismo animale

Simbolismo animale: origine e significato tra mitologia, esoterismo, magia e superstizione

Il simbolismo animale ha avuto un ruolo fondamentale per l’uomo che, in passato, ha rappresentato anche una forma di totemismo: presso le antiche civiltà, a differenza della nostra, tutto era circondato da sacralità e ogni essere vivente, animali compresi, era messo in relazione all’aspetto divino e, come tale, oggetto di culto.

La zoolatria era già presente prima del 3000 a.C. e rimase un fulcro culturale-religioso, anche quando l’uomo iniziò ad avere una presa di posizione differente nei confronti delle divinità antropomorfe; l’antropomorfizzazione delle divinità animali portò loro a essere raffigurate e rappresentate come creature ibride, speso dotate di corpi con fattezze umane e testa (e/o arti) di animali.

Gli animali, a differenza degli uomini, sono creature dal comportamento che non può essere frainteso, per cui hanno rappresentato un punto di riferimento esente da ambiguità che conservava nel tempo il significato simbolico che l’uomo gli aveva assegnato. Per tale motivo, in molte culture a noi antecedenti, gli animali hanno assunto un significato importantissimo nella cultura antropocentrica.

Molte popolazioni facevano riferimento ad animali totem che assumevano le sembianze degli antenati e dell’alter ego animale; compito degli spiriti totem era quello di proteggere l’uomo che li onorava divinizzandoli.

Gli animali, essendo meno sviluppati dal punto di vista evolutivo degli uomini (quindi meno corrotti e non inclini ai difetti umani), nelle varie culture, sono stati presi a riferimento in base alle loro caratteristiche peculiari e utilizzati per esprimere concetti, per rappresentare divinità, come simboli d’imperi e regni. Sono stati impressi su vessilli, bandiere, monete e basta fare attenzione per scoprire che, anche ai nostri giorni, il simbolismo animale si ritrova pressoché dappertutto.

Gli animali sono strettamente legati anche al sovrannaturale: le tradizioni magico-esoteriche, quelle massoniche e quelle alchemiche ne hanno fatto grande uso, soprattutto come allegorie per esprimere concetti ben più profondi e celati. Lo stesso è avvenuto nella pratica magia nera (con tutte le sue sfumature) e in ambito demonologico.

Chi di noi quando pensa al diavolo non immagina un essere antropomorfo con fattezze caprine? Chi di noi, nonostante si definisca estraneo a certe credenze, non si è mai fermato dopo che un gatto nero gli abbia attraversato la strada? Chi di noi non ha mai portato con sé un ferro di cavallo o un corno rosso per proteggersi contro la malasorte?

La superstizione e il folclore affondano le loro radici nella vita dell’uomo fin dalla notte dei tempi e la loro origine va ricercata nel tentativo dell’uomo primitivo di fornire spiegazioni a fenomeni naturali che ancora la scienza non poteva motivare.

Gli animali sono stati utilizzati per la chiaroveggenza, spesse volte a scopo divinatorio. Ricordiamo, ad esempio, che le popolazioni orientali, nordiche ed europee erano solite esaminare il fegato (epatoscopia) di animali sacrificati per predire il futuro e per entrare in contatto con il divino; tutt’ora, soprattutto nella cultura agreste, si utilizzano amuleti e talismani derivati dagli animali, o a loro ispirati, contro il malocchio.

Nella cultura orientale, la maggior parte degli antichi maestri di arti marziali ha tratto spunto dal comportamento degli animali per fondare i loro stili (Tang Lang Quan, lo stile della mantide religiosa; Hequan, il pugilato della gru bianca; She Quan, lo stile del serpente; Ying Zhao Quan, lo stile dell’artiglio dell’aquila e via dicendo).

Per concludere è possibile affermare, senza temere smentite, che gli animali rappresentino ancor oggi un punto di riferimento per l’uomo, che continuerà a farsi influenzare e a stimolare da loro per gli scopi più disparati.

Non dimentichiamoci che l’uomo moderno, Homo sapiens, è un Mammifero dell’ordine Primati, famiglia Ominidi, genere Homo: l’evoluzione l’ha portato a sviluppare un cranio più grande rispetto ai progenitori, per cui si è resa necessaria una soluzione radicale: la posizione eretta. D’altronde, in termini evoluzionistici, quale soluzione migliore di appoggiare un cranio più grande su un sostegno verticale, ovvero la colonna vertebrale?

L’ominazione, l’evoluzione dell’uomo dai primi ominidi all’uomo moderno, ci ha permesso di differirci dai primati ma, nonostante tutte le disquisizioni in termini evoluzionistici possibili, l’uomo è pur sempre un animale e, come tale, continuerà a prendere a riferimento gli animali per esprimere concetti o per rappresentare idee e convinzioni.

 

Alce (Alces alces)

Nelle antiche culture nordamericane, He-há-Ka nella lingua dei Sioux (Lakota), quest’animale racchiude tutte le qualità degne di considerazione di una stirpe molto antica e possiede inoltre il dono di incoraggiare gli altri. E’ un ottimo compagno, ma se si arrabbia diviene estremamente temibile. Presso alcune tribù Sioux l’alce è associato al fenomeno naturale del vortice. Colui che possiede lo spirito dell’alce non si lascia influenzare e ostacolare. Come talismano l’alce aiuta a dimostrare coraggio, forza, perseveranza e rapidità di agire nelle situazioni, aiuta a stringere nuovi legami e nuove amicizie, incoraggia a condividere le gioie del successo con gli altri.

 

Anguilla (Anguilla anguilla)

Taluni studiosi dell’esoterismo sostengono che mangiare il cuore di un’anguilla attribuisca poteri divinatori a colui che se ne ciba. Se però si mangia un’anguilla intera, si rischia di divenire muti.

Presso l’antica cultura Cherokee i giocatori di palla si strofinano addosso un’anguilla perché ciò li rende viscidi e, pertanto, difficili da fermare e afferrare. Nello Yorkshire è credenza comune che un crine di cavallo tenuto a ristagno nell’acqua si trasformerà in un’anguilla.

Si ritiene inoltre che sia possibile prevenire i crampi durante il nuoto indossando pelle di anguilla sulle gambe nude e che le anguille siano un ottimo rimedio contro l’ubriachezza: inserendo un’anguilla viva dentro una bevanda, la sbornia passerà in un istante. In campo esoterico l’anguilla simboleggia una drastica trasformazione spirituale che comporterà sicuramente cambiamenti. Quest’animale può portare al risveglio del kundalini (forza vitale) che è rappresentata come un serpente dormiente mentre è avvolto in spire su se stesso. Tramite la meditazione è possibile risvegliarlo per farlo innalzare lungo tutti i chakra fino all’apice.

 

Ape (Apis mellifera)

Da tempo immemore l’uomo ha utilizzato l’ape per ricavarne il miele. Non è difficile intuire quindi che questo legame sia fonte d’innumerevoli superstizioni che riguardano quest’insetto. Cercheremo di riassumerle si seguito.

I greci erano soliti consacrare le api alla luna e Platone nella “Dottrina della Trasmigrazione delle anime”, probabilmente ereditata da precedenti culture tribali mediorientali e africane, sosteneva che le anime delle persone oneste e placate rinascessero sotto forma di api.

In tempi remoti in Gran Bretagna, le api erano anche chiamate “uccelli di Dio”, in Germania invece come “uccelli di Marte”.

Durante il periodo della Santa Inquisizione si credeva che una strega che avesse mangiato un’ape prima di essere catturata e interrogata, avrebbe sopportato le torture senza rendere confessione.

Per il cristianesimo l’ape era simbolo di castità e virtù: da qui la credenza secondo cui le api causino un forte ronzio prima poco prima di mezzanotte della vigilia di Natale in onore del nascituro Gesù; un’altra leggenda narra che dalle lacrime di Gesù fuoriuscirono delle api.

La bandiera dell’Isola d’Elba (Livorno) scelta da Napoleone, raffigura tre api. Varie sono le interpretazioni storiche di questa scelta: probabilmente l’ape doveva nascere dal giglio simbolo dei poco amati Borboni e le tre api probabilmente rappresentavano la tripartizione che l’isola aveva avuto fino a dodici anni prima. Oppure rappresentano l’operosità della popolazione isolana elbana.

In realtà la simbologia delle tre api sotto l’impero di Napoleone aveva un significato ben preciso. L’ape era cara a Napoleone perché si crede che fosse stata da lui scelta come simbolo per creare una forma di legame con la dinastia dei Merovingi. Nella tomba del re Childerico venne infatti rinvenuta un’ape d’oro e anche nella civiltà dell’antico Egitto l’ape aveva un posto di rilievo nella simbologia del potere, fra cui quello dell’obbedienza e della fedeltà. Napoleone aveva attribuito le tre api d’oro a quelle città a lui particolarmente devote che generalmente superavano i 13.000 abitanti. Assegnò le tra api anche all’Elba, che in quel periodo contava circa questa popolazione per dargli un senso di unità sotto il suo regno, anche se, alcuni mesi dopo il suo arrivo la divise in 10 municipalità per poterla gestire meglio (La Storia della bandiera dell’Elba (elbaworld.com)

Bandiera Isola d’Elba raffigurante tre api

E’ importante sottolineare che, spesso, nel folclore comune l’ape rappresenta l’anima di un defunto: se un membro della famiglia muore, è necessario dirlo alle api, altrimenti esse lasceranno l’alveare senza farne mai più ritorno. Se invece muore il capofamiglia, nel momento in cui l’estinto verrà portato fuori per il funerale, gli alveari devono essere girati dalla parte opposta.

Se le api sciamano dall’alveare verso la vegetazione, vi sarà una morte in famiglia. Le api non vanno mai spostate il venerdì santo altrimenti moriranno.

I comportamenti delle api, secondo la superstizione comune, sono anche ricondotti a eventi meteorologici: se molte api entrano in alveare senza uscirne, sicuramente pioverà.

Per non ingraziarsi la sfortuna, le api non vanno mai vendute, ma barattate.

Molte api che volano nei pressi di un bambino che dorme, preannunciano una vita felice per quel bambino ma, se un’ape muore in casa, la sfortuna è assicurata; la cosa peggiore è uccidere un’ape in casa perché, in questo caso, energie negative pervaderanno la casa per molti anni. Presso le popolazioni del Mississippi è credenza comune che, se si sogna uno sciame di api che si posa su una casa, certamente arriverà la malasorte.

Una ragazza vergine può tranquillamente passare attraverso un grosso sciame di api senza essere punta mentre, se le api rimangono stanziali e senza far niente in un alveare per molto tempo, presagiscono l’arrivo di una guerra.

La tradizione vuole che le api abbiano anche proprietà terapeutiche nella cura dei reumatismi.

Aquila (Aquila reale, Aquila chrysaetos – Aquila marina testa bianca Haliaeetus leucocephalus)

La maestosità dell’aquila ha contribuito in maniera significativa al fatto che essa sia stata utilizzata come simbolo nelle più svariate antiche culture per rappresentare ideologie e imperi: ricordiamo, ad esempio, l’aquila reale simbolo dell’Impero Romano e l’aquila testa bianca icona identificativa degli Stati Uniti d’America.

L’aquila era associata al divino già presso i babilonesi, gli antichi egizi spesso associavano l’anima a un uccello simile a un’aquila (uccello-anima, Ba) che aveva il compito di condurre i morti nell’aldilà, nel mito greco l’aquila era sacra a Zeus e spesso ne assumeva le sembianze. L’aquila è presente anche nel mito greco di Prometeo.

Mitologia greca: Prometeo

Nella mitologia norrena l’aquila ha un ruolo importante: ricordiamo la figura del gigante Thiazzi che si trasforma in una grande aquila per mostrarsi al dio Loki e per obbligarlo a farsi consegnare la dea Idhuun che possedeva le mele della vita eterna.

L’aquila è stata inoltre associata a grandi personalità della storia e a grandi condottieri: pare che Re Artù abbia vissuto in una caverna sorvegliata da aquile e che prima delle battaglie di Napoleone un’aquila volasse nei cieli; nell’Ottocento, fu lo stesso Napoleone a sostituire il tradizionale simbolo della Francia rappresentato dal gallo, con quello di un’aquila.

L’aquila bicipite infine, utilizzata da tempi remoti dalle più svariate popolazioni, rappresenta uno dei simboli pi fondamentali della massoneria. In quella scozzese essa rappresenta il trentaduesimo e il trentatreesimo grado del rito scozzese.

Asino (Equus asinus)

L’asino ha significato importante nel mito egizio che spesso è utilizzato per raffigurare il dio egizio Set: trattasi dell’asino rosso che era rappresentato come una delle entità più temibili tra tutte quelle che l’anima del morto doveva incontrare nel suo percorso verso l’aldilà. Nella concezione esoterica l’asino rosso assume lo stesso significato e accompagna l’iniziato nelle prove che deve superare.

Secondo la credenza popolare l’asino ha anche proprietà curative: prelevare tre peli dalla sua criniera nera e metterli successivamente in un sacchetto al collo del malato, erano ritenuti un ottimo rimedio contro la pertosse. Alto rimedio contro la pertosse consisteva nel far passare nove volte il bambino sotto la pancia di un asino mentre, per guarire da ferite di serpenti e scorpioni, era sufficiente mangiare il polmone di un asino. Le sadiche menti dei carnefici medievali inventarono metodi di tortura terribili come ad esempio, l’asino che veniva riservato ai bambini ritenuti poco intelligenti o cattivi studenti; essi venivano messi per ore in punizione su un piccolo asino feticcio che sulla schiena aveva delle spine di ferro e il bambino era costretto a indossare un copricapo con le orecchie d’asino. Oppure la botte dell’asino dentro cui veniva messo il malcapitato, solitamente accusato di essere un ladro, con la testa imprigionata in una maschera di ferro con le orecchie a forma d’asino. La vittima era costretta a girovagare in quel modo e a defecare dentro la botte fino a che non si riempiva: questo, solitamente, portava a una morte lenta e straziante per setticemia.

Museo della tortura di Volterra: botte dell’asino

Avvoltoio (Coragyps atratus, Cathartes Aura, Gypohierax angolensis, Trigonoceps occipitalis)

L’avvoltoio non uccide direttamente le proprie prede, ma attende la loro morte per poi cibarsi delle loro carcasse e, per tale motivo, è considerato come un presagio di morte. Fin dai tempi più antichi questi uccelli venivano utilizzati per la divinazione.

Alcuni studiosi della mitologia egizia sostengono che l’avvoltoio fosse collegato alla dea Iside perché essa aveva la funzione di accompagnare le anime dei defunti nel regno dei morti: secondo lo scrivente questa interpretazione è errata.

E’ innegabile che Iside, specialmente nel Rinascimento, periodo della riscoperta dell’Egitto da parte degli operatori esoterici, abbia assunto forti connotazioni magiche ma, in realtà, la dea Iside, sorella e sposa di Osiride che concepì il figlio Horus dai pezzi del cadavere del marito, era (ed è tutt’ora) l’emblema della sposa fedele che supera e abbatte gli ostacoli della morte e, soprattutto, di una madre fedele e affettuosa presa a riferimento anche nel concepimento di altre divinità femminili di culture successive a quella egizia. Per tale motivo ritengo errata la correlazione tra dea Iside e avvoltoio.

Nella mitologia romana si dice che fu Giove stesso a far apparire a Remo e Romolo rispettivamente sei e dodici avvoltoi per indicar loro il luogo dove avrebbero dovuto fondare Roma. Plinio sosteneva che gli avvoltoi avessero la capacità di intuire la morte di una persona con tre giorni di anticipo: per cui, tutt’ora, è credenza che se un avvoltoio volteggi sopra una casa, sia presagio di morte imminente.

In ebraico i termini utilizzati per avvoltoio e per compassione sono simili anche foneticamente, per cui si è generata un’associazione univoca tra questi uccelli e la cura dei parenti.

Da evidenziare inoltre un mito del folclore comune secondo cui i pellicani nutrano i piccoli con il proprio sangue: secondo alcuni studiosi in realtà questa credenza va fatta risalire agli avvoltoi perché spesso veniva visto andare al nido con bocconi sanguinanti per nutrire i propri piccoli.

L’avvoltoio trova posto anche nella filosofia degli antichi alchimisti. Spesso, infatti, esso è raffigurato appollaiato in cima a un monte dove si trova la Prima materia e rappresenta il mercurio dei filosofi, inoltre l’uccello tiene nel becco un cartiglio con scritto, tradotto dal latino, “Io sono il nero del bianco e il rosso del bianco e il giallo del rosso. Io annuncio la verità e non mento” (tratto dal Rosarium philosophorum, una raccolta di dottrine alchimistiche del XIV secolo).

1244. Avicenna, il persiano alchimista con il fissaggio simbolico di Volatile. Incisione da 1617 edizione di Michael Maier’s ‘Symbola Auraea

Balena (Balaenoptera musculus- Balenottera Azzurra, Megaptera novaeangliae-Megattera)

Presso le popolazioni dei territori subartici, la balena rappresenta l’alleato che conosce la storia dell’antica terra madre scomparsa nell’oceano. Essa canta le canzoni delle sue creature in modi sempre differenti, per permettere agli uomini di comprendere le antiche leggendo, tenendo così vive le tradizioni. Possiamo affermare che, per gli indiani delle regioni polari, la balena era l’equivalente del bisonte per gli indiani delle praterie. L’importanza di quest’animale per le popolazioni subartiche è facilmente intuibile, poiché forniva loro nutrimento, indumenti, oli e ossa per fabbricare utensili vari: per tale ragione le balene sono protette direttamente dalla potente dea del mare Sedna.

Gli sciamani utilizzavano abiti e oggetti rituali rappresentanti le balene e la caccia a questi grandi mammiferi era considerato il più elevato rituale sacro, riservato solo a pochi eletti cacciatori: la balena quindi era un potentissimo animale totemico (rappresentante, in primis, la carità). Come talismano aiuta l’uomo a sentirsi bene anche in situazioni difficili e si preoccupa di fornirgli ciò di cui ha bisogno. Grazie all’aiuto dello spirito della balena possiamo essere generosi nei confronti degli altri e caritatevoli.

 

Bisonte (Bison bison)

Importane animale totemico delle popolazioni indiane d’America del Sud-Ovest che rappresenta l’abbondanza. Nell’antichità costituiva il mezzo di sostentamento principale delle stirpi indiane delle praterie, similmente alla balena per le popolazioni indiane subartiche.

Bisonte, animale totem e feticcio delle stirpi dell’America del Nord

Nonostante sia praticamente scomparso a causa della spietata caccia da parte dell’uomo, che ha coinciso con la fine delle antiche popolazioni indiane, ancor oggi il bisonte rappresenta l’incarnazione della forza e della costanza. Come spirito totem si preoccupa affinché le nostre esigenze siano soddisfatte e di rendere piacevole la nostra vita. Come amuleto protegge contro la miseria, la fame e il freddo; come amuleto invece aiuta a sviluppare forza e costanza, a rimanere legati alla madre terra apprezzando i doni quotidiani che ci offre e a completare la nostra vita sia dal punto di vista psichico che da quello spirituale.

 

Cane (Canis lupus familiaris)

E’ senza dubbio il miglior amico dell’uomo e, in quanto tale, quasi presso tutte le culture è il simbolo della fedeltà assoluta e di sincerità; l’amore nei confronti del padrone va oltre la morte.

Antichi egizi, vichinghi e popolazioni nordiche, civiltà precolombiane e aztechi adottarono quest’animale come simbolo di fedeltà incorruttibile. Gli aztechi, assieme al coniglio e al tacchino, lo adottarono come animale domestico ad esempio, anche se, un’usanza praticata dall’antico popolo messicano lasciò letteralmente sbalorditi i conquistatori spagnoli: ogni famiglia azteca allevava un cane (l’antenato dell’odierno cane nudo del Messico, Xoloitzcuintle), per poi cibarsene nelle occasioni speciali. Il piatto preferito degli aztechi, infatti, erano cuccioli di cane arrosto. Il famoso dio egizio Anubi, il sorvegliante delle tombe e dell’aldilà, prima che venisse identificato e raffigurato come un uomo con la testa di sciacallo, nella preistoria della religione egizia era venerato come il dio locale della città del cane (Kynopolis), ma il ruolo che avrebbe acquisito in futuro, in relazione esclusiva con le pratiche funebri, ne fece scordare questo titolo.

Le divinità egizie Seth e Anubi

Che il cane sia il compagno ideale per l’uomo era noto già ai tempi di Omero: nell’Odissea argo, il cane di Ulisse, attese per lungo tempo il ritorno del padrone e quando questi tornò, seppur travestito, l’amico a quattro zampe fu il primo a riconoscerlo. Dopo, purtroppo, Argo morì dalla felicità.

Gli indiani della prateria del Nord America lo avevano già adottato come compagno ancor prima dei cavalli e lo utilizzavano come guardiano dei villaggi. I sioux credono che il cane, come spirito totem, abbia il compito di occuparsi che anche nel regno dei morti l’anima sia trattata con clemenza. In varie antiche culture era usanza seppellire il cane assieme al padrone. Come amuleto è in grado di proteggerci contro i nemici e le aggressioni e come talismano aiuta a essere vigili, fedeli e a sviluppare compassione verso gli altri.

I Cinesi credono che un cane possa vivere sette vite consecutive e credenze irlandesi sostengono che porti sfortuna incontrare un cane che abbaia come prima cosa di mattina. I Normanni, invece, attribuivano al cane un’accezione negativa perché pensavano che i cani, tranne quelli da pastore, appartenessero al dio degli inferi.

Sotto questo punto di vista, ovvero che il cane sia ricollegabile in qualche modo al diavolo, è doveroso riportare una leggenda inglese che sembra nascondere, come spesso accade, un’agghiacciante verità: quella dei terribili “cani neri”. In tutta l’Inghilterra si contano centinaia di storie sui cani neri; incontri, avvistamenti e materializzazioni sconcertanti.

I cani neri (o cani whisht), nella regione del Devon, sono noti anche come cani Yeth o Seth e derivano direttamente dalla tradizione e dalla superstizione celtica.

E’ curioso, infatti, che nel Devon vi siano diverse località con nomi che richiamano direttamente la leggenda dei cani neri, come, ad esempio: Black Dog nei pressi di Crediton, Black Dog Lane a Uplyme e Dog Village vicino a Broadclyst.

La bestia di Gevaudan (leggenda)

Soffermiamoci su quanto detto prima in merito al nome “cani Seth”. E’ molto interessante il termine Seth, immediatamente correlabile alla famosa divinità dell’antico Egitto: secondo alcuni studiosi anglosassoni il termine Seth potrebbe nascere dalla parola heath che significa brughiera (infatti, è proprio in questi luoghi che vi sono testimonianze di apparizioni di cani neri), secondo altri studiosi invece Seth sarebbe un’alterazione che deriva dal nome Satan. Non a caso questi cani sono anche conosciuti come i cani da caccia del diavolo.

Mi permetto di esprimere forti dubbi su questa interpretazione del nome Seth, perché, in realtà, la parola Sheth in ebraico ha due significati contrapposti, quello di fondamento e quello di rovina.

La maggior parte delle volte i simboli assumono un significato volutamente dualistico e, in questo caso, il concetto si riferisce in particolare al simbolismo del serpente che esula totalmente da quello del cane. Infatti, se la tigre o il leopardo sono simboli del Set egiziano, il serpente ne è un altro ed è più semplice comprenderlo se lo consideriamo entità malevola, come comunemente riconosciuto nelle più importanti religioni. In precedenza è stato detto che i greci “adottarono” l’antico Set egiziano, cambiandogli nome in Tifone, figlio minore di Tartaro e Gea, uno dei titani più importanti e potenti nella visione mitologica greca: a tal proposito è curioso, seppur probabilmente fantasioso, che l’anagramma del nome greco Typhon sia formato dagli stessi elementi di Python! Tifone ci riconduce poi a un essere della mitologia greca, custode dell’Ade e dotato di tre teste, il famigerato Cerbero (nato dall’unione del titano Tifone con la mostruosa Echidna).

Tornando alle apparizioni dei terribili cani neri, l’ipotesi più accreditata dagli studiosi dell’occulto è che si tratti di fantasmi e non di aberrazioni di animali reali: fantasmi di persone malvagie morte da tempo? Esseri inviati sulla terra da Dio per esprimere la sua collera verso gli uomini? Creature schiave del demonio? Le teorie sono svariate e variegate ma, quello che sembra essere certo, è che le testimonianze di persone che si sono trovate di fronte questi spaventosi esseri sono numerose.

L’idea che i cani neri derivassero dai mitologici cani celtici fu introdotta da Arthur Conan Doyle con la pubblicazione del celebre Mastino dei Baskerville e pare che perfino Barm Stoker, per realizzare il romanzo Dracula, si sia ispirato a una leggenda sui cani neri della zona costiera dello Yorkshire.

Data la diffusione tra gli uomini di questo splendido animale, moltissime sono le credenze e le superstizioni che lo riguardano.

Per esempio, si dice che se un cane passi tra due fidanzati che si devono sposare, significa che la coppia sarà sfortunata: secondo gli zingari, un cane che scava una buca in giardino, preannuncia una morte in famiglia. Un cane che emette latrati è segnale di morte certa, così come essere seguiti da un cane sconosciuto.

Queste sono le interpretazioni “negative” relazionate ai comportamenti del cane; nella maggioranza dei casi però i segnali dei nostri amici animali sono da considerare benevoli: ad esempio, la leggenda narra che i cani siano in grado di percepire gli spiriti maligni e che avvertano il padrone per proteggerlo, che siano in grado di curare tosse e morbillo e che riescano a profetizzare se il loro padrone guarirà o meno da una malattia.

In contrapposizione al cane nero menzionato, l’interpretazione dei sogni ci dice che sognare un cane bianco sia un ottimo auspicio (sognarne uno nero l’esatto contrario), mentre un cane rosso preannuncia discordia. In linea generale, vista l’atavica amicizia tra l’uomo e il suo compagno a quattro zampe, sognare un cane significa avere un compagno su cui poter contare in qualsiasi momento.

Capra (Capra hircus)

Animale dal forte potere simbolico fin dai tempi più remoti e pressoché presente in tutte le culture e civiltà a noi antecedenti: in Egitto si credeva che alcune donne di facili costumi copulassero con un dio con le sembianze di capra, nella mitologia greca il dio agreste Pan era rappresentato metà uomo e metà capra e il mitico mostro Chimera, uno dei figli del Titano Tifone e di Echidna, veniva descritto e raffigurato con tre teste: le due laterali di drago e di leone, quella centrale di capra.

Rappresentazione scultorea di Pan

Qualcuno ritiene che il dio pagano celtico Cenrunnos (da cui probabilmente è derivato Pan), solitamente raffigurato con le corna di cervo per rappresentare il potere della natura, in realtà fosse un “dio cornuto” più simile ad una capra.

Cernunnos: primaria divinità celtica

 

Erodoto già nel V secolo a.C. sosteneva che una popolazione stanziale nel delta del Nilo (detta di Mendes) venerasse le capre come dèi, Plutarco nel 120 d.C., scriveva che le donne più belle venivano scelte per fare l’amore con il dio caprone di Mendes.

Da ricordare la leggenda secondo cui l’angelo Azael e Shemhazai che, avendo avuto il permesso di Dio per andare ad abitare sulla terra, furono attratti dalle donne umane e si accoppiarono con loro.

Shemhazai, per punizione ebbe due figli mostruosi, mentre Azael inventò i cosmetici e gli ornamenti utilizzati dalle donne per sedurre gli uomini. Dio allora, in collera, minacciò di far innalzare il livello delle acque per far morire gli uomini e gli animali; e Shemhazai, nonostante i suoi figli fossero dei giganti per cui non sarebbero potuti affogare, fu preso dallo sconforto perché, comunque, pensò che i suoi figli sarebbero morti di fame.

Per questo motivo era usanza che nel giorno dell’espiazione i peccati di Israele venissero imputati all’annuale capro espiatorio che veniva gettato da una rupe come offerta a Shemhazai e ad Azael (divenuto poi Azazel, potente demone delle gerarchie infernali). Anche nella Sacra Bibbia si fa menzione di questo episodio, infatti, il “capro espiatorio di Azazel”, era lanciato vivo ogni anno nel giorno dell’espiazione (Levitico, XVI, 8-10) per portare via con sé i peccati di Israele e trasferirli all’angelo caduto Azazel, per punizione imprigionato in una caverna sotto un cumulo di pietre. Un vero e proprio sacrifico ai demoni quindi che, in quanto tale, risulta proibito dalla Bibbia.

Il demone Azazel, Dictionnaire Infernal

In realtà tale usanza affonda le proprie origini in tempi più remoti: il capro (poi divenuto Pan), era una divinità molto potente in Palestina, e a lui, gli ebrei erano soliti sacrificare una capra nel giorno dell’ Espiazione. Da evidenziare che la spiegazione della proibizione di cucinare un capretto nel latte materno, vada ricercata nell’antica mitologia greca in cui si pensava che la parola d’ordine utilizzata dagli iniziati una volta raggiunto l’Ade fosse: “sono come un capretto caduto nel latte”.

Fin dal medioevo in Europa s’identificava il diavolo (termine alquanto generico per indicare Satana) con una capra: un grottesco essere antropomorfo con le sembianze di caprone. L’assioma capra-diavolo è ormai consolidato e inscindibile.

Secondo illustri studiosi e antropologi, durante alcuni tipi di cerimonie di streghe, i presenti erano soliti indossare teste di capra.

Il celebre Baphomet (Bafometto), celebre “demone ermetico” adorato dai Templari, era rappresentato da un essere androgino con la testa di capra sulla cui fronte era disegnato un pentagramma: un significato del tutto differente da quello solitamente utilizzato nel satanismo.

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La capra è un simbolo talmente diffuso nella cultura degli uomini che si ritrova anche negli oroscopi (ariete in quello occidentale, della pecora o capra in quello cinese).

Nella superstizione scozzese, ad esempio, si sostiene che è impossibile vedere le capre per ventiquattr’ore consecutive perché devono spesso far visita al diavolo per farsi pettinare la barba: potremmo citarne migliaia di credenze che secondo cui la capra assume un’accezione negativa e legata al demonio, ma non è sempre vero.

Esistono anche altre tradizioni che considerano quest’animale molto positivo: pare che le capre messe in una stalla proteggano i cavalli dalle influenze negative e dal male. Se s’incontra una capra mentre siamo in affari, il successo è sicuro; se si è così fortunati da incontrare una capra nera su una mulattiera sperduta, vuol dire che lì c’è un tesoro; un corno di caprone posto sotto un cuscino è in grado di combattere l’insonnia; far avvicinare una capra alla casa di un ammalato significa farlo guarire.

Sembra che le capre fossero utilizzate anche nelle miniere di carbone perché si reputava che conoscessero con precisione l’ora in cui sarebbe terminato il turno, infatti, quando stava per suonare la sirena, le capre si rifiutavano di tirare i carretti con il carbone.

Infine, nell’interpretazione onirica, sognare capre che pascolano è indice di futura ricchezza e prosperità.

Castoro (Castor)

A causa della sua propensione a costruire argini e barricate di legno, nella tradizione occidentale è simbolo di operosità.

Secondo la mitologia dei nativi americani (in particolare in quella dei Sioux), è stato il castoro a creare la terra, avendo portato la melma dei fondali marini in superficie. Il castoro, sempre nella tradizione Sioux, rappresenta un potente amuleto protettivo contro lo spreco di energie e la svogliatezza nel lavoro ed è il simbolo per eccellenza dell’instancabilità.

 

Cavallo (Equus caballus)

Fin dalla notte dei tempi il cavallo è stato un simbolo di potere terreno, di forza, di energia vitale e fu proiettato nei cieli dagli antichi in quanto animale divino; nel corso della storia questo stupendo animale ha sempre incarnato le virtù legate alla velocità, alla potenza e all’orgoglio. Nella mitologia greca e romana, Poseidone (divenuto Nettuno preso i Romani), creò il cavallo e inventò le corse dei cavalli. Secondo altri miti greci il cavallo fu creato da un uovo, a sua volta simbolo della creazione che, in ambito esoterico, rappresenta la nascita di tutta la materia dal grande niente (vedi Uovo Cosmico).

La dea greca della fertilità, Demetra, veniva talvolta rappresentata come un essere antropomorfo con testa di cavallo. In moltissimi miti antichi, da quelli nordici a quelli orientali, si riteneva che il Sole venisse trainato in cielo da un carro condotto da cavalli: ricordiamo il carro del dio del Sole greco Apollo, il dio norreno del giorno Dag solcava i cieli su un cavallo bianco, la dea nordica della luna Mani attraversava il cielo a bordo di un carro tirato dal cavallo Alsvidur (traducibile con “il velocissimo”), il dio della mitologia nordica Thor si spostava su un cavallo, il potente dio Odino era condotto attraverso le nubi cavalcando un cavallo con otto zampe, la dea romana Diana, eredità della precedente dea greca Artemide, viaggiava su un carro condotto da cavalli, il dio della tradizione induista Surya conduceva un carro trainato da sette cavalli e la divinità solare pagana del Sol Invictus (in seguito “adottata” da Costantino come simbolo della sovranità), lo stesso. Ogni antica popolazione aveva un proprio dio del Sole con caratteristiche del tutto simili al dio greco Apollo.

Da ricordare il cosiddetto carro del sole di Trundholm (Danimarca), un oggetto artigianale realizzato in bronzo risalente all’età del bronzo danese, in cui viene è rappresentato un cavallo e un disco posti in un elemento conformato a forma di carro.

Nella mitologia greca si sosteneva che il cavallo non fosse esistito da prima dell’uomo, ma che fosse stato creato dal dio del mare Poseidone che, contendendo alla dea Minerva il merito di concedere agli uomini il più bel dono, colpì la terra con il suo tridente creando così il cavallo; per questa ragione il dio dei mari ebbe il soprannome di Ippio, ossia cavallo.

Il poeta Omero scrisse una versione leggermente diversa di questa leggenda: Poseidone donò agli uomini le navi e un cavallo, per cui il cavallo divenne anche simbolo della navigazione.

Nella Roma Imperiale il cavallo era sacrificato agli dèi e, ad esempio, si offriva al dio della guerra Marte il “cavallo di ottobre” e, alcuni riti, prevedevano di gettare i cavalli da un precipizio come offerta alle divinità del mare. La passione degli imperatori romani per i cavalli ispirò loro diverse strane assurdità. Lucio Vero portava sempre con sé un’immagine in oro del suo cavallo e, quando l’animale morì, gli dedicò un sacro sepolcro in Vaticano; la stessa cosa fecero Adriano e Marco Aurelio Severo Alessandro; Caligola nominò console il suo cavallo (Imitatus).

Nella tradizione delle tribù teutoniche, come offerta agli dèi, si appendevano ai rami degli alberi le teste dei cavalli nemici uccisi in battaglia; i riti funebri in onore di un soldato deceduto in battaglia potevano richiedere anche l’uccisione del proprio cavallo, in modo che l’animale potesse servirlo anche nel mondo dei morti.

I Celti erano in grado di predire il futuro osservando i movimenti dei cavalli dietro un carro e, in alcuni antichi riti di fertilità europei, un uomo travestito con un lenzuolo bianco e una testa di cavallo girava per i villaggi il giorno dei morti (talvolta anche a Natale); in altre usanze gallesi, probabilmente ereditate dai Romani, si faceva uso di teschi di cavallo per compiere sortilegi. Un’altra tradizione, praticata fino al Settecento, era quella di bruciare vivi dei cavalli per allontanare la malattia dal resto del branco.

Il cavallo e gli oggetti a lui legati, erano (e sono) utilizzati per proteggersi dal malocchio. Primo tra tutti il ferro di cavallo che, tra tutti i simboli magici e talismani, è forse il più utilizzato e conosciuto: probabilmente perché i ferri di cavallo erano utilizzati dai fabbri che utilizzavano il ferro, un materiale dalle proprietà magiche e li lavoravano con il fuoco, altro elemento dal grande potere simbolico dal punto di vista esoterico. Probabilmente la loro forma deriva dalla loro somiglianza con la luna crescente, oppure dal fatto che, se posto di lato, il ferro di cavallo formi la lettera C, simbolo di Cristo.

Un’antica leggenda racconta che il diavolo si recò dal miglior fabbro di Canterbury (in seguito intraprese la via religiosa e riuscì a diventare arcivescovo di Canterbury). Dopo la sua morte fu santificato, divenendo San Dunstano), per farsi costruire costruirgli dei ferri da mettere gli zoccoli. L’uomo, che non voleva fare alcun favore al diavolo, realizzò degli zoccoli difettosi e li inchiodò agli zoccoli del signore del male affinché gli facessero male; il diavolo, non resistendo al forte dolore, promise di non entrare nelle case ove fosse affisso un ferro di cavallo in cambio della liberazione dai ferri. In realtà questa versione rappresenta, secondo diversi autori e il sottoscritto, una distorsione dell’originaria leggenda secondo cui San Dunstano riuscì ad afferrare il diavolo con delle tenaglie da fabbro infuocate fino a che lui lo implorò di liberarlo.

Già dagli antichi il ferro di cavallo era considerato una formidabile protezione contro le streghe e i demoni, infatti venivano appesi sulle porte delle case come protezione. Nel Seicento a Londra quest’usanza raggiunse il suo culmine, al punto che un saluto popolare era: “che il ferro di cavallo possa non staccarsi mai dalla tua soglia”.

Ai contadini si consigliava di appendere ferri di cavallo alle soglie delle stalle per impedire che gli spiriti maligni, la notte, utilizzassero i cavalli per le loro scorribande, stancandoli e rendendoli inservibili per il giorno successivo.

La clavicola del pollo o del tacchino, per la sua somiglianza con il ferro di cavallo, è considerata un portafortuna.

Secondo alcuni studiosi la forma del ferro di cavallo simboleggia il sesso e la fertilità e che, la forma arcuata delle moschee e dei templi moreschi sia ispirata ad essa.

Nelle tradizionali credenze inerenti la stregoneria, si ritiene che, se una strega si avvicina a una vittima mentre dorme e le getta sulla testa uno speciale capestro magico, il dormiente si trasformerà in un cavallo e potrà essere cavalcato per recarsi al sabba delle streghe. Per impedire alle streghe e agli spiriti maligni di entrare nelle stalle e rubare i cavalli durante la notte, all’interno della porta della stalla veniva infisso o appeso un amuleto, formato da una pietra forata al centro. In magia nera si sostiene che Satana, se invocato dal mago, posa manifestarsi assumendo le sembianze di un cavallo (solitamente nero).

Il cavallo è molto utilizzato in demonologia per fornire un’immagine materiale e visibile dall’uomo di molti demoni. Ne citeremo alcuni tratti dal grimoire Ars Goetia che, a sua volta, ha inglobato in sé i concetti di un altro testo magico, lo Pseudomonarchia Daemonum di Johann Wier.

Il demone Alloces, che comanda trentasei legioni di demoni, è descritto nello Pseudomonarchia Daemonum, come un cavaliere su un cavallo enorme.

Alloces, 52º demone goetico

 

Bathin, Granduca dell’Inferno, che ha sotto di sé trenta legioni di demone, è raffigurato come un uomo con una coda di serpente che cavalca un destriero infernale verde dotato di molte zampe.

Beleth è un demone molto potente, facente parte dei re dell’inferno, che si presenta seduto su un cavallo bianco.

Eligos (Abigor), Granduca infernale che presiede sessanta legioni di demoni, è raffigurato come uno spettro oppure come un cavaliere che cavalca un cavallo alato scheletrico, detto destriero di Abigor, donatogli dal potente demone Beelzebub.

Orobas, Gran Principe dell’Inferno al comando di venti legioni di demoni, è raffigurato come un cavallo antropomorfo e, infine, il conte infernale Vinè sovrintendente di trentasei legioni di demoni, si manifesta all’uomo con le sembianze di un grosso felino (probabilmente un leone) che cavalca un cavallo nero mentre stringe in mano un serpente.

Il linchetto, nel folklore toscano, è un folletto dispettoso famoso per gli scherzi di cattivo gusto. Tra questi, uno dei suoi preferiti, è quello di entrare di nascosto nelle stalle e di intrecciare in modo inestricabile le criniere dei cavalli: questi ultimi, naturalmente, capaci di vederlo, lo odiano e danno segni di nervosismo quando si accorgono della sua presenza.

Linchetto: creatura del folclore toscano

Il cavallo fu importato in America dagli Spagnoli e gli indiani di America iniziarono a utilizzarli per seguire i bisonti e cacciarli.

Secondo la cultura dei nativi americani il cavallo rappresenta la libertà assoluta ed è l’animale più importante per quasi tutte le stirpi indiane. I Lakota lo chiamavano wakan (il misterioso) e per tale motivo è legato direttamente al Grande spirito e all’anima. Come amuleto protegge l’uomo contro il pessimismo, i disturbi psicologici, le limitazioni e lo sconforto; come talismano aiuta a conquistare la libertà e a sviluppare il coraggio e la verità. Nell’interpretazione onirica, sognare un cavallo indica nozze imminenti e soddisfazioni finanziarie. Se il cavallo è bianco simboleggia energia spirituale, se nero invece erotismo. Sognare un cavallo alato preannuncia distaccamento dalle cose materiali, se lo si sogna imbizzarrito, angoscia e difficoltà nel gestire le emozioni. Sognare un cavallo che gareggia è segno di buona sorte in arrivo, se nitrisce può preannunciare l’aiuto da parte di un amico o di un familiare.

Cervo (Cervus elaphus)

Il cervo è un animale indomabile che vive in spazi aperti e che non può essere confinato e, dal momento che possiede la capacità di rigenerare le corna ogni anno, simboleggia la rigenerazione e la fertilità.

Fin dai tempi più remoti varie popolazioni ne hanno preso spunto come animale totemico e come simbolo di fierezza e armonia. I nativi americani ne copiarono i movimenti per divenire cacciatori e uomini migliori, nell’antico Oriente (specialmente in Giappone) lo veneravano, così come gli antichi Celti che adoravano un dio, Cernussos, rappresentato con grandi corna di cervo, che aveva il compito di accompagnare le anime dei morti nel viaggio verso l’aldilà oppure il leggendario San Korneli (o Cornély) adorato e venerato a Carnac in Bretagna, molto simile al dio cervo Cernussos che richiama da vicino lo spirito divinizzato degli animali maschi dotati di corna di altre culture, associati alla riproduzione o alla fertilità.

In particolare il dio cervo gallico-celtico Cernussos, le cui corna crescono e si ramificano col progredire del tempo, rimanda al concetto dell’ “Albero del Mondo” (o della Vita) che unisce la terra al cielo, presente in moltissime culture antiche e alla concezione cabalistica dell’ “Albero sefirotico” che, in questo caso, assume il significato di unione e armonia tra il microcosmo e il macrocosmo e che riconduce all’esagramma o stella a sei punte.  La stella a sei punte è formata da due triangoli con vertici opposti: quello verso l’alto rappresenta la sfera spirituale e quello verso il basso quella materiale (o corporale).

Artemide, dea della caccia della mitologia greca, era spesso raffigurata accanto a un cervo bellissimo. Narra la leggenda che Artemide, a differenza delle ragazze sue coetanee, non fosse interessata agli uomini; nonostante ciò i Greci l’adoravano anche come protettrice dei bambini perché si diceva che la madre l’avesse partorita senza dolore.

Cacciatrice provetta, il suo arco con le frecce fu costruito e forgiato dai Ciclopi sotto la guida di Efesto (fabbro degli dèi) e il dio agreste Pan le regalò i cani per la caccia; quando tutto fu pronto, Artemide ordinò ai suoi cani di catturarle due cerve senza ferirle.

I cani non impiegarono molto a tornare con la preda: due bellissime cerve dotate di corna maestose che la dea attaccò alla sua biga per condurla, libera e veloce, tra le colline.

Artemide, dea

Particolare attenzione va posta sulla figura del cervo bianco, un animale forse mitologico con forte potere simbolico ed esoterico. Spesso associato all’unicorno, e presente in svariate culture, il cervo bianco incarna i concetti di purezza e di genuinità sovrannaturali.

Nell’opera Erec di Chrètien de Troyes in cui Enide, di ritorno alla corte con Erec, viene riconosciuta dai cavalieri come la più bella e il Re le da il bacio del cervo bianco. Il cervo bianco cacciato e ucciso rappresenta la nostra esistenza ed è per questo che il celebre Merlino, non a caso, talvolta assume le sembianze di un cervo bianco: egli, infatti, dal punto di vista alchemico-esoterico, rappresenta l’uomo cosmico decaduto che conosce per primo la scienza divina e il cui sacrificio da inizio all’avventura del Graal.

Il simbolismo del bacio va inteso come la riunificazione delle due porzioni fondamentali dell’Essere; in pratica il Re, conferendo il bacio del cervo bianco a Enide, s’identifica con l’animale sacrificato: sacrificio e successiva reintegrazione, ossia due concetti ben noti in campo alchemico.

Il cervo bianco si ritrova anche nelle vicende di Re Artù, quando l’animale compare nel bosco vicino alla sua corte per incoraggiare i cavalieri all’avventura.

Questo splendido animale dalla valenza magica, compare anche in opere di scrittori del calibro di Boccaccio e Petrarca e in varie opere letterarie e cinematografiche. Una curiosità: in Harry Potter, con l’incantesimo Incanto Patronus, evoca il suo Patrono (protettore dalle forze oscure) che assume le sembianze di un cervo bianco, esattamente come quello di suo padre che, tra l’altro, era in grado di trasformarsi in un cervo. Ho volutamente citato Harry Potter perché è noto che l’autrice, J. K. Rowling, sia stata accusata di aver celato simboli massonici nella sua opera; Padre Amorth sostiene addirittura che Harry Potter sia opera del demonio. Personalmente trovo alquanto forzate queste insinuazioni e, ciò che risulta invece interessante, è che anche in Harry Potter il cervo, soprattutto bianco, abbia un  significato comune con altre credenze e culture, ovvero del cervo come animale-spirito protettore e rigeneratore. Probabilmente l’autrice avrà preso spunto da questi concetti per i suoi libri.

Ai nostri giorni, la credenza popolare sostiene che se s’incontra un cervo, non sia di buon auspicio e che le sue corna ridotte in polvere siano un potente afrodisiaco. Per quanto riguarda l’interpretazione delle visioni oniriche, l’auspicio negativo o positivo dipenderà se il cervo appaia in sogno calmo oppure agitato: vedere correre dei cervi in gruppo significa problemi finanziari, sognare solo corna di cervo indica tradimento e inganno mentre, sognare di uccidere un cervo preannuncia una grossa eredità.

Dal punto di vista prettamente alchemico riportiamo il disegno sottostante, tratta dal “De Lapide philosophico” di Lambsprinck (Francoforte, 1625) in cui sono disegnati un cervo e un unicorno che si nascondono nel bosco.

Immagina alchemica del cervo e dell’unicorno. De Lapide philosofico, Lambsprinck

Il bosco, secondo i concetti alchemici, rappresenta il corpo, l’unicorno lo spirito (zolfo, principio maschile) e il cervo l’anima (mercurio, principio femminile). Una frase alchemica spiega benissimo l’importanza di questi animali-simbolo: “Felice è l’uomo che con l’arte li catturerà e li addomesticherà”.

 

Cicogna (Ciconia ciconia)

Nell’antico Egitto il dio Ra, prima di essere associato al Sole e sovrano di tutti gli dèi e del mondo, pare che venisse descritto come una cicogna. Data l’attitudine della cicogna di uccidere e cibarsi di piccoli serpenti, nell’antica Tessaglia chiunque fosse sorpreso a uccidere una cicogna era considerato un assassino e come tale condannato. Nota a tutti è la credenza secondo cui la cicogna porti i bambini; in Baviera esiste una tradizione secondo cui i bambini buoni viaggino sul dorso della cicogna, quelli cattivi invece sono trasportati nel becco. Coloro i quali sono soliti fare previsioni meteorologiche non scientifiche, sostengono che una cicogna che arrivi tardi in primavera indichi tempo favorevole, una cicogna bianca è indice di un anno dominato da siccità, mentre una nera di mesi piovosi. In generale questo splendido uccello rappresenta la purezza, la castità, la fedeltà e l’inizio di una nuova vita: per tali motivi ha anche un forte significato simbolico. Nei tarocchi, ad esempio, la carta n° 17 è la cicogna ed è considerata una carta positiva che indica cambiamenti anche significativi, rinnovamenti spirituali ed esistenziali, riconciliazioni amorose o incontri piacevoli con persone lontane o del passato.

 

Cinghiale (Sus scrofa)

Data la diffusione del cinghiale in quasi tutti i paesi della Terra, specialmente in Europa, pressoché tutte le culture lo hanno preso a riferimento come animale sacro o dal forte valore simbolico.  A partire dalla tradizione induista, fino ad arrivare a quelli nordici e orientali: presso tutte queste culture il cinghiale rappresenta l’energia della ferinità selvaggia e il coraggio indomito.
Nella mitologia greca il cinghiale fu la quarta prova che l’eroe greco Ercole, figlio di Zeus e Alcmena, dovette affrontare. Dopo aver imprigionato la cerva del Monte Cerineo, in passato sfuggita anche alla dea Artemide, fu inviato dal Re in Arcadia per catturare vivo l’Erimanto, un selvaggio e indomito cinghiale di enormi dimensioni, con zanne grandi quanto le braccia di un uomo, che stava terrorizzando l’intera provincia. Naturalmente Ercole riuscì nell’impresa.

Il Cinghiale di Erimanto: quarta Fatica di Ercole

Sempre secondo il mito greco gli dèi dell’Olimpo, durante lo scontro con titani tra cui spiccava il terribile Tifone, fuggirono e per non essere scoperti si trasformarono in animali: Ares,dio della guerra, scelse di trasformarsi in un cinghiale.

Nei racconti della mitologia vichinga, si narra che il potente dio Loki avesse fatto infuriare Thor, dio del tuono, per aver tagliato, spinto dall’invidia, le bionde trecce a sua moglie Sif. Per sfuggire alla furia di Thor, Loki si fece costruire dei doni da alcuni nani, abili artigiani: essi crearono per lui una chioma d’oro bellissima, una lancia per Odino, supremo capo degli dèi norreni e una nave per Frey (amica di Sif).

In possesso di questi tesori, Loki, incontrò due fratelli nani Brokk e Sindri, ritenuti artigiani ineguagliabili, e li sfidò a fabbricare dei tesori come quelli in suo possesso.

Tra le varie cose create dai due nani, Sindri, dopo aver steso sui carboni della fucina una pelle di porco, creò un cinghiale con le setole d’oro che chiamarono Gullinbursti. Il resto della storia per noi non ha molto interesse, se non per il fatto che furono proprio Brokk e Sindri a realizzare il famoso martello di Thor. I guerrieri norreni, in particolare quelli vichinghi, che desideravano ottenere in battaglia la protezione della dea dell’amore Freyja, erano soliti indossare pellicce di cinghiale ed elmi che lo rappresentavano.

Presso i Celti il cinghiale era considerato un animale sacro e dal forte valore simbolico: il selvatico suino, infatti, permetterebbe di comprendere e svelare la sfera spirituale a coloro che gli si avvicinano e rappresenterebbe la forza solare (divina), ossia il principio maschile di forza e coraggio.

Data l’enorme diffusione in Europa (e in Italia) di quest’animale, è normale che esso sia stato utilizzato come simbolo dalle antiche popolazioni del vecchio continente: lo troviamo, infatti, presente nei vessilli dei Romani per rappresentare la legione Legio XX Valeria Victrix, in numerosi stemmi medievali è raffigurato, sia su tela che in forma scultorea, in opere che si rinvengono nelle cattedrali di tutta Europa: in Italia troviamo forme scultoree in moltissime cattedrali, specialmente in Toscana. Varie leggende circa la fondazione di città toscane, tra cui Pisa, sono riconducibili al mito del cinghiale bianco.

Nella tradizione post medievale europea il verro selvatico fu accostato varie volte al diavolo e in particolare a Satana, conferendogli un significato negativo legato al peccato originario, alla lussuria, alla carnalità e alla bestialità. Per quanto riguarda l’interpretazione comune dei sogni, sognare un cinghiale ferito esprime un momento reale di travagli e dolori, per cui, non è considerato un buon augurio per chiunque sia in procinto di iniziare qualcosa d’importante.

 

Coccodrillo (Crocodylus niloticus-Crocodylus acutus-Crocodylus mindorensis- Crocodylus novaeguineae -Crocodylus porosus)

Nella mitologia dell’antico Egitto la divinità Ammut (Ammit, Ahemait, Ammemet) era raffigurata e rappresentata come una figura antropomorfa così fatta: aveva la testa di un coccodrillo, il corpo di un leopardo (o leone) e la parte posteriore di un ippopotamo. Ognuna di questi animali è un temibile e mangiatore di uomini.

Ammut, divinità egizia

In realtà Ammut, più che una divinità, era un demone egizio noto anche come “Divoratore di cuori”; un demone punitivo quindi, che attendeva negli inferi per giudicare i defunti e, se ritenuti malvagi in base a ciò che avevano fatto durante la loro vita, egli gli divorava il cuore. Il coccodrillo era inoltre citato di frequente nei miti egiziani. Nella cultura aborigena il coccodrillo, in particolare quello di mare definito baru, è un importante simbolo del popolo Gumatj, noto anche come popolo del coccodrillo. Il coccodrillo (secondo altri la lucertola e la salamandra) è presente anche in ambito alchemico e rappresenta il primigenio mercurio e il ruolo del fornello dell’alchimista che aveva la funzione di scomporre le parti solide del minerale da quelle volatili: un simbolo di separazione.

Civetta (Athene noctua)

La civetta è simbolo per eccellenza della saggezza e della sapienza atavica, ma anche di negatività e di malaugurio: presso gli Egizi si credeva che il verso della civetta profetizzasse la morte e rappresentava la notte e l’oscurità, gli Aztechi l’associavano al dio dell’oltretomba, per i Romani simboleggiava la morte, nella cultura cinese era associata al dio del tuono, in quella giapponese era considerata portatrice di fame e di malattie.

La dea greca della sapienza, Atena, veniva rappresentata con una civetta (nella sua mano oppure appollaiata su una spalla).

Durante il periodo medievale la civetta fu messa in relazione al maligno e alla stregoneria: era, infatti, credenza diffusa che le streghe si servissero di questi uccelli (considerati loro demoni, come il gatto) per realizzare sortilegi e fatture.

 

 Colibrì (Calypte)

E’ l’uccello più piccolo del mondo che possiede la peculiarità di volare anche da fermo e di repentini cambi di direzione in volo; è dotato inoltre di un lungo becco che gli permette di succhiare il nettare dei fiori.

Era noto già al tempo degli Aztechi: il temibile dio della guerra Huitzilopochtli, letteralmente traducibile come “colibrì del sud”, e il dio serpente, signore della creazione, del sapere e del vento, nonché dio dei sacerdoti Quetzalcóatl, letteralmente traducibile come “serpente piumato”, erano raffigurati con piume di colibrì (e dell’uccello sacro quetzal). Verosimilmente anche i Maya consideravano il colibrì un animale sacro.

Presso gli aztechi la lavorazione delle piume costituiva un elemento importantissimo perché considerate derivanti da uccelli sacri, infatti, le piume più preziose erano quelle turchesi del colibrì e quelle verdi del quetzal (di cui era formato il copricapo regale di Montezuma). L’importanza di quest’uccello per gli aztechi è testimoniata anche dal fatto che quando decidevano di conquistare l’arte bellica una città, quest’ultima doveva adorare il Colibrì Azzurro dio del sole a mezzogiorno nato dalla dea della madre terra Coatlicue e dal dio della notte Tezcatlipoca. Tutt’ora in America Latina si crede che i colibrì costituiscano un rifugio per le anime dei morti.

Per le popolazioni dei nativi americani il colibrì rappresenta l’amore e simboleggia la gioia e l’euforia della fortuna perché irradia amore e bellezza e lo utilizzavano come amuleto contro le preoccupazioni, le angosce e nelle situazioni in cui ci si sente limitati e oppressi.

Nella tradizione occidentale, invece, si ritiene che se un colibrì mangia la colazione di una ragazza, questa si sposerà entro al fine dell’anno e che, se già sposata, avrà un bambino entro l’anno.

 

Colomba (Columba livia, Zenaida asiatica, Gallicolumba santaecrucis)

La colomba era un uccello privilegiato, perché la sola cui veniva permesso di avvicinarsi al tempio di Delfi.
Nella religione Cattolica la colomba ricopre un ruolo fondamentale: non solo viene utilizzata per rappresentare lo Spirito Santo, ma è l’uccello che Noè inviò dall’arca in cerca di terra: la colomba tornò con in bocca un ramo di ulivo (secondo alcuni studiosi in realtà non si trattava di una colomba, ma di un corvo). E’ proprio dall’episodio biblico, che la tradizione alchemica prende spunto per un concetto alchemico-ermetico fondamentale: il significato simbolico della colomba (in particolare delle colombe di Diana) è messo in relazione alla Seconda Opera nei viaggi allegorici che si trovano alla fine del Diluvio. Secondo i concetti alchemici, la colomba (assieme ad altri animali) rappresenta la Luna philosophorum, ossia il Mercurio alchemico.  Dalla tradizione alchemica deriva anche il concetto esoterico secondo la colomba, assieme al corvo che rappresenta l’entità del male, simboleggi il principio del bene. Nella cultura e nella tradizione comune la colomba rappresenta la purezza, la rettitudine e la pace (sia materiale che spirituale).

 

Coniglio (Oryctolagus cuniculus)

Nella tradizione dei nativi americani, il coniglio è simbolo della fertilità e, essendo un essere indifeso, è stato aiutato dal Grande Spirito che gli ha donato agilità, velocità, capacità di nascondersi e fertilità in modo da permettergli di non estinguersi. Inoltre, poiché è dotato di grande fiuto, è in grado di avvertire pericoli imminenti. Come talismano, tipico della tradizione delle stirpi dell’America del nord e della prateria, può aiutare a rendere consapevole l’inconscio, a reagire velocemente e in maniera intuitiva e, infine, a essere fertili. Anche presso la nostra cultura il coniglio sono simboli di prosperità, fertilità e successo e, essendo molto diffuso nel nostro territorio, le credenze a lui associate sono numerose.

I marinai non dicono mai lo nominano mai per tre volte prima di imbarcarsi, perché porterebbe sfortuna mentre, se si ripetono le parole “coniglio bianco” tre volte, ci si assicura prosperità. Dato che i piccoli conigli nascono già con gli occhi aperti, si crede che abbiano la capacità di tenere a distanza il diavolo.

Nella tradizione americana, come portafortuna, è usanza regalare o portare con sé una zampa sinistra di coniglio: per essere realmente efficace come amuleto, la zampa deve essere stata tagliata da un uomo strabico in una notte di luna piena. Appendere una zampa di coniglio sopra la culla di un neonato protegge il bambino dal male, se una donna desidera una famiglia numerosa è necessario che porti addosso una zampa di coniglio (ancora una volta riaffiora il binomio coniglio-fertilità). Dal punto di vista terapeutico, per alleviare il dolore dovuto a storte e per far riassorbire l’ecchimosi, è sufficiente utilizzare pelli di coniglio umide.

Questo piccolo mammifero lagomorfo (e non roditore come erroneamente ritenuto), essendo, come già detto, simbolo per eccellenza della fertilità, in occidente è ritenuto anche simbolo della lussuria e del godimento; non a caso, il simbolo della rivista Playboy, è proprio un coniglio.

Il coniglio (o lepre) è presente anche nell’oroscopo cinese; i nati sotto questo segno sono persone sensibili, circondate da persone positive che amano la famiglia e la quotidianità insieme alle persone care.

 

Corvo (Corvus corax, Corvus frugilegus)

Presso le civiltà delle popolazioni dei territori subartici il corvo rappresenta la magia e la trasformazione, in quanto si crede che condivida molti segreti con il Grande Spirito. Il corvo insegna all’uomo a vivere in modo equilibrato e cosciente. Secondo la mitologia di alcune stirpi indiane, sarebbe stato proprio il corvo a creare la terra: l’uccello, infatti, avrebbe portato nel suo becco i ciottoli che lasciava cadere in mare per formare le prime isole. Secondo altre tradizioni dei popoli nativi americani il corvo, come animale forte, rappresenta l’espansione della coscienza: essendo in contatto direttamente con il Grande Spirito, può avere proprietà curative nei confronti della persona che lo evoca attraverso le arti magiche.

E’ palese che le abitudini tipiche e caratteristiche degli animali costituiscono senza dubbio lo spunto primario delle leggende e credenze degli uomini; in questo caso, poiché il corvo si ciba anche di cadaveri di animali e di uomini (solitamente cavando gli occhi dalle orbite), è stato associato alla morte e al male. Non a caso una delle forme fisico-materiali predilette dal diavolo sarebbe proprio quella del corvo.

Demone Malphas (Dictionnaire Infernal)

Coyote (Canis latrans)

Noto come Ma shle.cha presso i Navajo e Ma’ii in lingua Sioux (letteralmente traducibile come briccone). Anche questo è un animale sacro per gli indiani d’America. Secondo la tradizione il coyote ha due funzioni: creatore del mondo con tutte le sue inesattezze e birbante che inganna gli altri e che spesso è vittima dei propri scherzi. Egli ripete sempre gli stessi errori perché non prende coscienza di ciò che è evidente. Con lo spirito totem del coyote l’uomo è in grado di superare situazioni difficili che sembrano impossibili e che, nonostante questo, ci aiutano nel progresso della nostra evoluzione. Come talismano invece aiuta l’uomo a considerare la morte come tramite per il raggiungimento della vita eterna, a ridere di noi stessi e a dare il giusto peso alla magia e alle stregonerie al di là dell’apparenza delle immagini. Rappresenta l’incarnazione dell’entropia e del caos.

 

Delfino (Delphinus delphis)

Secondo gli antichi, i delfini erano amanti della musica, salvavano i naufraghi dal mare in tempesta e si pensava che avessero il ruolo di portare sul dorso le anime dei marinai morti durante le tempeste in mare: sotto quest’aspetto è considerato un animale psicopompo (epiteto di divinità con la funzione di guida delle anime verso il regno dei morti). E’ presente in varie storie della mitologia Greca legate al dio del mare Poseidone e a quella celtica in cui, il già citato dio Cernunnos, in alcune rappresentazioni è raffigurato assieme a diversi animali e a uomo a dorso di un delfino: anche in questo caso il simbolismo del delfino come traghettatore delle anime dei morti appare evidente.

Nella tradizione marinaresca è considerato di buon auspicio incontrare un delfino, ma se lo si vede avvicinarsi alla costa, significa tempesta in arrivo; se si allontana i verso nord indica bel tempo, se invece va verso sud, farò freddo e pioverà.

Il delfino compare anche nella Bibbia (Numeri 4) quando Dio disse a Mosè e ad Aronne: “…Quando il campo si moverà, Aaronne e i suoi figliuoli verranno a smontare il velo di separazione, e copriranno con esso l’arca della testimonianza; poi porranno sull’arca una coperta di pelli di delfino, vi stenderanno sopra un panno tutto di stoffa violacea e vi metteranno al posto le stanghe”.

Nella tradizione alchemica il delfino rappresenta “il poter tornare indietro” della terra filosofale che si ottiene grazie alle alte e basse maree del Mercurio. Per le popolazioni indigene native d’America il delfino rappresenta la personificazione della coscienza collettiva e simboleggia la forza vitale; egli è collegato al ritmo della vita e, come spirito guida, aiuta l’uomo nella meditazione e nella comprensione verso gli altri.

 

Elefante (Loxodonta africana, Elephas maximus)

Pare che gli elefanti, quando sono in procinto di morire, solitari, abbandonino il branco e si allontanino in luoghi distanti dove sono sepolti i loro antenati.

Per tale motivo fu dato a questa statua il nome del re d’Epiro: egli, infatti, fu il primo a varcare i confini italiani con gli elefanti e perché, sulla sua tomba nella città di Argo, sono scolpiti degli elefanti. Come per altre culture, il dio Ganesh rispecchia perfettamente le caratteristiche dell’animale con cui viene raffigurato, difatti egli è amorevole, dedito al perdono e affettuoso nei confronti di chi lo consacra ma, come l’elefante, se adirato può essere temibile. Le caratteristiche del dio elefante Ganesh si ritrovano anche nelle tradizioni orientali, secondo le quali l’elefante simboleggia la forza, l’intelligenza e la ponderatezza. In Africa si crede che i bracciali e gli anelli realizzati con peli di elefante siano in grado di rendere immuni dagli incantesimi.

 

Falco (Falco peregrinus, Falco Biarmicus, Falco Cherrug, Falco rusticolus, Falco Jugger, Falco Biarmicus, Falco tinnunculus)

Nella religione egiziana, il dio-falco Horus, figlio di Osiride e di Iside, divenne dio nazionale e fu identificato con il potere dei faraoni. Trattasi di una divinità bifronte perché da un lato costituiva la rappresentazione del dio figlio di Osiride simbolo del faraone, dall’altro era un essere (antropomorfo) con l’aspetto di un falco e i suoi occhi simboleggiavano il sole. Nei numerosi geroglifici rinvenuti su cartigli di papiro, Horus, era posto sempre in direzione in cui sorge il sole (in particolare le sue braccia indicavano tale direzione), situato su una piccola altura sacra. Il simbolismo del falco rimanda all’elevazione ma, soprattutto, alla vista formidabile e penetrante che, similmente a quella di un dio, vede pressoché ogni cosa ed è in grado di conoscere gli uomini scrutando dentro la loro anima.

Nella mitologia greca il falco era considerato l’uccello sacro della maga Circe e uno dei messaggeri del dio Apollo; presso la cultura celtica rappresentava il trionfo o la carnalità.
Similmente all’aquila, nella mitologia nordica (scandinava), il falco rappresentava l’incarnazione del supremo dio Odino, mentre, nella tradizione orientale quest’uccello può simboleggiare il sole (come per gli antichi egizi), ma anche un segnale di conflitto

Presso I Nativi americano il falco, o Pisko in lingua Lakota, rappresenta la visione integrale ed è un ammonitore e un eccezionale cacciatore. Con il suo sguardo penetrante è in grado d’incunearsi nella quotidianità e pone l’attenzione degli uomini su cose celate e segrete; dalla sua posizione elevata (e privilegiata), egli può scorgere le situazioni favorevoli e intercettare eventuali pericoli. Come talismano può aiutare l’uomo a raggiungere la libertà dello spirito, a sfruttare al meglio le opportunità concesse dalla vita e migliorare la capacità di osservazione. Come amuleto è in grado di proteggerci contro le incertezze, le indecisioni e di migliorare la nostra vista.

 

Falena (Acherontia atropos, Agrius convolvoli, Spilosoma lubricipeda, Phragmatobia fuligginosa, Lythria purpuraria)

A causa delle abitudini notturne delle falene, e di un tipo in particolare detta “sfinge testa di morto” (Acherontia atropos), sul cui dorso una macchia ricorda da vicino la forma di un teschio, questo lepidottero è da sempre stato associato alla morte in tutte le sue sfaccettature.

Nello Yorkshire, e in varie credenze europee, poiché le falene bianche sono considerate le anime dei morti, si crede che ucciderle porti sfortuna. Se invece una falena nera vola in casa, significa che qualcuno morirà entro un anno. Nella superstizione comune delle genti di campagna, è convinzione comune che se una falena entri in casa, il giorno dopo si riceverà una lettera importante.

In ambito esoterico la falena simboleggia la ricerca di luce nell’oscurità e il mutamento (metamorfosi).

Curiosa la leggenda statunitense del famoso (grazie anche a un celebre film) uomo falena, Mothman, essere antropomorfo dotato di grandi ali e di occhi rossi penetranti, che sarebbe stato ripetutamente avvistato negli anni ’60.

 

Farfalla (Apatura iris, Coenonympha eroe, Limenitis anonyma, Limenitis arthemis, Danaus plexippus)

Nella mitologia greca Psiche, la più bella delle tre figlie di un re, era rappresentata con ali di farfalla: la spiegazione risiede nel significato della parola Psiche che, in greco, significa sia anima che farfalla. Durante il periodo medievale spesso gli angeli erano raffigurati come farfalle, mentre, anche al giorno d’oggi, si usano le farfalle come simbolo delle fate. La superstizione varia in base al colore delle farfalle: se la prima farfalla che si scorge il mattino è gialla, è in arrivo una malattia; se rosa, indica fortuna per tutta la vita, se è bianca, invece, annuncia fortuna (in contraddizione con altre superstizioni che sostengono l’esatto contrario). Presso le popolazioni native americane della prateria, la farfalla rappresenta l’animale forte dello sviluppo perché essa, appartenendo al popolo santo, può attraversare diversi stadi fino a che può volare nell’aria. Anche nell’interpretazione dei sogni la farfalla simboleggia la metamorfosi: sognare una farfalla nera preannuncia problemi.

 

Formica (Formica rufa, Lasius niger, Formica fusca, Tapinoma nigerrimum)

Presso diverse culture la formica è simbolo di laboriosità, instancabilità e anche aggressività. Come animale totem per i popoli nativi americani, la formica può aiutare a raggiungere gli obiettivi prefissati mediante il duro lavoro, la concentrazione e la fatica; aiuta inoltre a lavorare per la famiglia sacrificando, se necessario, la propria stessa vita.

Le formiche sono nominate nella Sacra Bibbia, in cui viene loro attribuito il nome di popolo, e nella Sura XXVII del Corano.

Pare che San Paolo, più volte attaccato e vessato dal Diavolo, definisse i demoni in tono ironico con un termine che significa formica e leone, a voler intendere che essi sono piccoli (formiche) con chi li combatte con la fede (leone). Si dice che le formiche compaiano poco prima di manifestazioni diaboliche.

Nel folclore comune europeo è credenza che l’inaspettato arrivo di formiche in una casa siano presagio di malattie e morte del proprietario dell’abitazione; se invece le formiche costruiscono il nido vicino alla porta, vuol dire che sono in arrivo soldi e sicurezza.

Nei paesi anglosassoni non si distruggono i formicai perché porta sfortuna, in Cornovaglia si crede che se, durante una fase lunare ben precisa, si pone un pezzo di stagno in un formicaio, si trasformerà in argento.

Presso le genti di campagna questi animali sono utili anche per le previsioni del tempo, infatti, quando i formicai sono attivi, significa che la pioggia è in arrivo.

Poiché le formiche simboleggiano produttività ma anche tensioni e nervosismo, sognare le formiche è monito di applicazione, attenzione e impegno.

 

Gabbiano (Larus ridibundus, Larus fuscus, Larus argentatus)

La tradizione, specialmente quella marinaresca, vuole che uccidere i gabbiani porti molta sfortuna perché rappresentano siano le anime dei morti. Secondo i marinai vedere tre gabbiani in volo sopra una persona, ne preannunciano la morte e scorgere un gabbiano che picchietti col becco sulla finestra di una casa, significa che un uomo in mare è in pericolo.

Secondo altre credenze, colui che uccide un gabbiano diventerà cieco.

In generale il gabbiano è simbolo di libertà e di chi agisce secondo il proprio credo nel giusto, nonostante i preconcetti e i tabù comuni.

 

Gallo e Gallina (Gallus gallus domesticus)

Il comportamento temerario e possessivo del gallo, insieme all’aspetto sgargiante e al suo impeto sessuale, ha dato origine sin dai tempi più remoti a moltissime usanze, credenze e tradizioni popolari che hanno a che fare con questo volatile. Il simbolismo del gallo è molto importante nella tradizione cristiana e si ritrova spesso in diverse fonti: ad esempio fu un gallo che annunciò la nascita di Gesù e, fu sempre un gallo a cantare quando San Pietro ripudiò Cristo (Matteo 26:74). Il gallo è divenuto quindi un emblema del dovere cristiano di stare accorti e di vigilare contro le tentazioni del demonio e, per questo motivo, sui campanili delle chiese spesso viene affissa una banderuola a forma di gallo. Nella tradizione francese si crede che, se un gallo canta a mezzanotte, indica che sta passando l’angelo della morte; un gallo nato il venerdì santo canterà prima di tutti gli altri. Rivolgerà quindi il viso verso l’Oriente, s’inginocchierà al suolo e pronuncerà la grande evocazione tenendo un bastone di cipresso davanti a sé: il maligno si materializzerà all’istante.

 

Gatto (Felis catus, Felis silvestris catus)

Gli antichi Egizi ne hanno fatto un simbolo che va al di là addirittura della divinità, esaltandone la sacralità e l’energia che ha origine in un passato ancestrale.

In Birmania e nel Siam vi era la credenza secondo cui, quando un uomo moriva, il suo spirito, prima di andare in cielo, andasse in un gatto fino alla morte fisica del felino.

Le straordinarie capacità del gatto, come ad esempio l’andatura felpata, lo scatto fulmineo e la capacità di vedere al buio, han fatto sì che nell’immaginario collettivo venisse associata alla magia e all’esoterismo.

Nel grimoire Ars Goetia il demone Aim (Aym), marchese infernale che comanda ventisei legioni di demoni, è descritto come un uomo dotato di tre teste: di uomo, di serpente e di gatto.

E’ un animale dotato di grande energia interiore e di captare quella esteriore e pare che abbia proprietà terapeutiche per l’uomo: è scientificamente dimostrato, ad esempio, che accarezzare un gatto mentre fa le fusa, abbassi la pressione e abbia effetti rilassanti e rinfrancanti. Per tali motivi, e per altre capacità sbalorditive che possiede, questo splendido animale è da sempre stato ritenuto, nelle varie culture, un essere dotato di poteri ultraterreni.

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Gufo (Asio otus, Bubo bubo)

L’associazione tra questo animale e il male o le forze oscure risale a tempi molto remoti.

Già i Sumeri ritenevano che il gufo fosse associato alla morte; in una tavoletta risalente al 2300-2000 a.C. è possibile vedere rappresentata una dea affiancata da due gufi ai lati che rappresentano la morte.

In Egitto l’anima che esalava dal corpo era rappresentata da una civetta, e pare che addirittura per la rappresentazione del dio Horus si utilizzasse un gufo (contrariamente al pensiero di altri studiosi che identificano Horus con il falco).

Gli antichi greci e i romani lo ritenevano il simbolo della malasorte e portatore di sventure. La tradizione sosteneva che, allorché un gufo comparisse sul Campidoglio a Roma, il luogo doveva assolutamente essere pulito con acqua e zolfo per scacciare le entità negative che il gufo aveva portato con sé.

Non è un segreto d’altronde che i Romani utilizzassero immagini di gufi per combattere e respingere il malocchio.

In Persia il gufo era, ed è tutt’ora, identificato come l’angelo della morte.

Anche presso le tribù africane il gufo i gufi erano associati alla stregoneria e alla magia nera: nel Madacascar le anime degli stregoni erano chiamate gufi, in Nigeria la tribù Yoruba è convinta che i maghi inviino i gufi come loro emissari per compiere omicidi. In Gran Bretagna il gufo era considerato funesto e addirittura Shakespeare lo elenca tra i cattivi presagi (Giulio Cesare, atto I, scena 3).

Tutt’ora in Alsazia si pensa che un gufo sia messaggero di morte e se il suo verso è udito vicino alla camera di una persona malata, questa sicuramente morirà; in Normandia invece è tradizione che una frittata di uova di gufo sia in grado di far passare una sbornia, mentre nello Yorkshire, il brodo di gufo serve per guarire dalla pertosse. Anche la zuppa di gufo veniva utilizzata per guarire dall’epilessia.

In Scozia il folklore sostiene che vedere un gufo di giorno significa malasorte e sventure per l’osservatore e, se si guarda nel nido di un gufo, si diventerà malinconici e tristi per il resto della vita.

Come abbiamo visto, non sempre questo stupendo animale era associato alla malasorte. Ad esempio in Israele piccoli gufi grigi sono considerati di buon auspicio specialmente se compaiono vicino ai raccolti.

Nell’antica Cina era usanza comune sacrificare questi animali e porre sugli edifici ornamenti (chiamati angoli di gufo) per proteggerli dagli incendi.

Plinio menziona una credenza secondo la quale, per far rivelare i segreti più intimi a una donna, è sufficiente porle sul seno il cuore di un gufo.

Nella mitologia greca è noto che la civetta (animale differente rispetto al gufo, ma molto spesso identificato con quest’ultimo) rappresentava la dea Atena ed era l’emblema della saggezza e della sapienza. Un proverbio ateniese per indicare una vittoria recitava all’incirca “ecco una civetta”.

Esistono prove che nell’antichità la dea Atena fosse rappresentata come una civetta, o comunque, come una dea uccello (nel terzo libro dell’Odissea assume la forma di un uccello).

Presso alcune tribù dell’Asia Settentrionale si pone un gufo sopra il letto di un bambino per spaventare e allontanare gli spiriti maligni e, secondo una tradizione indiana, è addirittura possibile indurre il sonno in un bambino inquieto ponendo piume di gufo sotto il cuscino.

Nella tradizione dei nativi americani del nord-ovest, il gufo (civetta) era uno degli animali totemici, di grande importanza: rappresentava la creatrice della notte e quindi simbolo della saggezza, della perspicacia e della proiezione astrale. La sua magia la guida nelle notti prive di luna aiutandola nella caccia silenziosa. Le sue notevoli visioni le rivelano la via verso la grande e unica saggezza.

Nella tradizione dei nativi americani del nord, la civetta rappresenta in primo luogo la chiaroveggenza e, a secondo della stirpe indiana, può essere identificata con la saggezza oppure un cattivo presagio.

I nativi americani del sud-ovest invece identificano la civetta e il gufo come simbolo dell’ammonimento. Se gli abitanti dei villaggi Apache o i Navajo venivano colpiti da una malattia contagiosa, negli alberi attorno al villaggio sarebbero apparse diverse razze di civette come ammonimento per i guerrieri o i cacciatori di ritorno a casa.

Il simbolo del gufo è ampiamente utilizzato nelle pratiche alchemiche, occulte e di magia nera (spesso viene identificato con Satana) e in massoneria: a tal proposito ricordiamo, senza soffermarsi in particolari spiegazioni che esulano dallo scopo del presente articolo, il Bohemian Club che e’ un’associazione massonica molto importante (vi hanno fatto parte la maggior parte dei presidenti degli Stati Uniti e gli uomini più illustri della storia americana), il cui simbolo è proprio un gufo fiancheggiato dalle lettere B e C.

Come talismano il gufo (e/o la civetta) aiuta a trovare il nostro cammino anche in momenti di oscurità, a saper riconoscere in tempo i pericoli, a interpretare segnali apparentemente incomprensibili, a diventare saggi attraverso le visioni, a sviluppare il sesto senso e l’intuizione e a divenire chiaroveggente.

Come amuleto protegge dalla cecità, dalla paura delle tenebre, dall’eccessivo attaccamento alla materialità e dall’emeralopia (la perdita della visione notturna).

E’ interessante evidenziare come le più disparate tradizioni antiche abbiano influenzato modi di dire, credenze, attribuzioni di significati, usi e costumi fino ai nostri giorni; ad esempio tutt’ora, nel linguaggio comune, con il termine gufo si è soliti riferirsi a persone abitualmente di umore cupo, melanconiche, tristi, poco socievoli e portatrici di sventure.

Lo è altresì notare come, molto spesso, superstizione e folklore nascondano fatti reali e nascano da osservazione di fenomeni naturali; a titolo di esempio potremo citare la credenza, diffusa nei paesi anglosassoni, secondo cui appendere un gufo per le ali all’ingresso di una fattoria o di una stalla sia sufficiente per allontanare i topi. L’associazione risulta quanto mai semplice, essendo il gufo un predatore di piccoli mammiferi, tra cui, in primis, di piccoli roditori.

Ibis (Threskiornis aethiopicus)

Nell’antico Egitto la presenza dell’ibis corrispondeva alle piene del fiume Nilo, per cui divenne simbolo della fertilità e protettore di tutte le attività contadine. L’Ibis sacro, trampoliforme dell’Ordine dei Pelecaniformes, era tenuto in grande considerazione presso gli Egizi perché liberava il fiume Nilo dai moltissimi rettili che lo popolavano. Se qualcuno uccideva quest’uccello era punito con la morte. Nell’antico Egitto l’ibis rappresentava l’incarnazione del dio Thot, patrono dei guaritori e dei profeti, dio della conoscenza, della sapienza e anche delle materie scientifiche come la matematica e la geometria che, nella successiva cultura greca fu assimilato a Ermes.

La particolare forma del becco di quest’uccello ha fatto sì che molti storici del passato sostenessero che l’ibis fosse in grado di scavare buche molto profonde in grado di raggiungere luoghi sconosciuti all’interno della terra. Plinio il Vecchio scriveva (VIII,27): “Grazie alla curvatura del suo becco, irriga quella parte di se steso da dove la salute vuole che scarichiamo ciò che resta del pasto”.

Nella Bibbia, nel Libro di Giobbe (38;36), l’ibis è considerato un animale profetico capace di prevedere le piene del Nilo.

Anche in campo alchemico l’ibis era considerato importante e trovò grande spazio nell’iconografia esoterica del Rinascimento, divenendo il simbolo della scienza ermetica.

 

Leone (Panthera leo)

Il Leone è il simbolo per eccellenza della forza, del dominio, del coraggio, dell’orgoglio e della fierezza.

Per le caratteristiche tipiche di questo imponente felino, ritroviamo sue rappresentazioni in quasi tutte le antiche culture.

La divinità egizio-persiana Mitra inizialmente era raffigurata con una testa di leone e per questo motivo nacquero le feste leontiche tipiche dei riti mitriaci; il dio Kneph, adorato dai Tebani, era venerato come un dio con la forma di serpente ma, in alcune rappresentazioni monumentali, si ritrova effigiato con testa leonina circondata da raggi solari; la dea fenicia Astarte (Ashtart o Ištar) venerata dalle popolazioni semitiche, il cui culto era diffuso in tutta l’area mediterranea, spesso era rappresentata su un leone.

Sculture di leoni e leonesse a guardia di templi e luoghi sacri erano comuni e simili presso le culture dei popoli mesopotamici, egiziani, orientali e indiane.

Nella mitologia greca, il leone fu la prima prova che l’eroe greco Ercole, figlio di Zeus e Alcmena, dovette affrontare su incarico del re Euristeo.

Il leone era rappresentato anche dal misterioso popolo etrusco: una bellissima rappresentazione scultorea è presente nel tratto di mura del Duomo di Pisa e, in particolare sulla Torre del Leone, nei pressi del l’ingresso chiamato Porta del Leone.

Secondo i Romani, solamente il canto del gallo poteva spaventare un leone: questa credenza deriva probabilmente dal fatto che anche il gallo sia dotato di cresta.

Durante il periodo medievale questo maestoso felino si pensava che il leone fosse in grado di cancellare le proprie tracce con la coda e che riuscisse a dormire con gli occhi aperti, per cui era preso a riferimento per indicare l’assoluta vigilanza: sterminato il suo utilizzo in campo araldico (anche come leone alato).

Frequenti anche le citazione bibliche del leone e, tra queste, ci sembra opportuno riportare un passo contenuto nell’Apocalisse di Giovanni (13,1-2; 16,1): “E vidi dal mare salire una bestia che aveva dieci corna e sette teste, e sulle sue corna dieci diademi, e sulle teste nomi blasfemi. E la bestia che vidi era simile ad una pantera, le zampe sembravano di orso, il suo muso come quello di leone”

In ambito escatologico non è infrequente che il leone sia associato al diavolo (spesso a Satana) ed è stato inoltre utilizzato in demonologia per raffigurare diversi demoni (testi magici Pseudomonarchia Daemonum, Ars Goetia, Dictionnaire Infernal).

Sognare un leone può indicare preoccupazione nei confronti dei propri superiori o datori di lavoro; lottare e vincere con un leone preannuncia che riusciremo a ottenere un successo a seguito di pericoli e ingiustizie. Avere in sogno paura di un leone indica un grosso pericolo che incombe.

I due leoni alchemici

Leoni alati in ambito alchemico

Lontra (Lutra lutra)

Nella tradizione dei nativi americani, la lontra è considerato un animale forte: questi animali vivono dell’aldilà e ciascuno di noi ha un animale forte oppure può acquisirlo per sviluppare la spiritualità, per accrescere la forza emotiva e per contrastare le influenze negative. La lontra è simbolo della gioia di vivere perché si gode la vita giocando nell’acqua e sulla terra, ma si prende anche cura degli altri mostrando loro comprensione e affetto. Come amuleto è in grado di proteggerci dal legame morboso con i beni materiali e l’assuefazione agli stessi; come talismano ci aiuta a goderci la vita, a non essere invidiosi e a sviluppare la bellezza e l’eleganza.

La lontra è nominata nella Divina Commedia dal Sommo poeta Dante Alighieri che era solito trarre ispirazione dal bestiario popolare, scegliendone accuratamente i difetti, per descrivere le qualità negative delle persone.

Nel Canto XXII dell’Inferno i diavoli dei Malebranche conducono Dante e Virgilio lungo l’argine della V Bolgia del Cerchio delle Malebolge (VIII). Qui incontrano Ciampòlo di Navarra, uno dei barattieri, che addita i dannati Michele Zanche e Frate Gomita: i barattieri, usciti un poco dalla pece in cui erano immersi fino al collo, quando scorgono i diavoli si rituffano dentro, ma uno di essi, similmente a una rana, è troppo lento e viene afferrato dal diavolo Graffiacane, che lo prende per i capelli e, tirandolo su come una lontra (Dante definisce Ciampòlo nero, viscido e lucido come una lontra), si prepara a scuoiarlo.

 

Libellula (Crocothemis erythraea)

Simbolo della fortuna, della pace, dell’ardimento, di tutti gli aspetti magici ed esoterici, della fase onirica , dell’integrità e della schiettezza.

Nel Giappone medievale i samurai la utilizzavano come spunto per decorare i loro elmi e le loro armature; nella tradizione dei nativi americani la libellula, come animale totem, simboleggia la trasformazione e sono associate, similmente alle farfalle, alle anime dei defunti; nella cultura occidentale si credeva che le libellule fossero insetti legati alle fate, ma anche alle streghe.

Secondo la tradizione superstiziosa catturare una libellula significa sposarsi entro l’anno. Pare, inoltre, che le libellule aiutino i pescatori volando sopra i pesci. Sognare buna libellula preannuncia discussioni, mentre, se la si sogna in volo vuol dire che sono in arrivo buone notizie.

 

Lucciola (Lampyris nocticula, Phausis splendidula)

In Giappone sono simbolo di fragilità ma anche di animo puro e in ambito araldico rappresentano la nobiltà.

Una superstizione inglese sostiene che se si uccide una lucciola si metterà in pericolo la propria relazione sentimentale e che si potrebbe causare la morte della persona amata.

Nella credenza del nostro paese è usanza catturare le lucciole e metterle la notte sotto un bicchiere perché si crede che, la mattina, al posto delle lucciole si troveranno denari.
Ai nostri giorni il termine lucciola ha assunto un significato assai poco gratificante, infatti, è utilizzato per alludere ad abitudini amorose pagate e, in particolare, con tale appellativo si fa riferimento alle prostitute (alludendo all’abitudine delle prostitute di sostare sotto i lampioni oppure presso fuochi improvvisati lungo le strade per attirare l’attenzione dei clienti).

Lucertola (Lacera muralis, Lacerta lepida, Lacerta agilis, Podarcis Muralis, Iberolacerta horvathi, Archaeolacerta bedriagae)

La lucertola è un antico simbolo di saggezza e fortuna. Essa possiede la capacità di rigenerare la coda e, essendo un rettile, è solita riscaldarsi al sole: per queste capacità è stata per molto tempo oggetto di curiosità e rispetto nelle varie culture.

Nell’antico Egitto le lucertole erano associate alla fecondità perché la loro attività diveniva più intensa con le piene del fiume Nilo.

Presso i Romani, soprattutto quelli pagani, era usanza dipingere lucertole sui monumenti funebri come simbolo di speranza e di proseguimento della vita nell’aldilà.

Come per molti altri animali, anche la lucertola è stata più volte accostata al signore oscure, il diavolo, oppure alla stregoneria: nella tradizione ebraica, ad esempio, essa era considerata un essere impuro perché era convinzione che fosse venuta al mondo da un rapporto sessuale tra Satana e una strega.

Nell’antica tradizione farmaceutica alchemica, la lucertola era utilizzata con sale e tagliata a pezzi per estrarre schegge dalla pelle. Le ceneri del rettile erano usate per curare l’alopecia e per annullare gli effetti del veleno degli scorpioni e di altri animali velenosi. Le ceneri della lucertola acquatica erano adoperate per facilitare le operazioni di estrazioni dentarie.

Nella tradizione popolare si pensava che nutrirsi di ramarri aiutasse a curare le malattie della pelle, la sifilide, le verruche e i disturbi del fegato; in Arabia si curava l’impotenza con un estratto a base di lucertola; in Madagascar si seppellivano lucertole vive per curare la febbre e nell’Inghilterra medievale era usanza leccare lucertole per risanare le ferite e le piaghe.

Alcuni studiosi sostengono che in campo alchemico le lucertole siano simbolo della dualità delle cose, facendo riferimento alla duplice natura del simbolo di Venere cui la lucertola è collegata: secondo un’opinione meramente personale, tale ipotesi non è del tutto esatta perché riconducibile a un altro animale, la salamandra (spesso confusa con la lucertola).

Lumaca (Limax maximus)

Questi simpatici Gasteropodi, presso la varie culture, hanno assunto il significato della resurrezione (probabilmente aspetto legato più alla chiocciola, dotata di guscio a spirale) che alla lumaca.

Presso le culture precolombiane la lumaca era assimilata al dio della Luna e nel cristianesimo essa rappresentava la l’indolenza e inoperosità.

Diffusa è la tradizione secondo cui, quando si va in cerca di lumache, sia necessario indossare la giacca alla rovescia. Se un bambino tossisce, si ritiene che tre lumache bollite in un decotto d’orzo o in un infuso guariscano dalla malattia.

Anticamente era anche utilizzata per curare problemi polmonari, al fegato e coliche.

Spesso lumaca e chiocciola vengono confuse, ed per questo che molte persone attribuiscono un significato alchemico alla prima, che in realtà appartiene alla seconda.

Il simbolismo alchemico della chioccola è strettamente connesso a quello del leone, di cui abbiamo già parlato.

Nel testo alchemico di Abraham Lambsprinck, De Lapide philosophico (Francoforte, 1625), c’è un raffigurazione di un’allegoria molto interessante in cui si vede una chioccola in una foresta (tale immagina è da considerarsi successiva a quella dei due leoni nella foresta.

Ricordiamo che i due leoni rappresentavano i nuovi simboli dell’anima e dello spirito e, quando sono catturati, devono essere riuniti nel loro corpo. Nello stato della perfezione umana, l’anima e lo spirito devono essere riuniti in uno. Come lo spirito tende verso Dio ed è ostacolato dal corpo, similmente il mercurio deve sublimare varie volte, volare in alto e ritornare nel nido, fino a che non si raggiunge la fissazione. L’alchimista, come la chiocciola, procede lentamente nel suo viaggio, ma spirito e corpo diventeranno una cosa sola nel nido, cioè nel cuore.

Mosca (Musca domestica, Sarcophaga carnaria,Tabanus bovinus)

Ad Azio, in Grecia, ogni anno aveva luogo un sacrificio di un bue nel tempio di Zeus per ringraziarlo e onorarlo in qualità di cacciatore di mosche. La leggenda sostiene che Costantinopoli fu liberata dal flagello delle mosche da Apollonio di Tiana, che eresse una mosca di bronzo per spaventare quelle vere. Nella mitologia norrena, il dio del fuoco Loki, si trasformò in una mosca per tormentare i nemici.

Una leggenda ebraica narra che Eliseo fu riconosciuto profeta per il fatto che le mosche non si avvicinassero al suo posto quando era seduto a tavola.

Nella cultura cristiana le mosche erano il simbolo del male perché ritenute vicine a Satana; non a caso, in ambito demonologico, il potente demone Belzebù, definito come “signore delle mosche” (il nome Belzebù è un composto di Baal, traducibile dal fenicio come signore e zebub che significherebbe mosche), nel famoso Dictionnaire Infernal di J.A.S. Collin de Plancy (Parigi 1863), venga rappresentato come un’enorme e terribile mosca con disegni di teschi e tibie incrociate sulle ali. Nel grimorio Goetia, si spiega che l’evocazione di questo demone è sempre accompagnata da un brusio simile a quello emesso dalle mosche e che egli si manifesta come una gigantesca e mostruosa mosca.

Belzebù, Dictionnaire Infernal (1863)

Secondo la leggenda, la mosca venne scomunicata da San Bernardo: da quel momento, per vendicarsi, ci infastidisce: da notare che, ancora una volta, la mosca è identificata con il diavolo. Non a caso questa leggenda è legata a San Bernardo, tra le altre cose potente esorcista, le cui raffigurazioni sono utilizzate anche ai nostri giorni dai preti per compiere esorcismi.

L’unica accezione positiva relativa a quest’insetto in ambito cristiano la ritroviamo nella leggenda di San Colman, il quale raccontava di una mosca gentile che era solita tenergli il segno del libro quando lui partecipava a riti religiosi.

Nella superstizione comune si ritiene che le mosche cadute nel cibo o nei bicchieri, siano segno di prosperità; un ricetta per scacciare le mosche per un anno intero, consiste nel legare insieme tre uova e appenderle sopra la porta di casa il mercoledì delle Ceneri.

In antichità la mosca era utilizzata in ambito terapeutico per prevenire la caduta dei capelli.

Infine, sognare una mosca, presagisce contrattempi causati da amicizie non fidate.

 

Narvalo (Monodon monoceros)

Affascinante cetaceo dotato di una lunga e particolare zanna che sbuca dalla mandibola: la particolare forma della zanna a spirale ha dato probabilmente origine, in antichità,  al mito dell’unicorno. L’unicorno, che esula dal presente studio in quanto animale mitologico, è sempre stato identificato come animale magico, dotato di poteri ultraterreni. Questa leggenda ha trovato in parte riscontro in recentissimi studi sui narvali in cui si è scoperto che il corno è formato da una miriadi di terminazioni nervose che permetterebbero all’animale di percepire variazioni di temperatura, di salinità e a orientarsi e a trovare le prede. I significati simbolici ed esoterici attribuiti al questo stravagante cetaceo sono in realtà riferiti all’unicorno.

Narvalo, “unicorno del mare”

Oca (Anser anser)

Secondo la mitologia greca, il re figlio di Zeus Radamanto, che presso la civiltà cretese era un dio, non giurava mai sugli dèi per non profanarli: perché ciò non accadesse era solito far giuramento su un’oca, un caprone (o ariete) e un cane.

Diversi studiosi sostengono che Radamanto avesse imparato quest’usanza presso gli Egiziani che erano soliti adorare l’oca, l’ariete e il cane, spesso associandoli, al dio Anubi.

Famosa la storia delle oche del Campidoglio: attorno al 390 a.C. Roma era stata presa d’assedio dai Galli e solamente la Rocca capitolina, in cui erano presenti le oche sacre a Giunone, era rimasta l’ultimo baluardo in mano ai Romani. Di notte, furtivamente i Galli provarono a fare irruzione nella Rocca mentre le guardie romane dormivano, ma furono svegliate dalle oche che, avvertendo gli estranei, iniziarono a starnazzare come impazzite; le sentinelle furono destate dal sonno e gli assalitori quindi respinti.

Tradizioni gallesi sostengono che le oche abbandonino la fattoria poco prima che stia per scoppiare un incendio e che, se un’oca depone un uovo tenero e uno duro (secondo altre versioni due uova nello stesso giorno), la sventura colpirà la famiglia.

Nell’Africa settentrionale le oche vengono sacrificate a capodanno per assicurare una buona annata. Secondo la tradizione americana, il grasso d’oca miscelato alla trementina (un balsamo ottenuto dai pini) e spalmato sul petto, è un ottimo rimedio contro tosse e raffreddore; lo stesso composto può avere effetti benefici per i dolori reumatici e l’otite.

Nel folclore europeo, un’oca che vola in alto è considerato auspicio di bel tempo e gli indiani d’America quando vedono volare le oche selvatiche verso sud nel mese di agosto, sono certi che l’inverno sarà rigido. Sognare un’oca invece è indice di felicità e soddisfazioni in arrivo.

In passato l’oca, come molti altri animali è stata accostata al diavolo e alle streghe. Addirittura sono presenti raffigurazioni di demoni che prendono spunto da questo animale come, ad esempio, il demone Ipos che nei testi esoterici e magici (Ars Goetia, Dicitonnaire Infernal, etc) è così descritto: essere antropomorfo con criniera di leone, coda di lepre, zampe e testa d’oca.

 

Opossum (Didelphis virginiana)

L’opossum, per le popolazioni dei territori subartici, è un animale totem e simboleggia la famiglia. Questo simpatico mammifero si prende cura della famiglia e la protegge coraggiosamente. Con uno spirito forte l’animale cerca i nidi e li rende accoglienti. Come animale totemico è responsabile dell’armonia delle famiglia e della comunità; come talismano aiuta l’uomo a lottare per le esigenze della famiglia; come amuleto ci protegge contro le divisioni familiari, i pericoli nei confronti dei bambini e le distrazioni negli affari di famiglia.

 

Orca (Orcinus orca)

Probabilmente il più grande, intelligente e temibile predatore del nostro pianeta. Queste caratteristiche han fatto sì che, nei miti marinareschi, venisse considerata coma un mostro divoratore di marinai.

Anche l’orca, come l’opossum e la balena, è considerata un animale totem per le popolazioni dei territori subartici e del Nord-Ovest americano: rappresenta i sentimenti.

E’ uno degli animali della divina Sedna, dea del mare della popolazione eschimese Inuit, madre delle profondità e protettrice delle balene. E’ fedele, orgogliosa e protegge i suoi segreti. Quando l’uomo le si avvicina può entrare a far parte della saggezza dei mari. Come talismano aiuta l’uomo a rimanere fedeli, a sviluppare la percezione e il senso della collettività, a essere orgoglioso della nostra interiorità e a rispettare i sentimenti.

 

Passero (Monticola solitarius)

Secondo il mito un passero presente alla crocifissione di Gesù ripetesse “è vivo”, spronando i Romani a infliggere ulteriori sofferenze a Cristo. Dio lo punì legandogli le zampe con un filo invisibile, che lo costrinse a saltellare anziché camminare normalmente.

Nella contea inglese del Kent si ritiene che se si cattura un passero e lo si tiene rinchiuso in casa, qualcuno in famiglia morirà. In Bretagna si ritiene che i passeri abbiano il compito di diffondere le notizie da albero all’altro e che quando muore l’uccello, lo stesso accada all’albero. In Gran Bretagna il passero è tenuto in grande considerazione perché si crede che sia simbolo dei propri dèi familiari.

 

Pavone (Pavo cristatus)

Fin dall’antichità il pavone era un simbolo di distinzione, bellezza e vanità.

Nella mitologia greca il pavone era considerato sacro alla dea Era, una leggenda narra di come la dea inviò Argo, il mostruoso gigante dai cento occhi, a sorvegliare l’amante di suo marito, Io. Quando Zeus invio Ermes a uccidere Argo, Era utilizzò gli occhi del gigante per decorare la coda del pavone.

Questo mito ha influenzato la credenza fino ai nostri giorni, infatti, in ambito superstizioso, molte persone sono convinte che gli “occhi” posti all’estremità delle piume del pavone rappresentino il malocchio e che porti sfortuna esporle.

In demonologia, e in particolare nei testi magici Pseudomonarchia Daemonum e Ars Goetia, il demone Andrealphus, capo di trenta legioni di demoni, è descritto come un pavone.

Demone Andrealphus, Goetia

In un manoscritto del quattrocento, “Hortus Sanitatis”, si legge che quando il pavone “sale in alto” è segno di pioggia e, nello stesso periodo, in Europa si credeva che le grida del pavone fossero in grado di spaventare i serpenti.

In India, dato che il pavone era solito uccidere i serpenti, nacque la credenza secondo cui il suo sangue e la sua bile potessero essere utilizzati in modo efficace come antidoto contro il veleno: per questo motivo i viandanti portavano con sé dei pavoni durante i loro viaggi. L’importanza del pavone in India è tale che la semplice vista dell’uccello è considerata auspicio di fortuna e di felicità.

Sognare un pavone ci deve indurre a riflettere se i nostri comportamenti e il nostro modo di raffrontarsi agli altri sia corretto; se si sogna un pavone che fa la ruota allora avremo felicità nel matrimonio e nel lavoro, se invece non fa la ruota significa che sono in arrivo problemi.

Enigma animale alchemico

Pipistrello (Pipistrellus pipistrellus , Pleoctus auritus)

E’ un mammifero e vola, ha un aspetto inquietante e abitudini notturne. Ne consegue che il significato che questo piccolo mammifero ha assunto nel tempo è, nella maggioranza dei casi, legato al male nelle sue varie forme.

Pare che le streghe utilizzassero parti del suo corpo come componenti di sortilegi, quando dovevano realizzare rituali magici; il suo sangue è tutt’ora utilizzato nei riti vaudou haitiani; è una delle forme preferite dal diavolo per materializzarsi; nel medioevo per rappresentare i demoni si utilizzava l’immagine dei pipistrelli, con particolare riferimento alle ali (spesso Lucifero e Satana sono raffigurati con grandi ali di pipistrello).

Una superstizione scozzese dice che, quando si vede un pipistrello alzarsi e scendere verso terra, ciò indica “l’ora delle streghe”.

Alcune specie di pipistrelli appartenenti alla famiglia dei Fillostomidi e il famigerato Desmodus rotundus diffuso nell’America Latina , si nutrono del sangue degli animali che salassano con i loro grandi incisivi (spesse volte trasmettendo la rabbia). Questa peculiarità sembra che abbia ispirato la leggenda dei vampiri che, però, va al di là del nostrano Dracula: in varie regioni dell’Africa il Wume è un essere molto temuto in quanto considerato succhiatore di sangue notturno, presso le tribù Ashanti africane si crede ad un orribile essere antropomorfo che di giorni si nasconde in antri oscuri mimetizzandosi come un pipistrello, dormendo a testa in giù aggrappato alle sue zampe uncinate avvolto in grandi ali nere che lo ammantano come un sudario. La notte esce in cerca di prede e succhia il sangue dal pollice dei dormienti: il suo nome è Asambosan.

Asambosan, mitica creatura della cultura africana

Per il popolo Maya il pipistrello era simbolo di morte

Procione (Procyon lotor)

Il procione è sempre indaffarato a procurarsi il cibo ed è un ottimo accumulatore di provviste; prima di mangiare il cibo lo lava e lo prepara e, nonostante sia così impegnato, trova il tempo per giocare e divertirsi.

Proprio per queste attitudini, per i nativi dell’America del Nord, il procione è un animale totem e rappresenta l’abbondanza. Come amuleto è in grado di proteggere l’uomo dalla passione ossessiva per il gioco, la disoccupazione e le difficoltà digestive di certe tipologie di cibo.

Come talismano ci aiuta a gioire del proprio lavoro, a perseguire un’alimentazione sana e ad avere tempo per divertirsi nonostante il duro lavoro.

 

Ragno (Araneidae,Miturgidae, Pisauridae, Lycosidae, Segestriidae, Agelenidae, Zoropsidae)

Animale già presente nei miti antichi e, soprattutto, nella mitologia greca: ci riferiamo alla leggenda di Aracne.

In Lidia, terra famosa per i suoi tessitori, viveva Aracne, una ragazza molto giovane ma abilissima tessitrice. Ben presto la sua fama la fece diventare talmente ambiziosa da affermare di essere più brava anche della dea Atena. Non trascorse molto tempo e Atena, saputa la notizia,  decise di andare a trovare Aracne per vedere con i suoi occhi lo stupendo arazzo che la ragazza aveva realizzato e che era sulla bocca di tutti. Quando Atena vide il risultato del lavoro di Aracne, non riuscì a dissimulare l’invidia e strappò l’arazzo furibonda (in fine dei conti Atena era la figlia dell’iracondo Zeus).

Aracne, turbata e incredula, corse in un bosco e decise di togliersi la vita impiccandosi al ramo di un albero; Atena la seguì e, toccando la ragazza morta, disse: “continua a tessere, ma tessi per te sola. Il tuo filo sarò ora mille volte più sottile, la tua tela mille volte più delicata, ma pochi la noteranno e nessuno ti paragonerà agli dèi”. A quel punto il corpo della fanciulla iniziò a rimpicciolire fino a trasformarsi in un ragno.

Mito greco: Atena e Aracne

 

Aracne è nominata anche nella Divina Commedia da Dante Alighieri, più precisamente nel Purgatorio (XII, 43-45): O folle Aragne, sì vedea io te / Già mezza ragna, trista in su li stracci/  De l’opera che mal per te si fé.

Dante descrive così Aracne, trasformata in parte in ragno e triste sugli stracci del tessuto che aveva avuto la presunzione di realizzare sfidando Atena, che vede scolpita assieme ad altri esempi di superbia punita sul pavimento della I Cornice.

L’importanza di questo mito ha fatto sì che i ragni, assieme ad altri animali come ad esempio gli scorpioni e gli acari, siano stati chiamati Aracnidi (Arachnida) che sono una classe di artropodi.

Nella tradizione Cristiana si dice che fu un ragno a costruire una ragnatela per nascondere Gesù Bambino nella mangiatoia quando i messaggeri di Erode andarono a cercarlo; per questo è credenza comune che porti sfortuna uccidere un ragno o distruggerne la tela.

Pare che i ragni abbiano salvato la vita a personaggi del calibro di Maometto e di Federico il Grande, re di Prussia.

La tribù dei Nativi Americani di pianura Pawnee adoravano una dea ragno simbolo della fertilità e per cacciare e catturare i bisonti utilizzavano un reticolo molto simile a una ragnatela.

Le superstizioni riguardo ai ragni abbondano. Se qualcuno si imbatte in una ragnatela, allora incontrerà un amico; se una persona vede un ragno che scende dalla ragnatela di pomeriggio, presto farà un viaggio; se si trova un ragno nei vestiti, il denaro prestato sarà presto restituito; non bisogna mai togliere le ragnatele dalle stalle perché proteggono gli animali; se si cattura un ragno e lo si mette in tasca, avremo sempre soldi a disposizione. Esiste un motto popolare inglese che riassume al meglio il concetto di ragno come animale portafortuna: “se vuoi vivere e prosperare, vedi un ragno e lascialo andare”.

Una delle poche eccezioni circa il fatto che uccidere un ragno porti sfortuna e sventure, si trova nella tradizione alsaziana secondo cui è considerato di buon auspicio uccidere un ragno (non di mattina però), schiacciandolo con il piede destro.

Esistono ambiti in cui il ragno ha assunto, soprattutto in passato, accezioni negative legate ai demoni e alle streghe.

In demonologia, il demone Bael, demone di primo rango (associato a Satana stesso come importanza) secondo l’opera Pseudomonarchia daemonum e capo dei demoni secondo il grimorire Ars Goetia, è spesso rappresentato come un essere con tre teste (uomo, gatto e ragno) con le zampe di ragno. Per la loro abilità e il loro veleno, i ragni erano considerati compagni e aiutanti delle streghe: erano molto ricercati per la preparazione di pozioni e si utilizzavano anche le zampe e la ragnatela.

 

Salamandra (Salamandra salamandra)

Gli antichi Egizi, nei geroglifici, per rappresentare un uomo consumato dal freddo utilizzavano una salamandra.

Anticamente si credeva che le salamandre avessero il potere di spegnere il fuoco e che potessero attraversarlo rimanendo incolumi alle ustioni. Successivamente, basandosi sulla teoria dei quattro elementi (terra, fuoco, acqua, aria), alla salamandra spettò il significato simbolico di creatura magica dell’elemento fuoco. Questo animale era utilizzato dalle streghe per appiccare incendi, ed era un componente fondamentale per la preparazione di vari sortilegi.

Dato che si attribuisce a quest’anfibio l’abilità di sopravvivere al fuoco senza bruciarsi (a causa della suo copro freddo), per gli alchimisti e i filosofi ermetici rappresentava l’elemento fuoco e assumeva il significato di “nascondere il loro fuoco segreto”.

Salamandra alchemica

Salmone (Salmo salar)

Il salmone è considerato un animale forte nella culture indiane dei Nativi Americani della praterie e dell’America del Nord: simboleggia la tenacia dei propositi. Questo pesce, nuotando controcorrente e affrontando ostacoli molto difficili da superare, cerca con ostinazione, forza e coraggio, il luogo della sua nascita per deporre le uova. Attraverso questa ricerca, egli entra in contatto con la rinascita e la linea ereditaria. Per le popolazioni indigene il salmone è un potente amuleto contro il rischio di essere trascinati. Come talismano assiste l’uomo a superare gli ostacoli difficili, a far ritorno alle proprie origini e ad affrontare i compiti con dovere e decisione.

 

Scarabeo (Ateuchus aegyptiorum, Geotrupes stercorarius, Ateuchus Oryctes nasicornis, Augosoma centaurus)

Lo scarabeo era per gli antichi Egizi un animale sacro e rappresentava i segreto della sfera di paglia. L’Ateuchus aegyptiorum è solito raccogliere intorno alle proprie uova frammenti di paglia con i quali realizza una massa sferica che è in grado di trattenere e spingere con le zampe posteriori. La sfera viene poi fatta precipitare in una piccola buca che, dopo, viene ricoperta con la terra. I sacerdoti egizi, colpiti da questa singolare prerogativa dell’animale, individuarono un’analogia tra le palle realizzate dallo scarabeo e il globo terrestre. Lo scarabeo egiziano (fonte: Porfirio) era considerato simbolo del sole e conquistò una notevole importanza nel simbolismo religioso egizio, in particolare come attributo al dio della creazione Ptah. E di questa figura furono realizzati moltissimi amuleti di materiali differenti, utilizzati come potenti amuleti di protezione contro le malattie. Su molti di essi furono impressi rituali magici. Scarabei funebri furono incastonati nei rivestimenti dei pettorali su cui veniva disegnata la barca del Sole: l’insetto era posto in modo che apparisse trasportato dalla barca.

Oltre a usarli come strumenti protettivi per i morti, gli scarabei furono anche utilizzati come ornamenti atti a difendere dagli influssi maligni (apotropaici) per i vivi.

Sciacallo (Canis adustus, Canis mesomera, Canis aureus)

Probabilmente l’origine del nome sciacallo è da ricercare geograficamente nell’area medio-orientale, in cui i Semiti consideravano questo animale come l’incarnazione dei demoni che vagavano di notte  nei deserti ululando e cercando vittime da trascinare nel modo dei morti.

Lo sciacallo ha rivestito un ruolo molto importante anche nella cultura dell’antico Egitto. Nei testi delle piramidi è messo in relazione alla terra dei morti, posta a occidente, dove aveva il compito di “contare i cuori”: questa è una prima correlazione con la potente divinità Anubi che, in alcuni papiri funebri, è raffigurato nell’atto della pesatura dei cuori, pronto a scagliarsi contro la sua vittima qualora l’operazione svolta avesse rivelato che il defunto non aveva un’anima pura: in questo caso Anubi avrebbe destinato l’anima del trapassato alle pene più terribili che l’aldilà potesse riservargli.

Gli studiosi sono in disaccordo circa la precisa identificazione del dio Anubi, signore assoluto delle necropoli, perché non tutti condividono la sua assimilazione con lo sciacallo, protendendo più a indicare in questa divinità un essere ibrido tra uomo e cane. Personalmente concordo pienamente con l’identificazione di Anubi come dio sciacallo.

Lo sciacallo in molte raffigurazioni egizie è disegnato con una chiave: ciò è dovuto al fatto che Anubi era anche conosciuto come “Signore dell’apertura della caverna”, in cui per caverna s’intende l’oltretomba.

Sono state rinvenute molte immagini raffiguranti Anubi messo come a guardia nei pressi delle tombe.

Gli sciacalli sono generalmente stati circondati da un’aura decisamente negativa e sono divenuti animali psicopompi, simboleggianti la morte e del vagare delle anime dei morti nella ricerca dell’aldilà.

 

Squalo (Carcharodon carcharias, Galeocerdo cuvier, Carcharias taurus, Alopias vulpinus, Rhincodon typus)

Lo squalo (o pescecane) è considerato uno spirito totem per le popolazioni del Nord-Ovest americano e per quelle dei territori subartici: in questa concezione è l’emblema del viaggio felice.

Tutti gli anni gli squali attraversano il mare per molte miglia assieme ai suoi simili, per garantire la sicurezza di tutti i componenti. Il parallelismo con l’uomo consiste nel fatto che anche lui, quando è in viaggio, dovrebbe essere accompagnato da compagni di viaggio fedeli, affini in fatto di gusti e carattere e che si propongono il medesimo obiettivo. Il viaggio non va inteso solamente in senso materiale, ma anche spirituale. Come amuleto protegge l’uomo contro il mal di mare, gli ostacoli che s’incontrano durante i viaggi e le malattie da viaggio. Come talismano costituisce un valido aiuto per viaggiare spensierati, raggiungere la destinazione senza problemi e tornare a casa sani e salvi.

Lo squalo rappresenta per le popolazioni polinesiane, ciò che il leone simboleggia per alcuni popoli africani: la mitologia polinesiana è ricca di divinità raffigurate con sembianze di squalo (nella mitologia Polinesiana matuku tago tago è lo squalo che morse la testa di wahie roa). Gli utensili derivati dagli squali, come ad esempio denti e pinne, preso le popolazioni hawaiane erano (e sono) utilizzati come potenti amuleti e come armi difensive: Ukupanipo è la divinità squalo Hawaiana della pesca, che ha la facoltà di scegliere le sorti dei pescatori.

Per i Maori della Polinesia è usanza tatuarsi squali che hanno il significato di forza e strenua resistenza e incidersi sulla pelle una fila di denti di squalo, costituisce un potetene talismano di protezione che può infondere forza e coraggio.

Secondo le credenze comuni delle popolazioni isolane dei Mari dell’emisfero australe, le persone meritevoli, dopo la morte, possono reincarnarsi in squali.

La leggenda occidentale, invece, sostiene che tre squali che seguono una nave per un lungo tratto, indicano che certamente qualcuno a bordo morirà.

 

Tartaruga (Testudo Hermanni, Pseudemys Scripta Elegans)

La tartaruga è forse l’animale più longevo del pianeta terra ed è solita andare in letargo durante il periodo invernale: queste prerogative han fatto sì che, nel corso dei secoli, essa sia stata vista come simbolo di longevità, rinascita e immortalità.

I popoli nativi nordamericani della prateria, in particolare i pellirosse, credono che sia una tartaruga a sostenere la terra. Secondo la leggenda un topo muschiato sollevò il fango con cui fu creato il mondo e la tartaruga lo porta saldamente sulla corazza (carapace); un’altra versione sostiene che la tartaruga deponeva il fango sul proprio dorso da cui creava la terra, plasmando tutte le creature viventi.

Come animale forte della credenza indiana, la tartaruga (Patkasala in lingua Lakota dei Sioux) dona all’uomo la stabilità necessaria per realizzare i viaggi nel regno spirituale e per renderne agevole il ritorno. Inoltre insegna all’uomo che la vera forza risiede nella forza, nella pazienza e nel silenzio. Come talismano aiuta l’uomo ad avere pazienza essendo più maturo, ad aumentare la sicurezza e la concretezza e, infine, a proteggere i sentimenti.

Gli indiani Pueblos (dei villaggi) credono che sia la testuggine a provocare i tuoni e utilizzano sonagli realizzati con gusci di tartaruga per conservare le sue proprietà occulte.

In tempi medievali le scaglie di tartaruga erano utilizzate per scrivere.

Nella cultura cinese la tartaruga ricopre un ruolo molto importante ed è simbolo di immutabilità: il mito vuole che il dio Fushi (metà uomo e metà drago), compagno della dea Nüwa che creò gli uomini dal fango, fu il primo a tracciare gli otto esagrammi che rappresentano i quattro elementi fondamentali di questo mondo; ogni esagramma consisteva di tre brevi linee. Combinazioni diverse di linee indicavano il cielo, la terra, l’acqua, il fuoco, il monte, il tuono, il fiume e il vento. L’utilizzo di tutti questi simboli aveva un significato oracolare che, in seguito, fu interpretato ricorrendo a un manuale di divinazione noto come I Ching o Libro dei mutamenti, testo che è consultato ancora oggi.

Per l’interpretazione degli esagrammi si usava il guscio di una tartaruga: il carapace veniva rotto in  vari pezzi e la distribuzione che assumevano questi ultimi era interpretata a scopo divinatorio.

In ambito alchemico, con l’immagine della tartaruga, si faceva riferimento ad uno dei componenti degli strumenti di laboratorio degli alchimisti e con essa s’identificava la bacinella materna. Tuttavia c’era un altro significato collegato ad una leggenda di Ermete Trismegisto.

A tal proposito, al fine della comprensione, occorre fornire una sintetica spiegazione dell’importanza di Trismegisto per gli alchimisti.

Gli alchimisti consideravano Ermete (Hermes) Trismegisto patriarca della mistica della natura e punto di partenza delle loro conoscenze. Presso i greci il dio Ermes era il messaggero degli dèi dalle facoltà terapeutiche che, nella mitologia romana divenne Mercurio (Mercurius): pensiamo quindi al Mercurio filosofale e il collegamento apparirà più chiaro. Tra l’altro, da Hermes, deriva anche l’ermeneutica, ossia l’arte dell’interpretazione delle scritture che, secondo gli alchimisti, dovrebbe svolgersi nei seguenti modi: naturale, soprannaturale, divino e umano.

Il mito greco racconta che Hermes, nato da poco, iniziò a guardarsi intorno spinto dalla sua proverbiale curiosità. Il primo essere che vide fu una tartaruga e, dopo averle posto molte domande, la uccise e utilizzò il guscio (assieme a pelle di bue, corna di ariete e interiora di pecora) per realizzare una lira dal suono divino. Dato che gli alchimisti consideravano la loro “missione” una sorta di melodia musicale, ne segue che la tartaruga per loro divenne un simbolo importantissimo.

Nella superstizione collettiva, si ritiene che i braccialetti di tartaruga siano in grado di proteggere dagli influssi negativi e dal male; uccidere una tartaruga è considerato un atto portatore di sventure. l’olio di tartaruga è si usa per le sue qualità lenitive e per procurare longevità; si dice che sia possibile alleviare i dolori derivati dalla gotta appendendo una zampa di tartaruga al piede del malato (destra con destra, sinistra con sinistra).

 

 

Fonti

 

Alchimia e Mistica, Alexander Roob,Taschen GmbH, Köln, 2007

Alchimia e Spagiria, Patrick Rivière, Edizioni Mediterranee, Roma, 2000

 Bosch, Mario Bussagli, Giunti Editore, 1988

 Bibbia Sacra, tradotto in lingua italiana da Monsignor Antonio Martini. Prima Edizione, Londra 1828

 Dei, Draghi e Eroi della Mitologia Cinese, Tao Tao Liu Sanders, illustrazioni di Johnny Pau, Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., Milano 1981

 Dei e Eroi della Mitologia Greca, Michael Gibson, illustrazioni di Giovanni Caselli, Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., Milano 1981

Dei e Eroi della Mitologia Vichinga, Brian Branston, illustrazioni di Giovanni Caselli, Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., Milano 1981

Dictionary of Mysticism, F. Gaynor ,Philosophical Library, New York 1953

Dizionario di Alchimiae di Chimica Farmaceutica Antiquria, Marcello Fumagalli, Edizioni Mediterranee, Roma, 2000

 Dizionario di sogni, presagi e superstizioni, Zolar, Orsa Maggiore Editrice, Vignate, Milano. Copyright© 1989 by Zolar; Copyright© 19992 Gruppo Editoriale Armenia, Pan, Geo S.p.A. Viale Cà Granda, Milano

Dizionario d’ogni Mitologia e Antichità (Parte seconda), Prof. Felice Romani e Antonio Peracchi,  Ranieri Fanfani, tipografo e calcografo, Milano, MDCCCXXVII

 Fate e Folletti della Toscana, Matteo Cosimo Cresti, Lucia Pugliese Editore –Il Pozzo di Micene, 2012

 Favole, miti e leggende dell’antico Egitto, Emma Brunner-Traut, Newton &Compton Editori s.r.l, Roma, 1999

 Gli Aztechi, A. Vallardi, Aldo Garzanti Editore, 1977

 I sogni (capire e interpretare i sogni), testi a cura di Elena Colucci, Artbooks snc, 2009, Canguro Editore, 2011

I Tarocchi, P. Andronico Tosonotti, Xenia Edizioni, 1994

Il libro delle leggende, Fabbri Editori S.p.A., Milano, 1980

Il grande libro degli animali, Meindert De Jong, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 1980

Il magico mondo delle streghe, Roberto Rosaspini Reynolds-Maximo Morales, traduzione di Giovanni Rapelli, Edizioni Gribaudo srl, Regione Domini, Terzo (AL)

I Miti Ebraici, Robert Graves e Raphael Patai, Tea Edizioni, 1988

 Il ritorno dell’Anticristo, Massimo Centini, Piemme Edizioni, 1996

 Il soprannaturale e la religione popolare nel Medio Evo, Manselli R., Roma, 1985

La Divina Commedia, Dante Alighieri, illustrazione Gustave Doré, Editore L’artistica Editrice , 2003

La vita segreta del Medioevo, Elena Percivaldi, Newton Compton S.r.l Editori, Roma, 2013

L’iniziazione cavalleresca nella leggenda di Re Artù, Dominique Viseux, Edizioni Mediterranee, Novembre 2004

Magia Vaudou, Rosamaria Nassetti, Edizioni Mediterranee, Roma, 1988

 Manuale pratico per interpretare i sogni, Alessandra Buschi, Liberamente Editore, 2008

Memorie di religione, di morale e di letteratura, Tomo II, Modena per gli Eredi Soliani Tipografi Reali, 1822 (e-book)

 Simboli Celti, Massimo Centini, Edizioni di Red studio redazionale, Como, 2000

 Simboli di Potere, Felicitas H. Nelson, Edizioni Il Punto d’Incontro, Vicenza, 2000

Simboli Egizi, Massimo Centini, Edizioni di Red studio redazionale, Como, 2000

 Storia della Magia, Kurt Seligmann, Casa Editrice Odoya srl, 2010; pagg. 249-257

The Encyclopedia of  Demons and Demonology, Rosemary Guiley, @2009 by Visionary Living, Inc

 X Factor  n° 33, Pubblicazione periodica edita dall’Istituto Geografico De Agostini, Novara, 1997-98

http://lumaluma.it.gg/Leggende-per-i-Bimbi.htm

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Triade Color Test Dinamico Flash

di Corrado Malanga

Questo articolo descrive la procedura finale standard che permette, a chi la pratica, di acquisire la potenziale capacità di accedere alla consapevolezza del proprio sé tramite il Triade Color Test Dinamico Flash (creato da Corrado Malanga).

In questo test, o procedura sperimentale, convogliano tutte le esperienze teorico pratiche delle nostre ricerche nel campo della percezione umana, applicata allo studio dei fenomeni esogeni al pianeta Terra. La precedente procedura, da cui questa prende spunto, aveva come scopo il tentativo di porre rimedio al fenomeno delle adduzioni aliene. Avevamo infatti individuato una procedura nominata Triade Color Test Dinamico (TCTD), che aveva dato ottimi risultati.

La procedura del semplice TCT prevedeva una simulazione mentale molto complessa, che veniva guidata da un operatore esterno, che faceva simulare all’addotto una stanza mentale completamente buia, in cui erano presenti alcune sfere che mimavano delle lampade spente. Queste lampade venivano accese (evocate) mentalmente dal soggetto addotto, in un ordine ben preciso e ideicamente simulavano le tre componenti del proprio sé: mente, spirito ed anima. Attraverso un semplice meccanismo archetipico, analizzando i colori delle tre lampade, si poteva ottenere un quadro psicologico preciso del soggetto esaminato e delle sue problematiche, sia che esse dipendessero dalla presenza dell’interferenza aliena, sia che dipendessero da psichismi propri del soggetto, legati alle sue esperienze di vita vissuta.

Nel caso di soggetti addotti, i colori delle sfere luminose venivano fatti correggere dall’operatore, facendo raggiungere l’obiettivo di ottenere i colori archetipali corretti, identificati su base ideico-statistica in verde, per la mente, rosso per lo spirito e blu o giallo per la parte animica. Per un approfondito studio del meccanismo ideico cerebrale, leggere i precedenti lavori ed in particolare quelli che si riferiscono al TCT (Tutti i colori dell’anima, dello stesso autore).

Si chiedeva in seguito al soggetto di individuare la presenza di altre sfere luminose all’interno della sua stanza mentale che corrispondevano ad intrusi di natura aliena. La mente del soggetto archetipalmente, vede gli intrusi come sfere luminose di appropriati colori ed, in quel contesto, era possibile identificare le memorie aliene attive, i lux, i parassiti senza corpo e tutti i microimpianti eventualmente presenti nel corpo del soggetto. La sfera animica veniva incoraggiata ad eliminare mentalmente tutti gli oggetti ed i soggetti estranei alla stanza mentale con il proprio atto di volontà. Si eliminavano poi le connessioni di anima con i costruttori di questo universo virtuale duale, con l’Uomo Primo, con il corrispondente soggetto dell’antiuniverso e con la parte ancora gerarchicamente più alta di questa struttura, identificabile nel mito indiano con le figure dei creatori Shiva e Vishnu (Leggere Genesi III, dello stesso autore).

Una volta che, il soggetto, si fosse differenziato dai suoi creatori manipolatori, si chiedeva alla parte animica di visionare, attraverso un ideico scanner, il corpo dell’addotto, verificando la presenza di microimpianti alieni e militari, distruggendone uno per uno, con il proprio atto di volontà.

Successivamente si chiedeva alla parte animica di cercare nello spazio tempo tutti i contenitori copia dell’addotto, che venivano individuati ed eliminati attraverso l’atto di volontà.

L’esame della time line, condotto dalla parte animica, verificava che nel futuro e nel passato non esistessero più scene di adduzione. Il soggetto veniva così completamente liberato dal problema adduttivo. In alcuni casi si faceva percorrere, attraverso la consapevolezza della propria parte animica, un percorso che chiamavamo “album delle fotografie”, dove si individuavano tutte le tipologie degli alieni che erano venuti a disturbare l’esistenza dell’addotto, per far prendere coscienza ad anima della situazione passata: gli alieni venivano così riconosciuti ed identificati, a livello conscio, per evitare ulteriori inconsapevoli adduzioni.

Infine le tre sfere venivano unite in una sola sfera di colore bianco o giallo, ideicamente simboleggiante la somma del rosso, del verde e del blu o del giallo. La fusione delle tre consapevolezze della triade veniva percepita ideicamente come la somma algebrica delle tre frequenze nel visibile dei tre colori e la mente produceva automaticamente il colore somma.

I risultati di questa procedura, che durava in media due ore e quaranta minuti, prevedeva di far acquisire alla triade la necessaria consapevolezza per non farsi più sottoporre a azioni di adduzione, sia da parte di alieni, che da parte di militari, che da influenze di creatori cosmici di varia natura.

I risultati, anche se buoni, non erano ancora ottimali.

Molti soggetti, dopo il trattamento, acquisivano la capacità di difendersi dall’alieno ma sovente, a causa di gravi deficienze psicotiche pregresse, non erano in grado di mantenere questa posizione nell’arco di tutta la loro esistenza su questo pianeta.

Erano perciò necessarie ulteriori applicazioni di questa metodologia che peraltro, se condotta con sufficiente esperienza, conduceva comunque alla liberazione dell’addotto che, nell’arco della propria vita, poteva accusare ancora qualche ricaduta, determinata dal fatto che, nell’agenda aliena, non sono previste strategie alternative alla classica adduzione.

L’utilizzo di questa lunga procedura portava con sé una serie di insuccessi totalmente determinati dalla mancanza di palese volontà degli stessi addotti, nel volersi realmente liberare dalla matrice aliena. Sorgevano infatti, all’interno dell’addotto, reazioni psicotiche di varia origine, che portavano il soggetto stesso a concludere che la vita con l’alieno era migliore di quella senza. La vecchia procedura prevedeva anche la costruzione di una ideica campana protettiva che avrebbe avvolto la stanza mentale dell’addotto, facendo in modo che l’immagine ideica dell’alieno rimanesse al di fuori di essa, non potendo più invadere il contenitore (il corpo) dell’addotto. Questa barriera, veniva garantita dalla energia della parte animica che veniva messa a guardia della triade, all’interno dello stesso contenitore umano, reso così inespugnabile.

Ma anche così facendo, notavamo che tutte le volte che il Super-Io del soggetto, cioè l’autostima che al Super-Io è legata, veniva a mancare, la barriera mentale diveniva fragile e prima o poi cadeva sotto le insistenti manovre aliene.

La nuova procedura

Nell’ultimo anno, abbiamo potuto effettuare ulteriori osservazioni sperimentali che ci hanno condotto ad individuare errori procedurali contenuti nel vecchio TCTD. Tali nuove osservazioni sono emerse da uno studio, a livello quantistico, dell’universo. In particolare la comprensione che l’universo non è duale ci poneva di fronte all’idea che non esiste separazione.

La dualità, come abbiamo avuto modo di descrivere nella terza parte della trilogia dal titolo Genesi, che abbiamo pubblicato qualche tempo fa, è un inganno percettivo della mente umana. L’universo viene erroneamente vissuto come una sorta di doppia ipotesi duale, dove gli estremi appartengono a due categorie differenti. Buoni e cattivi, acceso e spento, padroni e schiavi, ricchi e poveri ma anche operatori ermitiani lineari di segno opposto, come il + ed il – od i versori di spazio, tempo ed energia potenziale, erano solo illusioni percettive. In questo contesto, il dualismo onda-particella veniva ristrutturato in una nuova ottica non duale, legato alla consapevolezza della coscienza e non ad inafferrabili parametri nascosti, tanto cercati e mai trovati della fisica moderna.

L’assunzione che l’universo virtuale non è duale, ci faceva comprendere che qualcosa aveva tentato di farcelo credere. Si scopriva che la dualità è un sistema per categorizzare l’uomo, per fargli credere di essere responsabile di un fronte che si contrappone ad un altro fronte. Il dualismo era il sistema con il quale alieni ed alienati tentavano di costringere l’uomo a fare battaglie che non erano proprie. L’idea del duale prevedeva che i fronti si scontrassero in eterno e la formula del divide et impera, avrebbe funzionato fino all’istante in cui qualcuno non si fosse accorto dell’inganno.

Alcune osservazioni nel campo della fisica quantistica ci avevano permesso di comprendere come la dualità non esisteva se non come forma falsa percettiva. Capivamo che il secondo principio della termodinamica era da rivedere dove l’entropia dell’universo doveva essere messa in relazione, non tanto all’energia del sistema, ma alla consapevolezza del sistema che peraltro è legata alla sua energia.

Ma la conclusione di tutte queste osservazioni portavano in una sola direzione. Se non esiste la dualità, l’universo non è diviso in due sottouniversi ma è una unica scatola in cui esistono tanti esseri viventi con gradi di consapevolezza differente, in una vasta gamma di sfumature. Tale percezione differente dell’universo veniva scambiata per visione duale dello stesso.

L’universo non è duale in sé ma diviene duale perché percepito come tale da consapevolezze non integrate. Dunque, se non esistevano barriere categorizzanti, non potevamo, nel TCTD, erigere una barriera che teneva l’addotto chiuso in una gabbia da lui stesso costruita. Non potevamo sperare che la gabbia fosse realmente protettiva in quanto l’esistenza della gabbia stessa, ideicamente, era la rappresentazione della possibilità di abbatterne i confini. Se non ci sono confini non è possibile abbatterli. L’addotto non doveva difendersi dall’alieno con una barriera; così non si poteva tenere anima, mente e spirito separati, seppur uniti, in una somma di tre sfere che potevano sempre essere riportate in una posizione originale, ripristinando la separazione tra esse.

Non esisteva separazione tra i componenti della triade poiché essi erano stati separati, all’Inizio, dagli stessi costruttori della dualità. La coscienza dell’uomo cioè la Creazione, non può essere manipolata da nessuno e per ottenere la manipolazione bisogna separare la coscienza in tre sottocoscienze categorizzandole. In realtà si scopriva che anima, mente e spirito, esistono solo nella nostra percezione duale ma esse sono tre parti di una unica parte originale, la coscienza. Essa è di tutti i colori perché anima, mente e spirito, sono di tutti i colori. Ogni colore rappresenta ideicamente una possibilità di manifestarsi e siccome la coscienza può essere tutto ecco che le sue tre componenti non esistono più quando riacquisiscono la consapevolezza di essere state divise a monte.

La somma di anima, mente e spirito, non poteva essere una sfera ideicamente bianca perché il bianco è la somma algebrica delle tre frequenze, proprie della manifestazione della triade, ma non una completa integrazione di esse. Il bianco può essere ricomposto nei tre colori originali, rendendo ripristinabile anche la separazione e con essa l’adduzione aliena.

La somma totale dei colori prevede che la sfera finale della coscienza integrata nell’universo virtuale sia di tutti i colori non sovrapposti ma integrati in un colore somma totale. Tale colore è il non colore.

Ideicamente il nessun colore viene percepito dalla mente umana, come il tutto ed il nulla, che hanno, secondo la fisica dello Zero Point Energy, lo stesso identico significato.

Infatti se riteniamo che un punto dello spazio sia vuoto dobbiamo chiederci se è vuoto perché non c’è nulla oppure è vuoto perché in quel punto c’è il tutto ed il contrario del tutto che si annichiliscono a vicenda. Ed ecco che il tutto ed il nulla divengono la stessa cosa. La sfera trasparente è il nulla che ideicamente è tutto. Ma essendo che la sfera trasparente non ha nessun tipo di consistenza, ad essa, nulla si può agganciare. La sfera trasparente evoca la rappresentazione ideica dell’onda quantica.

Il concetto di onda e particella viene agganciato al concetto di consapevole inconsapevole. Quando la coscienza è onda essa si presenta come inconsapevolezza. Si sa che esiste ma non si sa dove è localizzata nello spazio tempo. In parole povere è invisibile perché è dappertutto contemporaneamente. Al contrario, la particella è la rappresentazione ideica della consapevolezza totale. La coscienza integrata sa di poter essere sia onda che particella ed a deciderlo è lei stessa. Presentarsi all’alieno come onda vuol dire essere, di fronte all’alieno, completamente trasparente ed invisibile ma, da un punto di vista quantico, assume il significato di rifiuto dell’esperienza aliena, con conseguente assenza di interazione. Il fenomeno fisico diviene così percepibile solo come onda e non localizzato come particella. Essere particella vuol dire accettare l’esperienza della interferenza.

Questo concetto può essere insegnato alla coscienza integrata ideicamente e tale coscienza acquisisce la consapevolezza di saper fare una cosa sola, decidere, milioni di volte al giorno, di fronte a tutto l’universo, se partecipare ad una esperienza, ed essere particella di fronte ad essa, o rifiutare l’esperienza e “non farsi trovare da essa”, assumendo l’aspetto di onda. Essere onda significa che “so che ci sei ma non so né dove né quando”.

In termini più semplici, la coscienza integrata, sapeva ora come divenire invisibile all’esperienza aliena.

La nuova parte sperimentale del triade color test dinamico flash (TCTDF), che dura non più di quindici minuti, in una sola applicazione, rende irreversibile la fusione della triade, insegna alla coscienza integrata i concetti virtuali della fisica quantistica, in un modo a lei comprensibile e rende chiunque effettui correttamente questo esercizio, integrato con sé stesso.

La procedura non è costruita per salvare l’uomo dall’alieno ma per far sì che l’uomo acquisisca consapevolezza del proprio sé. In quell’istante, se il soggetto che pratica la tecnica fosse addotto, si libererebbe immediatamente e per sempre dal suo problema. Se il soggetto non è mai stato addotto, si libera comunque dal suo aggancio con la creazione dei falsi Dei o Demoni che, su di lui, non avranno comunque mai più potere.

L’universo non locale e l’esperienza adduttiva

Il TCTDF non prevede la distruzione di microchip, non prevede la distruzione e la ricerca di copie, non evoca nessuna immagine di alieni, non evoca nessun tipo di ricordo virtuale, non corregge i colori della triade e non è perciò traumatico. Prevede stati di autoipnosi molto leggere, facilmente modificabili, a seconda delle esigenze. Va sottolineato che essendo l’universo non locale e non esistendo il passato o il futuro ma solo il presente, la procedura produce un effetto immediato sulla Time Line della vecchia Programmazione Neuro Linguistica (PNL).

Infatti, nello stesso istante in cui le tre sfere della triade, qualunque colore abbiano, si uniscono e raggiungono la perfetta trasparenza, esse non solo si sono integrate in una unica essenza coscienziale irreversibilmente ma risultano come mai separate nell’asse del tempo.

Le funzioni d’onda quantica del passato e del futuro collassano nel presente dando realtà solo ad esso. In questo contesto, se la coscienza totale viene ricostruita, essa risulta come mai divisa prima ma, se la coscienza non è mai stata divisa nessuno ha mai potuto manipolarla. Questo provoca sperimentalmente l’effetto che, nell’attimo della fusione, spariscono tutte le memorie delle adduzioni passate, spariscono tutti i microchip che un addotto ha addosso, si eliminano in un sol colpo tutte le copie dell’addotto che mai siano state formate.

L’esperienza adduttiva rimane come “fatta” ma non si ha più ricordo, visibile dalla mente, di un vissuto che, a quel punto, è come se non ci fosse mai stato perché apparterrebbe ad un passato modificato e quindi attualmente mai esistito.

La nuova procedura garantisce inoltre il totale libero arbitrio della coscienza integrata. La sfera trasparente della C.I., può decidere, in qualsiasi momento, di essere onda (sfera trasparente) o particella, di essere visibile od invisibile, di voler interagire o voler rifiutare l’esperienza.

La nuova procedura non prevede l’eliminazione fisica dell’alieno ma semplicemente la trasformazione dell’evento adduttivo in onda. In questo contesto la coscienza integrata diviene invisibile all’alieno che tecnicamente non ha più la possibilità di interagire con l’evento. In un’altra accezione, la coscienza integrata, rende l’alieno, quale onda. L’alieno non viene distrutto ma semplicemente, la sua probabilità di trovarselo davanti, viene minimizzata ad un valore positivo ma piccolo a piacere.

La probabilità di avere l’alieno davanti a sé diventa talmente piccola che l’alieno non può più essere identificabile. Questo è il risultato che, in termini virtuali, si trasforma nel rifiuto, da parte della coscienza integrata, dell’esperienza; ma in termini quantistici si legge come un risultato probabilistico statistico che parte dall’assunzione che noi siamo quelli che costruiscono la virtualità e che noi interagiamo con essa, ma solo se vogliamo. Non sono gli strumenti a fare le misure ma noi a produrle, come recentemente dimostrato da alcuni esperimenti di termodinamica quantistica (leggi Genesi III, dello stesso autore, Corrado Malanga).

Va altresì sottolineato che il trattamento quantistico degli eventi può essere effettuato solo in contesti microscopici (il mondo delle particelle fisiche elementari). Infatti, sia le componenti della triade che la coscienza integrata, sono assimilabili, in tutto e per tutto, alle componenti microscopiche della fisica quantistica bohmiana.

Non esistono fallimenti della tecnica

Bisogna sottolineare che ogni tecnica ha dei punti deboli o comunque bisogna conoscerne i limiti. Il TCTDF non ha propriamente nessun baco ma questo non vuol dire che il soggetto non verrà più ripreso se addotto. Il soggetto verrà ripreso se la sua coscienza integrata lo desidererà.

Esistono molte pulsioni che possono influire in questa direzione. Un soggetto addotto e liberato dal problema da più di un anno, viene ripreso o meglio viene nuovamente a contatto con specie aliene, durante una notte particolare. Il giorno dopo alcune ecchimosi fanno bella mostra di sé sul corpo dell’ex addotto.

La ricostruzione dell’episodio, mediante la tecnica delle ancore (PNL), mette in evidenza due fattori importanti. Durante la notte gli alieni erano entrati in casa del soggetto ma questo li descrive come se non lo avessero visto.

Gli alieni infatti tirano dritto e dalla camera dell’addotto finiscono nella camera di suo fratello, anch’egli nel problema.

Il soggetto ex addotto liberato, pensa, dentro di sé, che deve difendere il fratello: ma in quel momento inconsciamente decide di riaccettare l’interferenza aliena, ritornando visibile.

Ne nascerà una vera e propria colluttazione con gli alieni, i cui effetti verranno alla luce, il giorno dopo, al risveglio.

Il secondo effetto fu il notare che, in questo caso, comunque il nostro ex addotto non venne ripreso perché non può più essere ri-separata la coscienza integrata e, su di lei, non si può mai più agire.

Qualche altro caso in cui il contenitore viene ripreso sembra sia dovuto al fatto che l’ex addotto decide di vendicarsi e cova un profondo rancore verso i suoi adduttori che vengono considerati coloro che hanno rovinato l’esistenza del rapito. In quell’istante il soggetto inconsciamente si predispone a vendicarsi e dunque riaccetta il confronto con l’alieno che tornerà ad infastidire l’addotto, incapace di liberarsi del suo problema non risolto a livello psicologico.

Questa tecnica può essere applicata anche a persone che non sanno niente di alieni, che non hanno coscienza della loro situazione, che non hanno ricordi, a livello cosciente, di qualche tipo. Ma dopo il trattamento, la coscienza integrata, in questi casi specifici, può decidere di ricordare le esperienze di cui ha consapevolezza ma non più il vivo ricordo. In questi casi, sembra che la coscienza integrata si ponga in bella vista di fronte all’alieno per farsi riprendere e per giocare un gioco che può anche essere pericoloso ma che comunque non porta più alla sottomissione della sfera trasparente all’alieno. La sfera trasparente non viene mai più ripresa.

In questa fase è importante integrare la sfera trasparente con il proprio contenitore, altrimenti il contenitore verrà comunque ripreso ma la sfera trasparente non potrà più essere manipolata. Questo fatto, porta il soggetto, soprattutto se femmina, ad essere ancora utilizzato come fattrice aliena. Insegnare alla coscienza integrata ad integrarsi con il prorpio contenitore è l’unica via di uscita da questo inconveniente.

Cosa è la Coscienza Integrata

Per coscienza integrata si intende quella parte di coscienza primordiale che ha creato l’universo virtuale, che però è integrata nella virtualità, avendo consapevolezza di spazio, tempo ed energia. Si tratta di una coscienza che, essendo la somma delle sue tre componenti, con caratteristiche anche virtuali, sa che l’universo è una sua creazione, sa cosa vuol dire spazio e tempo ed energia, parla al neutro e non al femminile come la vecchia parte animica, domina lo spazio, il tempo e l’energia, è potenzialmente in grado di esprimersi paranormalmente, usa il contenitore per fare esperienza.

Dunque, siccome la coscienza integrata deve fare esperienza, essa non ha consapevolezza del Tutto poiché, se avesse tale consapevolezza, non avrebbe bisogno di integrarsi nell’universo virtuale da lei creato.

Fare l’esperienza del TCTDF rende l’uomo integrato e non più diviso nelle sue tre componenti, riportandolo alla condizione ORIGINALE: ma questo non prevede l’esperienza prefissata che deve ancora essere compiuta.

Quando l’esperienza del TCTDF è stata effettuata, la mappa descrittiva del territorio di ognuno cambia ed appaiono al soggetto i veri problemi della virtualità che lui ha deciso di affrontare e sovente tutto ciò crea anche attimi di smarrimento che, all’estremo, potrebbero sfociare ipoteticamente anche nell’atto decisionale, da parte della coscienza integrata, di tornare indietro. Sono meglio gli alieni o le difficoltà della vita quotidiana? La coscienza integrata che deve fare esperienza ha libero arbitrio e può scegliere sempre ma la scelta eventuale e rarissima di tornare indietro non è rappresentativa del fallimento della tecnica ma anzi ne è un’evidente prova di successo, rimarcando che in questo universo, il libero arbitrio rimane totalmente assoluto.

Nei casi da noi trattati, in un anno di tempo, nessuna coscienza integrata si è fatta più riprendere, alcuni contenitori hanno avuto qualche piccolo e fastidioso problema con la tendenza alla risoluzione totale nel tempo, un solo caso ha manifestato l’idea di rientrare nel fenomeno per propria scelta ma poi, a tutt’oggi, non lo ha fatto.

La C.I., da un punto di vista quantico, possiede i tre vettori di spazio, tempo ed energia che gli permettono di esprimersi nella sua creata realtà virtuale mentre i tre vettori di consapevolezza che, come abbiamo detto in Genesi III, rappresentano l’unico modo di misurare indirettamente la coscienza stessa, si sono perfettamente sovrapposti, divenendo un unico vettore di consapevolezza (agente in tutte le direzioni come multi versore N.d.A.). Va ricordato che i tre vettori della consapevolezza di anima, mente e spirito, quali prodotti vettoriali delle due componenti che caratterizzano ciascuno dei tre elementi, sono “non commutabili” tra loro. Cioè sono posti a novanta gradi tra loro e non sono sovrapponibili in quella che era la sfera bianca che ottenevamo alla fine del TCTD classico. La sfera trasparente, una volta che viene ridotta ad un punto, nella procedura che vedremo in seguito, produce la sovrapposizione finale dei tre vettori di consapevolezza, distruggendo ancora di più e fino in fondo, la separazione schizoide tra spirito ed anima e mente, che originava un essere imperfetto e soprattutto decisamente vulnerabile per mancanza di coerenza interna.

Le caratteristiche della coscienza integrata più evidenti, se posta in ipnosi profonda, sono le seguenti:

Il soggetto parla al maschile (neutro)

  • Il soggetto sa che ha costruito l’universo ma non sa perché lo ha fatto in questo modo.
  • Il soggetto sostiene che l’essere esiste perché si manifesta nel fare.
  • Il soggetto sostiene che il duale non esiste e se esisti è perché fai, e per essere tutto, devi fare tutto.
  • Il soggetto vede e percepisce l’universo in modo totalmente virtuale, come un costrutto finto, senza solidità apparente.
  • La coscienza integrata vede l’universo anche in modo reale. Reale e/o virtuale assieme. Impara ad essere osservatore di se stesso da infiniti punti che guardano verso il suo centro e dal centro guardando verso infiniti punti.

Attraverso la realizzazione della coscienza integrata si può viaggiare nella virtualità procedendo a visioni in qualsiasi spazio e tempo, mentre pian piano affiorano aspetti di natura paranormale sempre più evidenti nella vita di tutti i giorni.

La tecnica opera su se stessi

Triade Color test Dinamico Flash

Il TCT classico prevedeva, per la sua complessità e durata, l’impiego di un aiuto esterno. Il conduttore guidava il soggetto nella simulazione mentale, facendogli percorrere tutte le tappe necessarie, fino alla fine, al raggiungimento della sfera bianca della coscienza. Durante la sperimentazione della nuova tecnica, ci siamo resi conto, all’inizio, di alcuni fallimenti parziali che si ottenevano e nell’andare a cercarne le cause, ci siamo imbattuti nella teoria dell’effetto specchio.

L’universo, secondo le nostre concezioni, è di natura olistica, cioè nulla è separato dal tutto, come del resto si suppone sia, verificando le equazioni della fisica di Bohm. In questo senso le reazioni che un altro avrà con me dipendono esclusivamente da me. Se qualcuno litiga con me è perché dentro di me io non ho raggiunto l’armonia. Infatti se io per esempio entro in una stanza dove c’è qualcuno antipatico anche se non dico nulla, lui percepirà, dentro di sè, la mia ostilità e basterà un qualsiasi mio gesto per produrre una reazione violenta contro di me. A quel punto io sarò autorizzato a rispondere perché tecnicamente non ho cominciato per primo ma in realtà ho avuto, per primo, una reazione negativa contro l’altro. In questo contesto l’altro mi si rivolterà contro perché io, attraverso un campo morfogenetico locale, avrei comunicato il mio disagio verso di lui.

Avevamo poi notato che alcuni soggetti avevano sostanzialmente delle parti del metodo che risultavano ostiche alla comprensione e che, se non ben comprese, producevano problematiche nel dopo trattamento. Alcuni addotti non comprendevano gli effetti quantistici di onda e particella. L’alieno non li riprendeva più ma questi addotti non riuscivano a rendersi invisibili all’alieno stesso che comunque rimaneva parassivamente presente nelle esperienze quotidiane. Altri addotti facevano fatica a separarsi dalla figura dell’alieno poiché l’addotto non comprendeva l’idea che il passato non esiste e quindi rimaneva vincolato ad esso.

Da una analisi più approfondita che ho fatto sia su di me che su alcuni colleghi che praticavano il TCTDF in fase sperimentale, potevo notare come durante l’applicazione del test, la parola assumeva una importanza profonda ma dietro alla parola esisteva un altro tipo di meta comunicazione più profonda ed efficace. Durante il test, il conduttore produce una sorta di situazione in cui egli passa un pacchetto di informazioni che migrano dalla propria coscienza alla coscienza dell’addotto. Sempre che l’addotto sia in grado di voler acquisire il pacchetto informativo, egli ottiene tutte le informazioni che il conduttore gli passa. In altre parole il TCTDF potrebbe essere condotto anche in totale silenzio e il risultato sarebbe probabilmente lo stesso. Ma dato che gli esseri umani usano la parola in questa virtualità per semplificare (non so fino a che punto: N.d.A.) le cose, abbiamo usato il verbo per insegnare alla coscienza cosa sia la quantistica. Ma in quel contesto, se il mio pacchetto informativo coscienziale ha qualche dissonanza, ecco che io la ritrasmetto all’altro completamente.

Facciamo un esempio semplice: se io ho qualche problema irrisolto con il mio passato e conduco un TCTDF su un soggetto addotto, ecco che esso si libererà dall’alieno in modo totale ma magari continuerà a vedere la sua immagine accanto al suo letto di notte, mentre cerca di dormire. La mia incapacità di liberarmi dal mio passato è stata reindirizzata all’addotto che, se non ha informazioni contrarie, non sa gestire questa parte della virtualità e soffrirà del mio stesso problema. In altre parole ancora, se io vado dal medico con il raffreddore e voglio essere guarito, non devo andare da un medico con il raffreddore perché egli non mi potrà mai guarire, non avendo lui stesso vinto il suo problema.

Era chiaro che questo tipo di meta informazione non solo agiva a livello di TCTDF ma costantemente in tutte le relazioni giornaliere tra esseri viventi.

Era anche chiaro dove, in passato, avevamo parzialmente fallito e dove, il così detto vecchio addetto agli addotti, falliva. Se non sei puro come un cristallo finisci per sporcare anche il tuo paziente e questa poteva essere una delle ragioni per cui alcuni addotti non si liberavano completamente dal problema, escludendo i casi in cui la volontà del soggetto remasse contro.

Dunque, in linea teorica di principio, nessuno può effettuare un TCTDF su altri a meno che non sia perfetto dentro. Va anche detto che non esistono, che io sappia, persone perfette dentro e va altresì sottolineato come i TCTDF che il nostro gruppo ha effettuato fino ad ora, nella sperimentazione generale, siano andati tutti a buon fine, anche se con leggere sbavature.

La cosa migliore da fare era costruire una parte sperimentale semplice che ognuno potesse effettuare su se stesso, avendo cura di manifestare un forte atto di volontà nel voler risolvere le proprie problematiche. Va in questa sede sottolineato come la percentuale di successo del TCTDF è strettamente legata alla comprensione delle cose che si stanno facendo. Non si può effettuare il test leggendo semplicemente la parte sperimentale che segue, come fosse un rituale della chiesa cattolica o la ricetta di un dottore qualsiasi, ma si deve comprendere esattamente cosa significa ogni singolo passaggio. Per questo chi vuole effettuare il test su se stesso, si deve leggere, studiare, comprendere, molte delle cose che ho scritto in precedenza. Deve aver chiaro il significato dei tre lavori intitolati Genesi, dal primo al terzo, deve comprendere come funzionano le simulazioni mentali e studiare il funzionamento e la teoria del TCT classico. Errori interpretativi potrebbero invalidare l’intera procedura da una parte ma dall’altra sappiamo che le informazioni importanti sono già a disposizione di tutti, a livello di griglia olografica che, attraverso il campo morfogenetico, sono già da sempre disponibili per ognuno. I soggetti a cui abbiamo praticato il TCTDF in fase sperimentale, devono comprendere che, se dopo l’applicazione del test, avessero ancora dubbi ed incertezze su alcune situazioni riguardanti la loro vita, è perché il test ti integra, abolendo la dualità, permettendo alla coscienza di poter fare indisturbata, il suo lavoro nel contenitore; ma il sistema non aiuta a risolvere il proprio “destino” (cammino esperienziale), che deve essere risolto da sé stessi. In particolare, le persone che hanno effettuato il test non devono rivolgersi più a me o ad altri per le loro questioni irrisolte ma chiederlo direttamente alla loro coscienza integrata che è perfettamente in grado di chiarire qualsiasi aspetto della realtà o comunque è, e rappresenta, quella coscienza che deve risolvere le cose irrisolte.

L’armonia finale è il risultato da ottenere, non più banalmente scacciare un alieno che, a questo punto, sebbene ci abbia distrutto la vita fino ad oggi, non rappresenta più nessun serio pericolo per noi.

Chiedi dunque a te stesso, alla parte divina di te stesso e questa parte risponderà sempre. La malattia è solo uno stato di incomprensione dovuta a separazione mentre la guarigione è nella acquisizione di consapevolezza. In questo contesto è evidente come il TCTDF serva a tutti gli esseri umani perché aiuta nella integrazione con il sé profondo e libera dalla schiavitù di falsi Dei e veri Demoni che hanno, come il mito racconta, cercato di vivere in eterno senza sporcarsi le mani, attraverso l’esperienza del dolore vissuta da altri. L’universo duale prevede che l’amore e l’odio siano, in realtà, una unica manifestazione di una unica medaglia, con due facce. I nostri governanti Dei, hanno deciso di truccare il gioco e far uscire sempre testa e mai croce, facendo così solo metà esperienza ed essendo quindi solo metà sé stessi. Noi abbiamo deciso invece di essere tutto e per questo siamo stati strumentalizzati nel tentativo di rubarci la parte esperienziale che mancava ad altri.

Questo furto è solo la rappresentazione di una consapevolezza scarsa, determinata dalla non comprensione che siamo tutti uno. Così quando si comprende questo si capisce anche come funziona lo specchio. Gli umani vedevano negli alieni, così spregevoli, la parte spregevole di sé stessi e gli alieni vedevano nella fragilità umana la loro fragilità. Nell’istante in cui il duale muore, ognuno di noi diventa consapevole di sé. E da quel momento si specchierà solo in se stesso, perché dentro di sé c’è l’universo intero con tutte le risposte a tutte le domande.

TCTDF: parte sperimentale

Accertatevi di non essere disturbati, rilassatevi normalmente e chiudete gli occhi. Immergetevi, nel buio della vostra stanza mentale. Una stanza in cui voi siete al centro e dove tutto è buio. La vostra stanza mentale. Sapete che in questa stanza ci saranno delle lampade che probabilmente non vedete perché di solito sono spente ma potrebbero anche essere già accese. Se non lo sono le accenderete una alla volta. Le vostre tre lampade sono: la mente, che accenderete per prima, lo spirito che accenderete per seconda e l’anima, che si accenderà per terza.

Osservate queste tre lampade che sono nella vostra stanza mentale, il vostro io, la vostra essenza. Osservatene la posizione, il colore, la grandezza, la distanza da voi e l’altezza dal pavimento della stanza. Le uniche fonti di luce, nella vostra stanza, sono le tre lampade. Potreste vedere solo una lampada come somma delle tre ma, se ne vedete tre individuate la lampada che rappresenta la vostra parte animica e metteteci un braccio dentro. Ascoltate e percepite che sensazione tattile avete. Cosa si sente dentro la lampada di anima? Caldo o freddo, denso o solido, liquido o gassoso? Si sente qualche odore particolare o qualche suono particolare?

Mentre state percependo la vostra anima che si mostra a voi come sfera luminosa, chiedete a lei se si ricorda quando, all’inizio del tempo, è unita alle altre due sfere di mente e spirito che, in quell’istante, ancora non esistono, prima della separazione attuale. Chiedete alla vostra anima di tornare in quel punto, quando anima, mente e spirito sono una cosa sola e non esistono tre coscienze ma una sola. Pian piano arriveranno sensazioni ed immagini di quell’istante. Chiedete ora ad anima se vuole tornare in quello stato primordiale. Osservate e fate osservare alla vostra sfera animica cosa accade e perché la sfera della coscienza si sia separata in tre sottosfere. E’ bene prendere consapevolezza del tutto. Quando anima decide, se decide, di tornare come in quell’istante, ad essere una cosa sola e non più divisa con mente e spirito, chiedetegli di unirsi alle altre due sfere, facendo notare che non esiste un colore specifico per anima, mente e spirito ma che, essendo parti di un tutt’uno, esse in realtà possono assumere qualsiasi colore desiderino. Se anima vuol provare a cambiare colore, così come mente e spirito, essi noteranno che possono acquisire qualsiasi colore: essendo che essi sono tutto ed ogni colore rappresenta una cosa che si può essere. Procediamo ora alla fusione delle tre lampade in una sola lampada che avrà dapprima tutti i colori. Una lampada in cui ogni puntino luminoso sarà di un colore differente, tanto che, se si osserva la lampada da lontano, essa apparirà inesorabilmente bianca; ma, da vicino, potrebbe assumere tutti i colori dell’universo.

A questo punto dite mentalmente alla sfera luminosa, somma delle tre sfere originali che, per fare la fusione, non basta sommarsi in questo modo ma bisogna fondersi irreversibilmente in una cosa sola, una sfera che abbia un solo colore, il colore che rappresenta tutti i colori, il colore trasparente.

Quando la sfera si trasformerà in sfera totalmente invisibile (senza nemmeno poter distinguere i bordi), in quell’istante, la coscienza integrata tornerà ad Essere. Si dovrà dire alla coscienza integrata che il nulla ed il tutto sono la stessa cosa ma che, attaccato al nulla, niente può stare. Se in quell’istante la sfera diviene trasparente, non ci sono più alieni o altre cose che la possono disturbare, perché se ci fossero all’interno di una struttura trasparente, essi si vedrebbero e cadrebbero a terra.

In quell’istante si farà notare alla sfera della coscienza integrata, che non ci sono più barriere tra anima, mente e spirito, che non esistono più, e che non sono mai esistite poiché il passato è stato modificato e nessuno ha potuto utilizzare le sfere originarie separate perché esse non lo sono mai state, poiché ora divenute unite.

Ora, nella stanza mentale, entrate, con il vostro corpo, nella sfera trasparente. Essa e voi siete la solita cosa. Lei prende la vostra forma e si adagia nel vostro contenitore, facendo diventare il contenitore, una immagine di sé stessa. Tu diventi sfera trasparente.

Non esistono più barriere; le pareti, il pavimento ed il soffitto della stanza, non hanno più ragione di essere. La coscienza integrata, abbatte le barriere, da lei stessa create, della stanza mentale, che ora si affaccia sull’infinito totale. Attendi qualche istante e osserva l’infinito totale, così come ti appare. Contempla il luogo dove esisti.

Dopo qualche istante, chiedi alla tua sfera trasparente di ascoltare l’universo divenendo tu stesso l’universo. Per fare ciò, chiedi alla sfera di espandersi lentamente. Tu ti espandi lentamente fino ai confini dell’universo, senza fretta, pian piano. E mentre ti espandi tocchi l’universo che tu stesso hai creato, fino in fondo, fino all’attuale limite. La tua sfera trasparente ha respirato in un unico grande respiro, inglobando in esso tutto l’universo, assorbendolo dentro di sé.

Come in un grande respiro. Per un istante, che dura una eternità, ascolta il tuo universo, dove tu sei tutto.

Prendi consapevolezza del tuo corpo perché è come prendere consapevolezza dell’intero universo. Poi, espira e contraendoti diventa più piccolo. Fai in modo che la tua sfera trasparente, incollata al tuo corpo fisico, diventi una sfera sempre più piccola: ma, nel fare ciò, portati dentro tutto l’universo che hai inglobato, facendolo diventare, esso stesso, molto piccolo, pian piano, sempre più piccolo, senza fretta, fino a diventare un puntino infinitesimale con tutto l’universo dentro. Assapora per qualche istante questa sensazione molto particolare e torna ora della tua dimensione originaria.

Ora, la tua coscienza integrata, sa che può respirare e divenire una grande onda, una grande sfera o un pallino piccolo, piccolo.

Quando è grande onda essa è dappertutto e perciò in nessun luogo in particolare. In quello stato, essa è completamente invisibile. Quando invece è una piccola particella, essa è visibile come tale e pronta ad interagire con il tutto. Parla a te stesso, quale sfera integrata e spiega alla tua sfera integrata che può sempre esistere in questi due stati e mostrarsi come onda o come particella, essendo invisibile o visibile, di fronte a qualsiasi esperienza della realtà virtuale.

Ricorda, alla fine di tutto questo, che la coscienza integrata, usa il proprio contenitore (il corpo), per fare l’esperienza che essa è venuta a fare in questo contesto virtuale e che non è bene che il proprio contenitore venga preso da altri e che bisogna proteggere il proprio contenitore in quanto espansione e vestito della coscienza integrata.

State per qualche istante ad ascoltare voi stessi, come non lo avete mai fatto prima ed osservate l’universo attorno a voi.

 

Conclusioni

L’esercizio, se effettuato senza trascurare nessun parametro di quelli descritti, non deve essere rifatto perché la fusione delle sfere in una unica sfera è irreversibile.

Le successive esperienze di questo tipo che il soggetto vorrà condurre, lo porteranno a viaggiare nell’universo senza più bisogno di visualizzare la sua sfera trasparente esterna a sé stesso, perché egli è la sua sfera trasparente. Se la sfera viene vista dall’esterno e viene vista opaca, ciò significa che, in un’eventuale adduzione, il corpo è stato ripreso. Tutto questo sembra potersi dedurre, sulla base della sperimentazione fino ad ora conclusa.

Si deve sottolineare come, nella stanza mentale, all’inizio, si possano trovare meno di tre sfere sia perché esse potrebbero già essere fuse in una sola sfera trasparente, sia perché alcune sfere potrebbero assumere il colore nero ed essendo la stanza mentale buia, esse potrebbero non essere palesemente visibili. Se si presenta questa evenienza, unire le sfere egualmente, anche se alcune di esse non risultano visibili e procedere come descritto sopra. Nella stanza mentale ci potrebbero essere più di tre sfere ma in questo caso individuare le tre sfere di anima, mente e spirito e lavorare con esse, trascurando le altre, che spariranno dopo l’avvenuta fusione della coscienza integrata.

Coloro che lo desiderano, possono effettuare, su se stessi, la simulazione mentale, avendo accuratamente studiato tutta la teoria che esiste dietro questa applicazione. Alcuni soggetti potranno essere aiutati da altri ad effettuare il percorso di questa simulazione mentale ma si consiglia caldamente di effettuare DA SOLI tutto il percorso. Solitamente riteniamo sia necessario sottolineare che i soggetti che sostengono di non essere capaci di effettuare questa simulazione, in modo indipendente, nella maggioranza dei casi, desiderano solo mettere nelle mani degli altri, la responsabilità della loro esistenza. Sarebbe inutile aiutarli.

A tutti coloro che non comprendono il tipo di approccio che abbiamo intrapreso, suggerisco, prima di esprimere un qualsiasi giudizio nel merito, di fare questa semplice esperienza e di comprenderla a fondo, in quanto non è possibile parlare di qualcosa che non si conosce se non si è fatta l’esperienza di essa.

Non si deve mai avere paura perché non c’è niente nell’universo di cui aver paura tranne la propria ignoranza.

Buon viaggio.

https://www.youtube.com/watch?v=L-CVMj-CJUU&t=1052s

Leone: significato nel mito e simbolismo

Leone (Panthera leo)

Origine simbolica, mitologia e storia

Il leone è il simbolo per eccellenza della forza, del dominio, del coraggio, dell’orgoglio e della fierezza.

Per le caratteristiche tipiche di questo imponente felino, ritroviamo sue rappresentazioni in quasi tutte le antiche culture.

La divinità egizio-persiana Mitra inizialmente era raffigurata con una testa di leone e per questo motivo nacquero le feste leontiche tipiche dei riti mitriaci; il dio Kneph, adorato dai Tebani, era venerato come un dio con la forma di serpente ma, in alcune rappresentazioni monumentali, si ritrova effigiato con testa leonina circondata da raggi solari; la dea fenicia Astarte (Ashtart o Ištar) venerata dalle popolazioni semitiche, il cui culto era diffuso in tutta l’area mediterranea, spesso era rappresentata su un leone.

Nella cultura egizia l’effige più famosa del leone si ritrova nella Sfinge che unisce la figura umana con quella leonina: essa appare già nell’Antico Regno nei testi delle piramidi con l’appellativo di “Dio-leone”. In Egitto la Sfinge era considerata una divinità maschile ed era sempre riprodotta accovacciata; ricordiamo una delle più antiche Sfingi, quella di Giza, che il faraone Cheope fece realizzare intorno al 2600 a.C..

Lo scrittore Diodoro Siculo, nell’opera Biblioteca Storica (III,34), afferma: “In Etiopia e nel paese dei Trogloditi, si trovano Sfingi che sono di aspetto simile a quello che viene assegnato loro nei dipinti; sono solo più pelose. Sono esseri per natura molto docili e imparano con facilità tutto quanto viene loro indicato”.

Sculture di leoni e leonesse a guardia di templi e luoghi sacri erano comuni e simili presso le culture dei popoli mesopotamici, egiziani, orientali e indiane.

La divinità Cibele, venerata dapprima in Asia Minore e, in seguito, in Grecia e presso i Romani, oltre ad essere la dea della fertilità, era considerata la sovrana della natura selvaggia non contaminata dall’uomo e, proprio per questo, era considerata al signora delle belve e, in particolare, del leone. La dea Cibele trova una sua collocazione anche nell’antico mito greco: il suo carro era infatti trainato da due leoni che, in realtà, altro non erano in origine che Atalanta e Melanione, trasformati da dal supremo Zeus in fiere come castigo per aver violato il tempio della dea.

Sempre nella mitologia greca, il leone fu la prima prova che l’eroe greco Ercole, figlio di Zeus e Alcmena, dovette affrontare su incarico del re Euristeo. Da tempo giungevano notizie che le campagne di Nemea, nei pressi di Corinto, erano depredate da un leone che ogni notte scendeva dalle colline per uccidere uomini e animali: Ercole avrebbe dovuto ucciderlo e scuoiarlo, quindi far ritorno con la pelle del leone per dimostrare che era riuscito nell’impresa.

Ercole portò a termine la missione uccise il leone con una clava, e tornò con la sua pelle avvolta intorno al corpo (con la quale spesso è raffigurato nell’iconografia).

Ercole con pelle di leone

Il leone è stato ampiamente utilizzato per descrivere creature mitologiche come ad esempio la chimera e il grifone ed era inoltre era rappresentato anche dal misterioso popolo etrusco: una bellissima rappresentazione scultorea è presente nel tratto di mura del Duomo di Pisa e, in particolare sulla Torre del Leone, nei pressi del l’ingresso chiamato Porta del Leone.

Secondo i Romani, solamente il canto del gallo poteva spaventare un leone: questa credenza deriva probabilmente dal fatto che anche il gallo sia dotato di cresta.

Durante il periodo medievale questo maestoso felino si pensava che il leone fosse in grado di cancellare le proprie tracce con la coda e che riuscisse a dormire con gli occhi aperti, per cui era preso a riferimento per indicare l’assoluta vigilanza: sterminato il suo utilizzo in campo araldico (anche come leone alato).

 

Il leone nel Cristianesimo e in ambito demonologico

Frequenti anche le citazione bibliche del leone e, tra queste, ci sembra opportuno riportare un passo contenuto nell’Apocalisse di Giovanni (13,1-2; 16,1): “E vidi dal mare salire una bestia che aveva dieci corna e sette teste, e sulle sue corna dieci diademi, e sulle teste nomi blasfemi. E la bestia che vidi era simile ad una pantera, le zampe sembravano di orso, il suo muso come quello di leone….”. In questa visione Giovanni si riferisce alla bestia che emerge dal mare, una figura che riconduce al mostruoso, al bestiale per fornire alla creatura una valenza demoniaca. Giovanni, per questa descrizione, scelse gli animali più feroci secondo la propria concezione, e il leone era tra questi. In particolare la descrizione del leone è simile alla prima bestia di Daniele (Daniele 7,4). Con il materializzarsi della bestia del mare, aventi caratteristiche del tutto differenti dalla bestia della terra, Satana riesce ad ottenere quel riconoscimento che aveva cercato di trovare, senza alcun risultato, nel regno dei cieli. Il signor degli inferi con l’Anticristo ha la possibilità, seppur temporanea, di dimostrare il proprio potere.

Nella Sacra Quadriga, il misterioso carro (trono) di Dio che, secondo una visione del profeta Ezechiele successivamente ripresa da Giovanni nell’Apocalisse, era condotto da quattro esseri misteriosi con sembianze di uomo, di leone, di toro e di aquila, gli storici cristiani riconobbero negli evangelisti la valenza simbolica della profezia: l’evangelista Marco fu identificato con il leone perché il suo Vangelo ha inizio con la predicazione di Giovanni Battista nel deserto, luogo in cui erano presenti molte bestie selvatiche.

In ambito escatologico non è infrequente che il leone sia associato al diavolo (spesso a Satana) ed è stato inoltre utilizzato in demonologia per raffigurare diversi demoni (testi magici Pseudomonarchia Daemonum, Ars Goetia, Dictionnaire Infernal), tra cui ricordiamo:

Buer, demone che capeggia cinquanta legioni di demoni, secondo alcune rappresentazioni (Louis Le Breton) è formato da una testa di leone circondata da cinque zampe caprine;

Demone Buer, Dictionnaire Infernal

Purson, spirito infernale che è al comando di ventidue legioni di demoni, è raffigurato come un uomo con testa di leone che cavalca un orso;

Demone Purson, Dictionnaire Infernal

Vinè, demone capo di trentasei legioni di demoni, è raffigurato come un leone che tiene un serpente in mano e cavalca un cavallo nero.

 

Simbolismo alchemico del leone

Nella filosofia alchemica ed ermetica, questo grande felino ricopre un ruolo fondamentale e lo si trova utilizzato come allegoria e in raffigurazioni varie volte.

Nel libro di Abraham Lambsprinck, De Lapide philosophico (Francoforte, 1625), c’è un raffigurazione di un’allegoria molto interessante in cui si vedono due leoni in una foresta,

Con un testo che riportiamo integralmente:

I due leoni alchemici

 

 

I saggi giustamente c’insegnano

Che due forti leoni, un maschio e una femmina,

S’appiattano in un’oscura e aspra vallata.

Il maestro deve catturarli,

Sebbene essi siano svelti, feroci,

E d’aspetto terribile e selvaggio.

Se alcuno con la sapienza e l’astuzia

Può accalappiarli e legarli

E portarli nella stessa foresta,

Di lui si può dire con giustizia e verità

Che ha meritato la lode più d’ogni altro,

E che la sua sapienza trascende quella dei saggi mondani.

 

I due leoni rappresentano i nuovi simboli dell’anima e dello spirito e, quando sono catturati, devono essere riuniti nel loro corpo. Nello stato della perfezione umana, l’anima e lo spirito devono essere riuniti in uno. Come lo spirito tende verso Dio ed è ostacolato dal corpo, similmente il mercurio deve sublimare varie volte, volare in alto e ritornare nel nido, fino a che non si raggiunge la fissazione. In pratica l’alchimista deve procedere lentamente nel proprio viaggio spirituale, ma lo spirito e il corpo diventeranno una cosa sola nel nido, ossia nel cuore.

In altre parole lo spirito e l’anima devono essere aggiunti e sottratti al corpo (solve et coagula, concetto chiaramente espresso nella rappresentazione del demone ermetico Baphomet), tanto che “dev’essere un grande miracolo che da due leoni ne risulti uno”.

Un’altra raffigurazione interessante che esprime concetti simili a quello già spiegato, si trova nell’opera Atalanta fugiens di Michael Maier (Oppenheim, 1618), in cui l’autore consiglia di sublimare lo zolfo e il mercurio fino a renderle inseparabili: “Aggiungi al leone una leonessa alata in modo che entrambi possano vivere nell’aria: Ma lui rimane solido e resta sulla Terra. Questa immagine della natura ti indica la via attraverso cui essa governa”.

In ambito alchemico il leone rosso simboleggia il Sole e il leone verde (assieme all’aquila, al serpente e alla colomba), la Luna philosophorum.

Secondo il Rosarium philosophorum (ed. Telle, Weinheim,1992), “il leone verde che divora il sole” rappresenta il “mercurio nostro”. Egli agisce in profondità di ogni corpo e lo eleva. Quando viene mescolato a un corpo, lo ravviva e illumina e ne trasmuta la sostanza (“Io sono il leone verde e d’oro senza preoccupazioni. In me si celano tutti i segreti dei filosofi”).

Leoni alati in ambito alchemico

Michael Maier, nell’opera Atalanta fugiens (Oppenheim, 1618), sostiene che oltre al vapore niveo, che ricade come “acqua ardente” o “fuoco innaturale”, e alle “acque sulfuree e fetide”, il leone verde è una delle “tre cose sufficienti a padroneggiare l’arte”. In questo senso viene descritto come estratto gelatinoso dell’antimonio grezzo.

Secondo Heinrich Khunrath, “il leone verde è il tutto universale e comprensibile in modo conciso e naturale, e tutto ciò che la supera con l’arte, secondo i principi naturali”.

Sulla scia di questo concetto, D. Stolcius Von Stolcenberg (Viridarium chymicum, Francoforte, 1624), il sangue del leone verde, detto anche “vetriolo dei savi”, è il solvente universale che divora i sette metalli e l’oro. Basilius Valentius afferma che il sangue coagulato del leone rosso (lapis, Sole), deriva dal sangue volatile del leone verde.

Alchimia: leone verde divora il sole

 

Superstizione e interpretazione onirica

Secondo la tradizione africana, mangiare il cuore di un leone infonde coraggio in colui che se ne nutre e portare un occhio di leone sotto l’ascella aiuta a tenere lontane le altre bestie feroci; indossarne la pelle, invece, dona la capacità di essere invisibili.

In altre tradizioni occidentali, poiché il leone è considerato il re degli animali, si pensava che l’animale non facesse mai del male a un altro re.

La tradizione comune sostiene che il leone abbia paura solo del gallo, la cui cresta è imponente quanto quella del felino.

Sognare un leone può indicare preoccupazione nei confronti dei propri superiori o datori di lavoro; lottare e vincere con un leone preannuncia che riusciremo a ottenere un successo a seguito di pericoli e ingiustizie.  Sognare un gruppo di leoni è presagio di proposte lavorative a collaborare in gruppo: ciò potrebbe portare a ottimi risultati negli affari. Sognare un leone che sbadiglia significa poter essere tranquilli, se invece il leone ha un aspetto corrucciato è un cattivo segno che indica future malattie. Un leone in gabbia è sinonimo di amicizia vera e duratura, un leone ruggente è indice di morte. Avere in sogno paura di un leone indica un grosso pericolo che incombe.