Bombe d’acqua o mediatiche?

Disinformazione mediatica scientifica

Secondo una convinzione personale, e in quanto tale opinabile, la maggioranza delle informazioni trasmesse dal mainstream, termine anglosassone con cui si identificano canali, mezzi e prodotti comunicativi con ampio spettro di diffusione, è a dir poco errata, fuorviante, inutilmente allarmista-catastrofista, faziosa e, infine, manipolata. Specialmente in ambito scientifico.

Andiamo ad esaminare alcuni esempi, vagliandoli col filtro della consapevolezza.

Un paese fragile dal punto di vista geologico

Non occorre aver studiato geologia per comprendere quanto il nostro paese presenti criticità e fragilità  dal punto di vista geologico: è infatti sufficiente osservare una mappa o un’immagine satellitare.

L’Italia è infatti caratterizzata da due importanti catene montuose, quella alpina e quella appenninica e da circa 8000 chilometri di costa; a questi fattori si aggiungono un’intensa attività vulcanica (Etna, Vesuvio, Campi Flegrei e Stromboli in primis), un alto rischio sismico e una densità abitativa elevata: quest’ultima concentrata soprattutto nelle grandi pianure e nelle aree costiere.

Ne consegue che l’assetto geografico e fisico predispongono il paese ad un elevato rischio idrogeologico. Le conseguenze di tale rischio, che ormai colmano l’informazione in almeno due intensi periodi l’anno, prendono il nome di dissesto idrogeologico.

Sorvolando sul fatto che il termine idrogeologico sia fuorviante in quanto l’idrogeologia è un settore specifico  e ben definito della geologia e riguarda, in sintesi, lo studio della circolazione delle acque sotterranee, in cosa consiste il dissesto idrogeologico?

Può essere spiegato come la degradazione ambientale dovuta principalmente all’attività erosiva delle acque superficiali (ruscellamento), in contesti geologici naturalmente predisposti o intensamente denudati per la distruzione del ricoprimento boschivo. In altre parole rappresenta la probabilità che, in un intervallo di tempo ben definito, si possa manifestare un fenomeno di dissesto in grado di causare dei danni più o meno gravi.

Gli effetti del dissesto idrogeologico

Quello che ci appare evidente del dissesto idrogeologico sono, purtroppo, le sue conseguenze: frane, smottamenti, alluvioni, fenomeni di subsidenza del terreno e instabilità generale dei versanti.

Appurato ciò ne consegue che occorra un’attenta pianificazione territoriale con previsione di messa in opera di interventi atti a ridurre il rischio idrogeologico per mitigarlo e, soprattutto, è necessario evitare attività antropiche dannose. Esistono gli strumenti necessari per ridurre questo rischio: basta utilizzarli in maniera corretta. Un problema non secondario nel nostro paese.

Anche in questo settore la tipologia d’informazione a cui siamo costantemente sottoposti non fa eccezione rispetto a quanto detto precedentemente.

Un esempio banale? Quando ascoltate il giornalista di turno che afferma: “ieri a Pisa si è verificata la pioggia più intensa degli ultimi cento anni”, dovreste rendervi conto che il signore in questione sta dicendo una sciocchezza.

Si può senz’altro sostenere un’affermazione del genere, ammesso che negli ultimi cento anni e nello stesso luogo, siano state effettuate meticolose misurazioni pluviometriche. Analizzando i dati ricavati dai pluviometri, che misurano una quantità meteorica (di pioggia) su un’unità di tempo, allora saremmo in grado di enunciare ad alta voce una frase del genere. Se invece quanto detto non è stato fatto, ne consegue che l’informazione sia forzata e sbagliata. Stessa cosa si può dire per quanto concerne le temperature e per molti altri aspetti legati alla climatologia.

Dissesto idrogeologico Emilia-Romagna

Bombe d’acqua

Ed eccoci giunti al neologismo forse più utilizzato dai media, e da gran parte della comunità scientifica, che mi irrita e infastidisce non poco: bombe d’acqua.

Per bomba d’acqua s’intende un fenomeno meteorico particolarmente violento caratterizzato da precipitazioni con intensità superiori a 100 millimetri per ora (mm/h). Quindi qualcosa di più di un semplice nubifragio, ossia un evento piovoso contraddistinto da precipitazioni superiori a 30 mm/h.

Nessuno sta negando che si verifichino intense precipitazioni sempre più frequenti, ma dato che le parole utilizzate hanno significati ben precisi e in ambito mediatico sono studiate a tavolino, non vorrei che dietro a questo sgradevole neologismo di origine anglosassone si celassero altri aspetti.

Non vorrei infatti che con questo termine, di chiara derivazione bellica, si voglia spostare l’attenzione dalle responsabilità di qualcuno che non ha fatto qualcosa. Per qualcuno intendo le persone preposte alla vigilanza e alla pianificazione territoriale e i professionisti che operano nel settore, ad esempio.

Non vorrei, inoltre, che si utilizzasse la parola “bomba” per sottintendere un fenomeno ineluttabile e imprevedibile di fronte al quale nulla si possa fare tranne che alzare le braccia al cielo. Una sorta di castigo divino per intenderci.

Sembra che il senso più o meno compiuto di queste osservazioni sia da così interpretare: visto che il clima è cambiato, si verificano frequenti bombe d’acqua, corriamo ai ripari e arrendiamoci all’evidenza.

Sostenere un ragionamento del genere è assolutamente sbagliato e scorretto.

Siamo a conoscenza del fatto che quasi certamente si verificheranno fenomeni di precipitazione intensi?

Facciamoci trovare preparati quindi.

Come?

La scomoda verità

Ad esempio, primo ed essenziale passo, sarebbe il caso d’iniziare a realizzare una seria pianificazione territoriale finalizzata alla mitigazione del rischio derivato da questi eventi e, possibilmente, di eliminare o limitare al massimo attività antropiche distruttive.

Preciso che con le parole “attività antropiche distruttive”, intendo: estrema cementificazione del territorio, abusivismo edilizio, deforestazione, agricoltura intensiva, abbandono dei terreni, estrazioni di risorse dal sottosuolo spregiudicate,  realizzazione di attività estrattive (cave e miniere) barbare, alterazioni dei corsi d’acqua e, in linea più generale,  la mancanza totale o parziale di manutenzione del territorio.

Vi renderete allora conto che, concretizzando quanto detto, gli effetti causati da forti ed intense precipitazioni non saranno più percepiti come una “bomba” ma, al massimo, come un più gestibile petardo.

La pietra filosofale

La trasformazione della pietra grezza nel prezioso oro

Trasformare la vile pietra in oro: probabilmente il principio alchemico più conosciuto. Quanto a fondo però è realmente compresa tale metafora?

L’opera alchemica sui metalli altro non è che la rappresentazione allegorica di un percorso interiore spirituale che l’adepto deve operare su sé stesso per trascendere la natura umana e riconquistare l’occulta essenza divina un tempo a lui nota e compresa.

La materia vile (la nuda roccia), che con lunghe e complesse operazioni alchemiche si trasforma nella pura e splendente pietra dei saggi (oro), simboleggia la faticosa risalita dell’uomo in mezzo ai molteplici pericoli verso la via dell’iniziazione.

Soltanto in questo modo l’uomo scoprirà che la “materia prima” (saggezza suprema), da intendersi come il substrato comune ai tre piani dell’essere (corpo, spirito e anima), non vada cercata al di fuori perché essa si trova in lui, come in tutta la trama dell’essere.

La prima fase della Grande Opera, l’illuminazione spirituale, consiste in una discesa nel sottosuolo (inferi) per disciogliere la materia prima (solve) in modo da renderla idonea alle successive purificazioni che la renderanno plasmabile alla volontà dell’individuo.

V.I.T.R.I.O.L.

Per effettuare quest’operazione gli antichi alchimisti consigliavano l’utilizzo del caustico Vetriolo.

Dunque l’uomo deve, prima di tutto, sciogliere le ceneri del proprio essere avvalendosi del Vetriolo che svolge la massima azione dissolvente del mercurio filosofico.

Tramite complicate nozioni cabalistiche il termine Vetriolo può rivelarsi come VITRIOL: Visita Interiora Terrae, Rectificando Invenies Occultum Lapidem.

Visita le viscere della terra e, purificando, troverai la pietra nascosta.

Dal punto di vista allegorico discendere nelle viscere della terra significa visitare il nostro intimo, esplorare gli abissi del nostro subconscio e prendere coscienza di noi stessi. Colui che conosce sé stesso, conosce tutto perché non v’è nulla al di fuori dell’uomo che non sia anche dentro l’uomo.

Questo percorso non è affatto facile ed esente da ostacoli perché, di fatto, guardare nel nostro intimo e subconscio significa svelare l’inferno che è in noi. Tuttavia in esso è necessario calarsi e da esso ci dobbiamo purificare se si vuole raggiungere la suprema saggezza e l’estrema illuminazione spirituale.

VITRIOL

La discesa e la risalita

Ad una discesa corrisponde una risalita, quella verso l’illuminazione che si ottiene coagulando (coagula) ciò che prima è stato disciolto.

Sempre dal punto di vista allegorico questo significa vincere le resistenze interiori e tutti i primordiali istinti terreni che imprigionano il vero “Io”: vincere i propri demoni interiori, potremmo affermare per rendere più chiaro il concetto.

Se riflettiamo questo principio si rinviene innumerevoli volte negli antichi miti, nella letteratura, nel pensiero iniziatico e anche nelle odierne metodologie psicologiche. La catabasi nell’antica concezione greca era difatti la discesa dell’anima del defunto nel mondo dell’Ade.

Basti pensare ai viaggi “omerici” di Ulisse ed Enea e, ad esempio, al percorso dantesco spinto fino alle profondità dell’inferno per poi risalire, attraverso il purgatorio, verso il paradiso.

La città infernale di Dite descritta da Dante nei Canti VIII, IX, X e XI dell’Inferno, situata nel sesto cerchio e al cui interno sono collocati i capi delle sette eretiche (eresiarchi), difesa passivamente da mura infuocate, dalla palude Stigia che la circonda e attivamente da vari diavoli (tra cui spiccano Medusa e Gorgone), rappresenta al meglio una delle difficoltà che Dante, assieme a Virgilio, ha dovuto affrontare per poter ascendere al paradiso.

La città di Dite dantesca

Scrive lo studioso di arti magiche Jorg Sabellicus: “il diavolo, simbolo dei nostri istinti più vili, infesta l’inferno della nostra natura interiore, non ancora purificata dal procedimento iniziatico. Solo chi dispone, come Dante, di una guida adatta, può tuttavia attraversare incolume l’inferno per ascendere al paradiso”.

L’uomo: frutto di processi evolutivi?

Cosa sostiene la scienza

Prima di iniziare a ragionare sulle origini dell’uomo è necessario evidenziare un aspetto molto importante.

Ciò che conosciamo in merito all’evoluzione della specie umana, ma anche di altri esseri appartenenti al modo animale, in primis lo sappiamo tramite il rinvenimento di resti fossili: ciò che non viene trovato lo si può soltanto ipotizzare invece. Sembra scontato, ma vedremo che non è propriamente così.

Questo potrebbe aprire la strada a un dibattito infinito e inutile circa gli anelli di congiunzione, ossia i collegamenti tra un prima e un dopo: molti scienziati sarebbero inorriditi se affermaste che mancano anelli di congiunzione nella catena evolutiva, pochi altri probabilmente vi darebbero ragione.

Cosa sostiene la scienza circa l’evoluzione (dell’uomo), ammesso che quest’ultima possa definirsi scienza?

Non che deriviamo direttamente dalle scimmie, ma che, sostanzialmente, abbiamo degli antenati in comune.

Sempre secondo la scienza ufficiale questo antenato comune, in un determinato periodo, avrebbe dato origine alle cosiddette scimmie del vecchio mondo (inquadrabili temporalmente nell’Oligocene) e in un altro (nel Pliocene), avrebbe generato una serie di primati, i quali avrebbero originato ciò che siamo ora.

In particolare l’Homo abilis precede di circa 1 MAPP (Milioni di Anni Prima del Presente) l’Homo erectus: entrambi adottavano la posizione eretta, ma non erano gli unici. Anche il Ramapitecus, vissuto all’incirca 13 MAPP, aveva una posizione quasi eretta.

Il loro progenitore era una proscimmia simile ad un brutto scoiattolo, il Plesiadapis, che visse oltre 70 MAPP.

Da questa proscimmia sarebbero derivati molti rami da cui discendono direttamente le diverse scimmie del nuovo e vecchio mondo e solo due rami correlabili direttamente all’Homo sapiens: quello delle grandi scimmie antropomorfe (gorilla, babbuini e scimpanzè) e quello del Ramapitecus.

Sintesi del processo evolutivo dell’uomo

La posizione eretta

Dai pesci agli anfibi, dagli anfibi ai rettili, poi gli uccelli e in seguito i mammiferi e, infine, l’uomo: che viaggio affascinante.

Desidero precisare che non sto negando in toto la teoria evoluzionistica ma, piuttosto, sto solo ragionando con coscienza.

Propongo uno spunto di riflessione: avete notato che l’uomo è l’unica specie vivente animale ad assumere la posizione eretta?

Se si pensa che il baricentro dell’uomo è posto all’incirca all’altezza del plesso solare, è innegabile notare che sia una posizione scomoda. Difatti, in piedi su due gambe, l’uomo corre meno velocemente di qualsiasi animale quadrupede, è meno stabile e in tale posizione c’è un maggior dispendio energetico.

Provate a stare in piedi per due ore senza muovervi: probabilmente cadreste al suolo sfiniti. Ad un gatto, ad esempio, ciò non accadrebbe.

Non ce ne rendiamo senz’altro conto, ma per mantenere la posizione eretta il nostro cervello apporta continuamente piccole correzioni impegnando muscoli e tendini e, aspetto non secondario, consumando molta energia.

In qualità di grandi bipedi barcollanti e instabili, in verità stiamo in piedi solo per non rovinare a terra.

Il nostro è un miracolo di equilibrio contro la forza di gravità: quando camminiamo, in pratica, facciamo un passo davanti ad un altro per non cadere.

Inverosimilmente, poi, a differenza di tutti gli altri mammiferi, il nostro baricentro si trova a parecchi centimetri dal suolo e facciamo fatica anche a stare seduti senza un appoggio per il fondoschiena.

Per cui dal punto di vista evolutivo la posizione eretta è di fatto scomoda e non conveniente.

L’evoluzione del cranio dell’uomo

Schema dell’evoluzione del cranio dell’uomo

Per quale criptico motivo quindi ci siamo evoluti in questo modo? Ed ecco che la scienza viene in nostro soccorso.

L’evoluzione ha portato l’uomo a sviluppare un cranio più grande rispetto ai progenitori, per cui si è resa necessaria una soluzione radicale: la posizione eretta. D’altronde, in termini evoluzionistici, quale soluzione migliore di appoggiare un cranio più grande su un sostegno verticale, ovvero la colonna vertebrale? Geniale. Per avere un cranio più grande l’evoluzione ha escogitato questa soluzione, fregando la forza di gravità.

Interessante andare ad analizzare le variazioni (conosciute) del volume cranico dell’uomo durante il suo percorso evolutivo:

  • Australopithecus afarensis (4-3 MAAP), volume cranico pari a 400 cc;
  • Australopithecus africanus (3-2 MAAP), volume cranico pari a 500 cc;
  • Homo abilis (2 MAAP), volume cranico pari a 650 cc;
  • Homo erectus (1 MAAP), volume cranico pari a 1000 cc;
  • Homo sapiens arcaico (1-0 MAAP), volume cranico pari a 1150 cc;
  • Homo sapiens sapiens (200.000 anni fa – attuale), volume cranico pari a 1350 cc.

Appare scontato sottolineare che a un cranio più grande corrisponda un maggior volume cerebrale.

Per cui l’uomo ha assunto la posizione eretta poiché ha “sentito il bisogno” di sviluppare un cranio più grande oppure perché un cranio più grande necessitava di questa posizione? È nato prima l’uovo o la gallina? Non esiste risposta univoca.

Certamente possiamo affermare che la posizione eretta rappresenti il culmine dell’ominazione, della speciazione dell’uomo.

L’uomo: una singolarità nel mondo animale

Da questi ragionamenti scaturisce un’altra importante considerazione, infatti è evidente che l’uomo sia una singolarità nel mondo animale. Nonostante l’amore a l’affetto che provi per gli animali, non sono a conoscenza ad esempio del fatto che un cane abbia mai scritto un romanzo, composto una poesia o una musica oppure risolto una trasformata di Fourier. L’uomo è particolare se paragonato a ciò che lo circonda, ma è anche il più evoluto?

Definire il grado di evoluzione di una specie è estremamente complesso e gli scienziati lo sanno fin troppo bene: le delucidazioni in tal senso sono fin troppo variegate infatti. Vi propongo alcuni esempi.

Un essere è tanto più evoluto quanto più vive con minor dispendio energetico; secondo questa teoria quindi un batterio o un parassita, ad esempio, sarebbero più evoluti dell’uomo.

L’essere più evoluto è quello che si adatta meglio all’ambiente che lo circonda: per cui, seguendo questa tesi, una medusa o una zecca sarebbero più evolute dell’uomo.

In linea generale la scienza sostiene che l’essere più evoluto sia quello più specializzato: concetto legato direttamente alla capacità di sopravvivenza e all’adattamento. Una specie molto specializzata sa fare poche cose, ma le sa fare molto bene.

Non ne sono affatto convinto: c’è un altro fattore da prendere in considerazione infatti.

Un essere capace di adattarsi, specialmente in riferimento all’ambiente circostante e alle condizioni che gli si presentano, cambia stile di sopravvivenza, ma per farlo impiegherà molto tempo.

Un essere molto evoluto invece tiene in considerazione le esperienze passate, le comprende, e in un contesto mutato e differente sarà in grado comportarsi in modo adeguato e, soprattutto, in modo molto veloce.

In più l’uomo, rispetto ad altre specie animali, utilizza diversi metodi di comunicazione altamente efficaci come, ad esempio, il linguaggio.

Non mi pare una differenza tanto sottile.

Il genoma umano: un patrimonio comune

DNA umano

A voler essere pignoli anche gli studi sul genoma umano, tra l’altro veritieri, che indicano che l’Homo sapiens abbia in comune il 99% del DNA con lo scimpanzè comune (Pan troglodytes) e il 98% con il gorilla occidentale (Gorilla gorilla), possono dimostrarsi fuorvianti, in quanto una percentuale pari all’1% o al 2% di materiale genetico non è poca cosa. Ragionando in quest’ottica l’uomo ha in comune anche col gatto (Felis catus) circa il 60% del DNA e probabilmente il 15% con i pesci.

Se confrontiamo lo studio evoluzionistico basato sull’antropologia fisica, intesa come i cambiamenti dei tratti esteriori dell’uomo, con l’evoluzione della trasmissione ereditaria cromosomica, noteremo un’enorme discrepanza perché, quest’ultima, è estremamente complessa e meno grossolana rispetto alla prima.

Tutti gli esseri viventi evolvono, ma con velocità totalmente diverse. Per esempio un cane già dopo due mesi dalla nascita è autonomo e dotato di un’intelligenza paragonabile a quella di un bambino di pochi anni: il cane però si ferma mentre il bambino, nonostante uno sviluppo più lento, continuerà ad evolvere fino all’età adulta.

Ed eccoci giunti a quello che a molte persone sembrerà fantascienza.

Se nel nostro pianeta, e probabilmente anche in altri, la forma antropomorfa pare essere la più idonea a livello evoluzionistico, non è detto che lo sia quella di mammifero. Sul pianeta terra è evidente che sia così, ma in un altro pianeta, magari appartenente a un’altra galassia, la forma di vita più evoluta e adatta potrebbe essere quella di rettile, di anfibio oppure quella d’insetto: seppur con sembianze antropomorfe.

Cosa fa la differenza? Le condizioni ambientali e la velocità con cui queste sono cambiate sul pianeta.

Di conseguenza la nostra specie, quella umana, deriva dalla semplice evoluzione? La verità, nonostante gli sforzi scientifici, è che non lo sappiamo con certezza.

Evoluzione, creazione o altro?

Se si ragiona consapevolmente appare abbastanza chiaro che la teoria dell’evoluzione dell’uomo faccia acqua da tutte le parti: l’uomo potrebbe allora essere stato creato? Possibile.

Da chi? Ciò che è ovvio per le religioni monoteiste, ossia che l’uomo sia effetto diretto di una creazione divina, non lo è per il sottoscritto.

Un’ipotesi? La verità spesse volte sta nel mezzo.

L’uomo, dopo una creazione iniziale su base evolutiva, potrebbe aver subito un “intervento esterno”, una sorta di variazione artefatta dell’evoluzione con scopi niente affatto casuali.

Rimane però ancora una domanda: chi avrebbe esercitato questo “intervento esterno”?

Lascio a voi l’eventuale risposta perché è sacrosanto che ognuno abbia le proprie idee, che possono rivelarsi giuste o sbagliate, ma l’importante è che si fondino su principi di consapevolezza e di coscienza.

La scienza infatti è uno strumento fondamentale per comprendere e descrivere la visione fenomenologica del mondo delle cose, ma non è perfetta e, soprattutto, non è dogma divino.

D’altronde un dogma rappresenta il massimo impedimento alla comprensione, specialmente se divino.

Un bel dilemma.

Il paradosso del gatto di Schrödinger

In cosa consiste il paradosso?

Erwin Rudolf Josef Alexander Schrödinger fu un talentuoso fisico austriaco, premio Nobel per la fisica (1933) e uno dei padri fondatori della moderna meccanica quantistica.

Suo il famoso paradosso del gatto rinchiuso in una scatola che fa discutere ancor oggi: preciserei che, secondo un punto di vista prettamente personale, il termine più adatto per definire il celebre esempio del gatto non sia paradosso, bensì esperimento mentale o coscienziale.

L’esempio di Schrödinger serve sostanzialmente per spiegare il principio di sovrapposizione degli stati di cui abbiamo già parlato nel paragrafo precedente (entanglement quantistico).

In sintesi, in cosa consiste il paradosso?

In una scatola ci sono un gatto, una fiala contenente veleno, una fonte radioattiva e un congegno meccanico che aziona un martello. Cosa può accadere all’interno della scatola? Se la fonte radioattiva, decadendo, emette una radiazione si genera un effetto per cui si attiva il martello che rompe la fiala di veleno, uccidendo il gatto. Oppure può non succedere.

Il gatto è vivo o morto?

Da un punto di vista probabilistico e statistico, vi sono il 50% di possibilità che il gatto sia vivo e un altro 50% di probabilità che sia morto: il gatto è quindi vivo o morto? Per rispondere dobbiamo ragionare secondo i canoni della meccanica quantistica.

Fino al momento in cui un osservatore esterno non apre la scatola, il gatto è sia vivo che morto, ossia si trova contemporaneamente in due stati; la sovrapposizione di questi due stati rappresenta esattamente una somma algebrica probabilistica delle due condizioni possibili, vita e morte, fino a che non si apre la scatola.

Ricordate quanto detto circa l’esempio delle scarpe per comprendere meglio l’entanglement quantistico? Bene, andiamo avanti.

Bisogna tenere a mente che secondo la fisica quantistica gli elementi microscopici della materia possono comportarsi come particelle o come onde. Semplificando, se non siamo in grado di sapere dove si trova uno di questi elementi microscopici, esiste una probabilità statistica che esso si trovi in tutte le posizioni possibili: ciò è valido fino a quando non ci mettiamo a guardare dove sia l’elemento.

In questo caso l’osservatore definisce lo stato dell’elemento.

In pratica l’elemento microscopico è in una “super-posizione” in quanto è ovunque e nello stesso tempo: quando esso viene misurato e osservato la “super-posizione” cessa di esistere, in quanto collassa su un’unica posizione definita.

L’interpretazione di Copenaghen

Per onestà intellettuale è opportuno ricordare che altri due scienziati fornirono una spiegazione circa questo comportamento degli elementi microscopici e delle particelle: Niels Böhr e Werner Karl Heisenberg.

Celebre la loro ipotesi-tesi nota come “l’interpretazione di Copenaghen” (1927), secondo la quale a farci capire la posizione definita della particella sia l’interazione che avviene tra un osservatore e la particella stessa.

In pratica si potrebbe affermare che è l’osservatore a modificare la realtà, rendendo definita la posizione della particella che era indefinita fino al momento dell’osservazione.

Riassumendo il concetto, fino a quando un osservatore non apre la scatola, il gatto è sia vivo che morto (sovrapposizione degli stati quantici).

Seguendo questa nozione, anch’io che sto scrivendo il libro, esattamente in questo momento, sono sia vivo che morto; lo stesso vale per voi che state leggendo.

Comprendere con coscienza

Gli studi scientifici scaturiti dal paradosso di Schrödinger sono molteplici: a partire dalla teoria dei multiversi fino ad arrivare all’ipotesi di definizione dei salti quantici tramite qubit (bit quantistici, ossia l’unità di informazione quantistica).

Studi molto interessanti e fondati esclusivamente sull’approccio scientifico ma, ancora una volta, viene a mancare quel qualcosa che possa permettere di comprendere a fondo l’esempio-paradosso di Schrödinger: la coscienza.

Un individuo consapevole sa fin troppo bene che la dualità nell’universo non ha senso di esistere e che in quest’ultimo è sbagliato ragionare in termini di separazione: non esiste il vuoto e il pieno, il più e il meno, la luce e la tenebra, il bene e il male.

Citiamo come esempio la materia e l’antimateria: entrambe costituiscono due facce di una stessa moneta e sussiste l’una perché c’è anche l’altra.

Ammettere l’esistenza della sola materia significa non aver compreso la completezza della natura dell’universo giacché, in questo caso, non stiamo prendendo in considerazione l’interezza dell’universo stesso.

Il fatto che l’attuale livello di conoscenza scientifica non permetta di stimare quantitativamente la presenza dell’antimateria nel nostro universo (ma solo di ipotizzarla), non dimostra che essa non sia presente. Semplicemente non la vediamo.

“Vedere”, nel concetto scientifico, significa poter apprezzare un fenomeno, misurarlo e descriverlo con modelli matematici che ne approssimino al meglio il comportamento ed effettuare esperimenti che siano ripetibili.

Per cui, in conclusione, un individuo consapevole e cosciente non avrebbe nemmeno bisogno di aprire la scatola contenente il gatto, in quanto conoscerebbe già la risposta e quindi non sarebbe interessato a diventare osservatore.

In tale ottica sapere se il gatto è vivo oppure morto risulterebbe scontato e non aggiungerebbe assolutamente niente alla comprensione di un fenomeno che è già noto, inteso.

Perché proprio il gatto?

A questo punto sarebbe interessante ipotizzare il motivo per il quale il fisico Schrödinger abbia utilizzato, tra tutti gli animali, proprio il gatto per delucidare il celebre paradosso. Ovviamente possiamo limitarci soltanto a formulare risposte più o meno plausibili ascrivibili al campo della fantasia e delle idee.

La risposta più immediata e scontata è pensare che il fisico austriaco abbia utilizzato il gatto in quanto animale domestico molto comune e noto a tutti.

Probabilmente è così, ma non per questo dobbiamo necessariamente limitarci nel ragionamento.

Proviamo a definire una seconda ipotesi, partendo dal significato simbolico del gatto.

Nell’antico Egitto i gatti erano considerati animali sacri e divini e, ad esempio, il gatto maschio era sacro al Sole e al dio Osiride mentre la gatta femmina alla Luna e alla dea Iside. Un’evidente dualità che può essere facilmente intuita analizzando il temperamento degli amabili felini: da un lato protettivi, affettuosi e leali, ma dall’altro indipendenti, combattivi e ferini.

Il gatto: animale sacro presso gli antichi egizi

Possibile che il geniale Schrödinger abbia preso in considerazione questi aspetti proprio per evidenziare, seppur sotto traccia, il significato più profondo e meno evidente del paradosso? Ossia che lo stato del gatto diviene definito, e quindi duale, fino a quando non si apre la scatola, ma che fino a quel momento sia contemporaneamente vivo o morto e quindi non duale?

A questa domanda non corrisponde una risposta definita e, ragionando come “meccanici della quantistica”, si potrebbe affermare che la fantasiosa ipotesi appena delucidata sia allo stesso tempo vera e anche falsa.

 

Libri pubblicati – Ottavio Bosco

L’universo olografico di Bohm

Lo spazio non è vacuo

“Dobbiamo imparare a osservare qualsiasi cosa come parte di un’indivisa interezza. Lo spazio non è vacuo. È pieno, opposto al vuoto, ed è il terreno per l’esistenza di ogni cosa. L’universo non è separato da questo mare cosmico di energia”, scriveva David Joseph Bohm, geniale fisico statunitense passato a miglior vita nel 1992.

Bohm ipotizzò che nell’universo vi fosse la coesistenza di un ordine implicito, che non riusciamo ad apprezzare, e di un ordine esplicito che possiamo percepire, ma come risultato di un’interpretazione che il nostro cervello attribuisce alle onde di interferenza (pattern) che compongono l’universo. L’ordine implicito fu paragonato dallo scienziato a un ologramma, la cui struttura complessiva è identificabile in quella di ogni sua singola parte. Visto però che il concetto di ologramma rappresenta un qualcosa di statico, Bohm descrisse l’universo con il termine “olomovimento”, da lui coniato per indicare che l’universo è un sistema dinamico in continuo movimento.

La comunicazione tra fotoni nell’universo

In seguito all’esperimento sulla correlazione quantistica di Aspect del 1982, in cui fu verificato il teorema di Bell, dimostrando l’esistenza una comunicazione istantanea a distanza fra fotoni, Bohm ribadì con convinzione che non esisteva nessuna propagazione di segnale a velocità superiori a quella della luce, ma che si trattava di un fenomeno non riconducibile a una misurazione spazio-temporale.

Infatti i legami tra fotoni generati da una medesima particella sarebbero da attribuire proprio all’ordine implicito, nel quale ogni particella non è separata o indipendente, ma fa parte di un ordine universale in cui i parametri spazio e tempo non hanno senso di esistere.

Sintetizzando il concetto, David Bohm era convinto che le particelle subatomiche rimanessero in contatto indipendentemente dalla distanza che le separa perché la loro separazione è sostanzialmente frutto di un’illusione e che, ad un qualche livello di realtà più profondo, tali particelle non devono essere viste come entità individuali, ma come estensioni di uno stesso “organismo” fondamentale.

Il paradigma olografico

L’entanglement quantistico e il paradigma olografico di Bohm

Per far comprendere meglio quanto da lui ipotizzato, Bohm utilizzò un esempio in seguito diventato celebre come “paradigma olografico”.

In cosa consiste?

Immaginiamo di guardare un pesce in un acquario: esso però non è osservabile direttamente se non attraverso due telecamere, una posizionata frontalmente e una lateralmente.

Supponiamo che si guardi il pesce attraverso due monitor: la diversa posizione delle telecamere farà vedere due immagini del pesce con prospettive differenti, creando così l’illusione di guardare due pesci diversi che, per comodità, saranno denominati A e B.

Paradigma olografico dell’acquario

In qualità di osservatori potremmo pensare che i pesci bidimensionali A e B, seppur correlati, siano distinti, non rendendoci conto che sono a tutti gli effetti proiezioni di un mondo tridimensionale nel quale costituiscono un’unica unità.

Appare chiaro che l’acquario sia da intendersi come universo e il pesce come particella.

Secondo Bohm se abbiamo la percezione di vedere i pesci come separati è perché siamo in grado di vedere solamente una porzione della realtà e, inoltre, non siamo in grado di riconoscere l’esistenza dell’acquario nella sua interezza.

Estrapolando le idee di Bohm è possibile sostenere che siano i nostri sensi ad illuderci di percepire la solidità di ciò che pensiamo di vedere e toccare ma, in realtà, stiamo interagendo semplicemente con “nubi” di elettroni.

Una separazione apparente

Ne consegue che se la separazione tra particelle subatomiche è solo apparente, a un livello più profondo, tutte le cose sono infinitamente collegate.

Sinceramente non comprendo come certi scienziati possano negare quanto sto per delucidare: in un universo olografico, aspaziale e atemporale, i concetti di località vengono infranti in quanto nulla è veramente separato dal resto.

In tale contesto anche il tempo e lo spazio tridimensionale (come le immagini del pesce sui monitor) dovrebbero venire interpretati come semplici proiezioni di un sistema più complesso. La realtà altro non sarebbe che una sorta di ologramma dove passato, presente e futuro coesistono simultaneamente.

In cosa consiste il principio di località nella fisica?

Che oggetti distanti non possono avere influenza istantanea l’uno sull’altro e che un oggetto è quindi influenzato direttamente solo dalle sue immediate vicinanze.

Einstein aveva torto

Cosa sosteneva Albert Einstein?

“La seguente idea caratterizza l’indipendenza relativa di oggetti molto lontani nello spazio (A e B): un’influenza esterna su A non ha un’influenza diretta su B; ciò è noto come Principio di Azione Locale, usato regolarmente solo nella teoria di campo. Se quest’assioma fosse completamente abolito, l’idea dell’esistenza di sistemi quasi-chiusi, e perciò la postulazione di leggi che possano essere verificate empiricamente nel senso accettato, diverrebbe impossibile”.

Einstein aveva intuito che qualcosa non tornava nella teoria da lui formulata e Bohm aveva ragione.

Non lo afferma il sottoscritto, ma i più recenti studi di fisica quantistica secondo cui l’universo è non locale in quanto, in esso, le particelle subatomiche sono collegate non localmente.

Sono fermamente convinto che le teorie di Bohm, quasi filosofiche oltreché scientifiche, debbano indurre a profonde riflessioni.

Se gli aspetti materiali del mondo altro non sono che realtà secondarie e ciò che percepiamo in realtà sia un insieme olografico di frequenze e se il cervello è sostanzialmente un elaborato e complesso “lettore di ologrammi”, la realtà oggettiva cos’è? Semplice: non esiste.

Realtà virtuale

Noi siamo convinti, avendone illusione, di essere entità biologiche e fisiche separate che si muovono un mondo materiale, ma la realtà è opposta perché tale mondo sarebbe virtuale, ossia: alterabile, rettificabile e trasformabile.

In un universo olografico non vi sarebbero infatti limitazioni all’entità delle modifiche che si potrebbero apportare a quella che noi percepiamo come solida realtà, in quanto quest’ultima è fittizia e puramente illusoria.

Se queste idee di pensiero risultano familiari è perché la maggior parte delle filosofie e religioni orientali le sostengono da tempo immemore.

 

Libri pubblicati – Ottavio Bosco