L’uomo: frutto di processi evolutivi?

Cosa sostiene la scienza

Prima di iniziare a ragionare sulle origini dell’uomo è necessario evidenziare un aspetto molto importante.

Ciò che conosciamo in merito all’evoluzione della specie umana, ma anche di altri esseri appartenenti al modo animale, in primis lo sappiamo tramite il rinvenimento di resti fossili: ciò che non viene trovato lo si può soltanto ipotizzare invece. Sembra scontato, ma vedremo che non è propriamente così.

Questo potrebbe aprire la strada a un dibattito infinito e inutile circa gli anelli di congiunzione, ossia i collegamenti tra un prima e un dopo: molti scienziati sarebbero inorriditi se affermaste che mancano anelli di congiunzione nella catena evolutiva, pochi altri probabilmente vi darebbero ragione.

Cosa sostiene la scienza circa l’evoluzione (dell’uomo), ammesso che quest’ultima possa definirsi scienza?

Non che deriviamo direttamente dalle scimmie, ma che, sostanzialmente, abbiamo degli antenati in comune.

Sempre secondo la scienza ufficiale questo antenato comune, in un determinato periodo, avrebbe dato origine alle cosiddette scimmie del vecchio mondo (inquadrabili temporalmente nell’Oligocene) e in un altro (nel Pliocene), avrebbe generato una serie di primati, i quali avrebbero originato ciò che siamo ora.

In particolare l’Homo abilis precede di circa 1 MAPP (Milioni di Anni Prima del Presente) l’Homo erectus: entrambi adottavano la posizione eretta, ma non erano gli unici. Anche il Ramapitecus, vissuto all’incirca 13 MAPP, aveva una posizione quasi eretta.

Il loro progenitore era una proscimmia simile ad un brutto scoiattolo, il Plesiadapis, che visse oltre 70 MAPP.

Da questa proscimmia sarebbero derivati molti rami da cui discendono direttamente le diverse scimmie del nuovo e vecchio mondo e solo due rami correlabili direttamente all’Homo sapiens: quello delle grandi scimmie antropomorfe (gorilla, babbuini e scimpanzè) e quello del Ramapitecus.

Sintesi del processo evolutivo dell’uomo

La posizione eretta

Dai pesci agli anfibi, dagli anfibi ai rettili, poi gli uccelli e in seguito i mammiferi e, infine, l’uomo: che viaggio affascinante.

Desidero precisare che non sto negando in toto la teoria evoluzionistica ma, piuttosto, sto solo ragionando con coscienza.

Propongo uno spunto di riflessione: avete notato che l’uomo è l’unica specie vivente animale ad assumere la posizione eretta?

Se si pensa che il baricentro dell’uomo è posto all’incirca all’altezza del plesso solare, è innegabile notare che sia una posizione scomoda. Difatti, in piedi su due gambe, l’uomo corre meno velocemente di qualsiasi animale quadrupede, è meno stabile e in tale posizione c’è un maggior dispendio energetico.

Provate a stare in piedi per due ore senza muovervi: probabilmente cadreste al suolo sfiniti. Ad un gatto, ad esempio, ciò non accadrebbe.

Non ce ne rendiamo senz’altro conto, ma per mantenere la posizione eretta il nostro cervello apporta continuamente piccole correzioni impegnando muscoli e tendini e, aspetto non secondario, consumando molta energia.

In qualità di grandi bipedi barcollanti e instabili, in verità stiamo in piedi solo per non rovinare a terra.

Il nostro è un miracolo di equilibrio contro la forza di gravità: quando camminiamo, in pratica, facciamo un passo davanti ad un altro per non cadere.

Inverosimilmente, poi, a differenza di tutti gli altri mammiferi, il nostro baricentro si trova a parecchi centimetri dal suolo e facciamo fatica anche a stare seduti senza un appoggio per il fondoschiena.

Per cui dal punto di vista evolutivo la posizione eretta è di fatto scomoda e non conveniente.

L’evoluzione del cranio dell’uomo

Schema dell’evoluzione del cranio dell’uomo

Per quale criptico motivo quindi ci siamo evoluti in questo modo? Ed ecco che la scienza viene in nostro soccorso.

L’evoluzione ha portato l’uomo a sviluppare un cranio più grande rispetto ai progenitori, per cui si è resa necessaria una soluzione radicale: la posizione eretta. D’altronde, in termini evoluzionistici, quale soluzione migliore di appoggiare un cranio più grande su un sostegno verticale, ovvero la colonna vertebrale? Geniale. Per avere un cranio più grande l’evoluzione ha escogitato questa soluzione, fregando la forza di gravità.

Interessante andare ad analizzare le variazioni (conosciute) del volume cranico dell’uomo durante il suo percorso evolutivo:

  • Australopithecus afarensis (4-3 MAAP), volume cranico pari a 400 cc;
  • Australopithecus africanus (3-2 MAAP), volume cranico pari a 500 cc;
  • Homo abilis (2 MAAP), volume cranico pari a 650 cc;
  • Homo erectus (1 MAAP), volume cranico pari a 1000 cc;
  • Homo sapiens arcaico (1-0 MAAP), volume cranico pari a 1150 cc;
  • Homo sapiens sapiens (200.000 anni fa – attuale), volume cranico pari a 1350 cc.

Appare scontato sottolineare che a un cranio più grande corrisponda un maggior volume cerebrale.

Per cui l’uomo ha assunto la posizione eretta poiché ha “sentito il bisogno” di sviluppare un cranio più grande oppure perché un cranio più grande necessitava di questa posizione? È nato prima l’uovo o la gallina? Non esiste risposta univoca.

Certamente possiamo affermare che la posizione eretta rappresenti il culmine dell’ominazione, della speciazione dell’uomo.

L’uomo: una singolarità nel mondo animale

Da questi ragionamenti scaturisce un’altra importante considerazione, infatti è evidente che l’uomo sia una singolarità nel mondo animale. Nonostante l’amore a l’affetto che provi per gli animali, non sono a conoscenza ad esempio del fatto che un cane abbia mai scritto un romanzo, composto una poesia o una musica oppure risolto una trasformata di Fourier. L’uomo è particolare se paragonato a ciò che lo circonda, ma è anche il più evoluto?

Definire il grado di evoluzione di una specie è estremamente complesso e gli scienziati lo sanno fin troppo bene: le delucidazioni in tal senso sono fin troppo variegate infatti. Vi propongo alcuni esempi.

Un essere è tanto più evoluto quanto più vive con minor dispendio energetico; secondo questa teoria quindi un batterio o un parassita, ad esempio, sarebbero più evoluti dell’uomo.

L’essere più evoluto è quello che si adatta meglio all’ambiente che lo circonda: per cui, seguendo questa tesi, una medusa o una zecca sarebbero più evolute dell’uomo.

In linea generale la scienza sostiene che l’essere più evoluto sia quello più specializzato: concetto legato direttamente alla capacità di sopravvivenza e all’adattamento. Una specie molto specializzata sa fare poche cose, ma le sa fare molto bene.

Non ne sono affatto convinto: c’è un altro fattore da prendere in considerazione infatti.

Un essere capace di adattarsi, specialmente in riferimento all’ambiente circostante e alle condizioni che gli si presentano, cambia stile di sopravvivenza, ma per farlo impiegherà molto tempo.

Un essere molto evoluto invece tiene in considerazione le esperienze passate, le comprende, e in un contesto mutato e differente sarà in grado comportarsi in modo adeguato e, soprattutto, in modo molto veloce.

In più l’uomo, rispetto ad altre specie animali, utilizza diversi metodi di comunicazione altamente efficaci come, ad esempio, il linguaggio.

Non mi pare una differenza tanto sottile.

Il genoma umano: un patrimonio comune

DNA umano

A voler essere pignoli anche gli studi sul genoma umano, tra l’altro veritieri, che indicano che l’Homo sapiens abbia in comune il 99% del DNA con lo scimpanzè comune (Pan troglodytes) e il 98% con il gorilla occidentale (Gorilla gorilla), possono dimostrarsi fuorvianti, in quanto una percentuale pari all’1% o al 2% di materiale genetico non è poca cosa. Ragionando in quest’ottica l’uomo ha in comune anche col gatto (Felis catus) circa il 60% del DNA e probabilmente il 15% con i pesci.

Se confrontiamo lo studio evoluzionistico basato sull’antropologia fisica, intesa come i cambiamenti dei tratti esteriori dell’uomo, con l’evoluzione della trasmissione ereditaria cromosomica, noteremo un’enorme discrepanza perché, quest’ultima, è estremamente complessa e meno grossolana rispetto alla prima.

Tutti gli esseri viventi evolvono, ma con velocità totalmente diverse. Per esempio un cane già dopo due mesi dalla nascita è autonomo e dotato di un’intelligenza paragonabile a quella di un bambino di pochi anni: il cane però si ferma mentre il bambino, nonostante uno sviluppo più lento, continuerà ad evolvere fino all’età adulta.

Ed eccoci giunti a quello che a molte persone sembrerà fantascienza.

Se nel nostro pianeta, e probabilmente anche in altri, la forma antropomorfa pare essere la più idonea a livello evoluzionistico, non è detto che lo sia quella di mammifero. Sul pianeta terra è evidente che sia così, ma in un altro pianeta, magari appartenente a un’altra galassia, la forma di vita più evoluta e adatta potrebbe essere quella di rettile, di anfibio oppure quella d’insetto: seppur con sembianze antropomorfe.

Cosa fa la differenza? Le condizioni ambientali e la velocità con cui queste sono cambiate sul pianeta.

Di conseguenza la nostra specie, quella umana, deriva dalla semplice evoluzione? La verità, nonostante gli sforzi scientifici, è che non lo sappiamo con certezza.

Evoluzione, creazione o altro?

Se si ragiona consapevolmente appare abbastanza chiaro che la teoria dell’evoluzione dell’uomo faccia acqua da tutte le parti: l’uomo potrebbe allora essere stato creato? Possibile.

Da chi? Ciò che è ovvio per le religioni monoteiste, ossia che l’uomo sia effetto diretto di una creazione divina, non lo è per il sottoscritto.

Un’ipotesi? La verità spesse volte sta nel mezzo.

L’uomo, dopo una creazione iniziale su base evolutiva, potrebbe aver subito un “intervento esterno”, una sorta di variazione artefatta dell’evoluzione con scopi niente affatto casuali.

Rimane però ancora una domanda: chi avrebbe esercitato questo “intervento esterno”?

Lascio a voi l’eventuale risposta perché è sacrosanto che ognuno abbia le proprie idee, che possono rivelarsi giuste o sbagliate, ma l’importante è che si fondino su principi di consapevolezza e di coscienza.

La scienza infatti è uno strumento fondamentale per comprendere e descrivere la visione fenomenologica del mondo delle cose, ma non è perfetta e, soprattutto, non è dogma divino.

D’altronde un dogma rappresenta il massimo impedimento alla comprensione, specialmente se divino.

Un bel dilemma.