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Libro “La Coscienza di Pan”: prefazione e indice

Prefazione

“Bisogna superare l’abitudine di credere, massimo impedimento alla conoscenza”

(Giordano Bruno)

 

La coscienza di Pan: per quale motivo questo titolo?

Gambe irsute e zoccoli, busto umano, grandi corna caprine sul capo, naso schiacciato, barba ispida e volto caratterizzato da una terribile espressione: ecco un sommario identikit dell’aspetto del dio Pan.

Pan, nella mitologia greca, era una divinità agreste non olimpica dal grottesco aspetto di un satiro, legata alle selve, alla pastorizia e alla natura: solitamente riconosciuto come figlio del dio Ermes e della ninfa Driope.

Era l’unico nel pantheon mitologico greco a non vivere nell’Olimpo, ma preferiva correre liberamente nei boschi dell’Arcadia, suonando un flauto e concedendosi liberamente a sfrenatezze sessuali.

Pan rappresenta la completezza della natura, senza alcuna connotazione di stampo dualistico e manicheistico: una divinità neutrale che può causare distruzione o creazione.

Archetipicamente simboleggia l’uomo ancora ignorante, primitivo, nel quale prevalgono gli istinti primordiali ma che, in quanto tale, non è ancora stato corrotto dal peccato. Scevro dalle contaminazioni che influenzano il pensiero dell’uomo e pronto, quindi, ad intraprendere un cammino di illuminazione: quello che nel percorso alchemico veniva rappresentato come la trasformazione della pietra grezza (uomo ignorante) in oro (uomo illuminato spiritualmente).

Potremmo riassumere questo concetto dicendo che per imparare è necessario, prima di tutto, disimparare.

Pan rappresenta quindi l’individuo ideale, puro, che può intraprendere un cammino di conoscenza non influenzato da errate verità.

Sostanzialmente, nella maggioranza dei casi, la nostra formazione culturale e scientifica si basa su concetti che ci vengono inculcati a partire già dalla tenera età e sui quali costruiamo ulteriori idee, pensieri, credenze e convinzioni.

Ciò che noi percepiamo non è la realtà, ma una percezione di essa ed esiste una grande differenza tra realtà oggettiva e quella percepita.

Questa discrepanza, che apparentemente e superficialmente può sembrare un labile confine indefinito, nasconde in realtà un abisso dentro al quale nuotano molti squali.

Il nostro cervello, sublime “macchina” lettrice d’informazioni e di ologrammi, ci fa percepire la realtà in modi differenti: la mia visione della realtà può differire dalla vostra, ad esempio.

Per comprendere la natura intrinseca delle cose è necessario percepirne l’interezza, in ogni suo aspetto e sfaccettatura, liberandoci dai dogmi per aprire la strada alla consapevolezza che altro non è che una misura della Coscienza.

Sono d’altronde consapevole che tutto ciò comporti il fatto di porre l’uomo al centro dell’universo sostituendosi, di fatto, al dio di turno: la blasfemia più grande che possa esistere secondo il principio comune teologico.

Per intenderci è ciò che vorrebbe farci credere Satana, con Lucifero e tutti i suoi sottoposti, per condurci al peccato originale e alla perdizione eterna allontanandoci dalla perfezione del Creatore.

Dato che non intendo rimanere a testa china a sorbirmi ogni tipo di sciocchezza che mi venga propinata soltanto per inibire il mio ego e per far sì che non sia consapevole, mi preparo a subire le pene dell’inferno.

Nella speranza di un inferno come quello descritto da Dante Alighieri nel Canto XXXIV, al cospetto di Lucifero che, sbattendo le ali, crea un vento freddo che fa ghiacciare le acque del lago di Cocito: pur sempre meglio delle fiamme eterne.

Adesso vi propongo una favola. Pronti?

Se vi dicessero che non esiste alcuna dualità nel nostro universo?

Se vi dicessero che la dualità è stata creata dalle religioni, dalle massonerie e da gruppi di potere per causare divisione e non farvi avere consapevolezza?

Se vi dicessero che in realtà le più grandi religioni del mondo contengono insegnamenti di non-dualità, l’idea che tutto è uno e che la manifestazione dell’universo non sia altro che la manifestazione dello spirito?

Se vi dicessero che le religioni sono una ben strutturata invenzione per controllare le masse?

Se vi dicessero che questi insegnamenti vengono manipolati dall’ego delle persone per istigare paura e sottomissione?

Se vi dicessero che non esiste una divinità onnipotente e creatrice, ma piuttosto un’unica Coscienza creatrice?

Se vi dicessero che voi siete parte di questa Coscienza? Una piccola parte, ma con le stesse caratteristiche (un frattale, per utilizzare termini scientifici)?

Se vi dicessero che l’universo è come un singolo organismo di cui ognuno di noi fa parte?

Se vi dicessero che viviamo in una realtà soggettiva e virtuale in quanto alterabile?

Se vi facessero notare che questi concetti in realtà sono già scritti in modo chiaro nei miti antichi?

Infine, se vi dicessero che la maggior parte dell’informazione trasmessa dai media sia artefatta e non corretta?

Il problema, per chi ha volutamente creato la dualità e la conseguente divisione, non è tanto il se vi dicessero, ma che iniziate ad averne consapevolezza.

Per fortuna le favole hanno sempre un lieto fine.

Intraprenderemo un viaggio, apparentemente tortuoso e variegato, ma unito dal filo conduttore della consapevolezza, che permetterà di mettere in relazione i grandi enigmi della scienza moderna con gli antichi miti, passando per le origini del simbolismo archetipico e alle relative errate interpretazioni, fino ad arrivare all’informazione scientifica manipolata.

Non è detto che riusciremo nell’intento; non è questo difatti il fine preposto, ma piuttosto quello di capacitarsi che non può esservi comprensione senza sperimentazione dell’esperienza, così come non ha senso autoproclamarsi paladini della scienza se non la si affronta con coscienza.

Così, senza una visione d’insieme accompagnata dalla consapevolezza, anche se le nostre conoscenze fossero estese, se studiassimo il passato esso ci apparirebbe incompleto e amputato di qualcosa.

Senza consapevolezza ciò che ci appare quando si affrontano importanti problematiche è un complicato cumulo di tasselli disordinati, ognuno dei quali contiene importanti informazioni, ma se non si è in grado di ordinarli e collegarli mettendo in relazione diversi saperi e conoscenze, non ci appariranno mai per ciò che in realtà sono: uno splendido mosaico.

Buona lettura e buon viaggio.

Indice

Indice del libro “La coscienza di Pan”

 

https://www.youtube.com/watch?v=45EKENqlRrY&t=17s

 

 

L’universo olografico di Bohm

Lo spazio non è vacuo

“Dobbiamo imparare a osservare qualsiasi cosa come parte di un’indivisa interezza. Lo spazio non è vacuo. È pieno, opposto al vuoto, ed è il terreno per l’esistenza di ogni cosa. L’universo non è separato da questo mare cosmico di energia”, scriveva David Joseph Bohm, geniale fisico statunitense passato a miglior vita nel 1992.

Bohm ipotizzò che nell’universo vi fosse la coesistenza di un ordine implicito, che non riusciamo ad apprezzare, e di un ordine esplicito che possiamo percepire, ma come risultato di un’interpretazione che il nostro cervello attribuisce alle onde di interferenza (pattern) che compongono l’universo. L’ordine implicito fu paragonato dallo scienziato a un ologramma, la cui struttura complessiva è identificabile in quella di ogni sua singola parte. Visto però che il concetto di ologramma rappresenta un qualcosa di statico, Bohm descrisse l’universo con il termine “olomovimento”, da lui coniato per indicare che l’universo è un sistema dinamico in continuo movimento.

La comunicazione tra fotoni nell’universo

In seguito all’esperimento sulla correlazione quantistica di Aspect del 1982, in cui fu verificato il teorema di Bell, dimostrando l’esistenza una comunicazione istantanea a distanza fra fotoni, Bohm ribadì con convinzione che non esisteva nessuna propagazione di segnale a velocità superiori a quella della luce, ma che si trattava di un fenomeno non riconducibile a una misurazione spazio-temporale.

Infatti i legami tra fotoni generati da una medesima particella sarebbero da attribuire proprio all’ordine implicito, nel quale ogni particella non è separata o indipendente, ma fa parte di un ordine universale in cui i parametri spazio e tempo non hanno senso di esistere.

Sintetizzando il concetto, David Bohm era convinto che le particelle subatomiche rimanessero in contatto indipendentemente dalla distanza che le separa perché la loro separazione è sostanzialmente frutto di un’illusione e che, ad un qualche livello di realtà più profondo, tali particelle non devono essere viste come entità individuali, ma come estensioni di uno stesso “organismo” fondamentale.

Il paradigma olografico

L’entanglement quantistico e il paradigma olografico di Bohm

Per far comprendere meglio quanto da lui ipotizzato, Bohm utilizzò un esempio in seguito diventato celebre come “paradigma olografico”.

In cosa consiste?

Immaginiamo di guardare un pesce in un acquario: esso però non è osservabile direttamente se non attraverso due telecamere, una posizionata frontalmente e una lateralmente.

Supponiamo che si guardi il pesce attraverso due monitor: la diversa posizione delle telecamere farà vedere due immagini del pesce con prospettive differenti, creando così l’illusione di guardare due pesci diversi che, per comodità, saranno denominati A e B.

Paradigma olografico dell’acquario

In qualità di osservatori potremmo pensare che i pesci bidimensionali A e B, seppur correlati, siano distinti, non rendendoci conto che sono a tutti gli effetti proiezioni di un mondo tridimensionale nel quale costituiscono un’unica unità.

Appare chiaro che l’acquario sia da intendersi come universo e il pesce come particella.

Secondo Bohm se abbiamo la percezione di vedere i pesci come separati è perché siamo in grado di vedere solamente una porzione della realtà e, inoltre, non siamo in grado di riconoscere l’esistenza dell’acquario nella sua interezza.

Estrapolando le idee di Bohm è possibile sostenere che siano i nostri sensi ad illuderci di percepire la solidità di ciò che pensiamo di vedere e toccare ma, in realtà, stiamo interagendo semplicemente con “nubi” di elettroni.

Una separazione apparente

Ne consegue che se la separazione tra particelle subatomiche è solo apparente, a un livello più profondo, tutte le cose sono infinitamente collegate.

Sinceramente non comprendo come certi scienziati possano negare quanto sto per delucidare: in un universo olografico, aspaziale e atemporale, i concetti di località vengono infranti in quanto nulla è veramente separato dal resto.

In tale contesto anche il tempo e lo spazio tridimensionale (come le immagini del pesce sui monitor) dovrebbero venire interpretati come semplici proiezioni di un sistema più complesso. La realtà altro non sarebbe che una sorta di ologramma dove passato, presente e futuro coesistono simultaneamente.

In cosa consiste il principio di località nella fisica?

Che oggetti distanti non possono avere influenza istantanea l’uno sull’altro e che un oggetto è quindi influenzato direttamente solo dalle sue immediate vicinanze.

Einstein aveva torto

Cosa sosteneva Albert Einstein?

“La seguente idea caratterizza l’indipendenza relativa di oggetti molto lontani nello spazio (A e B): un’influenza esterna su A non ha un’influenza diretta su B; ciò è noto come Principio di Azione Locale, usato regolarmente solo nella teoria di campo. Se quest’assioma fosse completamente abolito, l’idea dell’esistenza di sistemi quasi-chiusi, e perciò la postulazione di leggi che possano essere verificate empiricamente nel senso accettato, diverrebbe impossibile”.

Einstein aveva intuito che qualcosa non tornava nella teoria da lui formulata e Bohm aveva ragione.

Non lo afferma il sottoscritto, ma i più recenti studi di fisica quantistica secondo cui l’universo è non locale in quanto, in esso, le particelle subatomiche sono collegate non localmente.

Sono fermamente convinto che le teorie di Bohm, quasi filosofiche oltreché scientifiche, debbano indurre a profonde riflessioni.

Se gli aspetti materiali del mondo altro non sono che realtà secondarie e ciò che percepiamo in realtà sia un insieme olografico di frequenze e se il cervello è sostanzialmente un elaborato e complesso “lettore di ologrammi”, la realtà oggettiva cos’è? Semplice: non esiste.

Realtà virtuale

Noi siamo convinti, avendone illusione, di essere entità biologiche e fisiche separate che si muovono un mondo materiale, ma la realtà è opposta perché tale mondo sarebbe virtuale, ossia: alterabile, rettificabile e trasformabile.

In un universo olografico non vi sarebbero infatti limitazioni all’entità delle modifiche che si potrebbero apportare a quella che noi percepiamo come solida realtà, in quanto quest’ultima è fittizia e puramente illusoria.

Se queste idee di pensiero risultano familiari è perché la maggior parte delle filosofie e religioni orientali le sostengono da tempo immemore.

 

Libri pubblicati – Ottavio Bosco